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Questo articolo è stato pubblicato il 20 ottobre 2013 alle ore 09:35.

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È difficile credere che Elio Matassi, nato a San Benedetto del Tronto sabato 22 settembre 1945 e morto improvvisamente a Roma giovedì 17 ottobre 2013, non sia più fra noi, a guidare le nostre battaglie per far vivere e fiorire, nel nostro Paese che troppi vorrebbero agonizzante, la filosofia, la musica, il lógos, la cultura, uniche energie che potrebbero alimentarci e farci crescere se fossimo (oggi non lo siamo), una società libera governata dall'intelligenza. La perdita è rovinosa per la cultura, e induce a rileggere proprio il saggio di Matassi Benjamin e la musica, in cui si distilla il significato che s'irradia dalla definizione di Adorno, «la musica è la nemica del destino» (quanto piaceva quella frase a Elio!), e di riflesso ci spinge a domandarci se il destino, stretto in un pactum sceleris con la natura matrigna, non sia davvero, d'accordo con la natura, il nemico della cultura, della nobiltà e dell'intelligenza. Al l'Abominevole si concede di vegetare per cent'anni proprio nella città insozzata dei suoi atti bestiali nemici della cultura. Colui che dovrebbe essere maestro e diffusore di virtù intellettuali e civiche in eterno, scompare quando più la sua esistenza è indispensabile, ed è skiàs ònar nei versi dell'ottava Ode Pitica: «sogno di un'ombra».
Matassi è una figura ideale di filosofo della musica, uno di quei maestri che fanno rivivere le foglie morte, pronto a inabissarsi con irruenza nelle profondità dell'analisi e dell'esplorazione di rare esperienze di pensiero, ma anche, per indole, generosamente comunicativo, incapace di arrestarsi a mezza strada prima di avere dimostrato, illuminato, persuaso. Possiamo definirlo, in essenza, un filosofo militante, teso a modificare il mondo non a vantaggio di una forza storica, bensì per onorare l'esattezza delle idee e, con dialettica trasversalità troppo spesso misconosciuta o trascurata, per farle vivere e renderle impulsive ed efficaci dopo averle passate al vaglio e averne isolati i virus.
I suoi lavori, resi pubblici dopo ch'egli aveva compiuto i trent'anni di età, a partire dalla riflessione "dall'alto" su uno scritto hegeliano non proprio fra i più vulgati quali sono le Vorlesungen di filosofia del diritto (1977), hanno prediletto le zone della filosofia in cui figure fondamentali lasciano in eredità idee meno conosciute perché meno frequentate, forse perché più difficilmente decifrabili. Così avviene per un libro della sua giovinezza matura, Il giovane Lukács: saggio e sistema, uscito nel 1979 e riproposto con nuova introduzione nel 2011: denso nucleo di dettagli sondati forse per la prima volta, e non soltanto in Italia, e nello stesso tempo un amplissimo orizzonte che racchiude innumerevoli direzioni di ricerca, un libro che ha in sé molti libri possibili. Ma qui vorremmo esortare alla lettura, in particolare, di libri scritti da Matassi in un ambito che gradualmente, nella sua vita, divenne centrale e privilegiato, accanto alla sua passione per lo sport del calcio da lui trasfigurato in "symbolische Form": ci riferiamo all'ambito della musica e della filosofia della musica. Attraverso le nostre conversazioni su questo tema e le nostre discussioni sulla problematica priorità logica della musica o della filosofia, abbiamo riconosciuto in lui un nostro maestro. Fondamentale è stata per noi la lettura di Bloch e la musica (2001), L'idea di musica assoluta (2007), Filosofia dell'ascolto (2010), e soprattutto di Musica (2004), libro breve e perfetto in cui l'autore si misura anche aspramente con Adorno e definisce i veri termini della distinzione in cui si disegna il rapporto tra l'Adorno filosofo della musica e l'Adorno compositore.
Ora il mondo è più povero. Pensiamo alle battaglie che abbiamo combattuto insieme con altri valorosi e che Elio Matassi organizzava e guidava, certamente logorandosi nello sforzo che ha finito, come tutti paventavamo che prima o poi avvenisse, per ucciderlo. Pensiamo alle spallate contro la stupidità legislativa e ministeriale costituite dai convegni per l'introduzione dell'insegnamento della musica in tutta la struttura scolastica italiana, e all'amabile e spesso elettrizzante iniziativa dell'invitare in piena libertà i liceali romani al Teatro dell'Opera, per svelare loro i segreti del palcoscenico, delle trame, della musica: tutto gratuitamente donato, tutto in nome della simpatia. Pensiamo al «Jolly» di Salerno, dove, grazie al destino incarnato nell'intelligenza e sapienza filosofica e musicale di Enrica Lisciani Petrini, incontrammo Elio per la prima volta, nella primavera del 1999. Vorremmo svegliarci domattina e accorgerci che questa perdita non è reale; che per noi, così come per tutti coloro che amano la sua figura e la sua memoria, tutto questo è soltanto un incubo.
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