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Questo articolo è stato pubblicato il 22 novembre 2013 alle ore 15:53.
L'ultima modifica è del 23 novembre 2013 alle ore 11:49.

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Un ragazzino paffuto nato fra due guerre, cresciuto in un boom, morto prima di invecchiare. «Comandone», «abbastanza maschilista», in cerca di vita ed amici, rassegnato alla solitudine. Usò l'umorismo contro la seriosità del mondo dell'arte, «la polemica costruttiva» contro l'establisment culturale che lo rifiutava. «Mi diceva: quando mi chiedono perché faccio quadri bianchi rispondo: sono a dieta» ricorda degli achrome la sorella Elena. «Un giovane appassionato che aveva letto, studiato, capito l'avanguardia del 900» racconta chi, artista come lui, visse un momento e un movimento per la prima volta senza critici. Italia anni '50, voglia di pace, di dimenticare guerra e dolore. Parlare una lingua nuova, pensare senza un passato, via dall'accademia. «Non fece studi artistici, e questa fu la sua fortuna» ricorda l'amico fotografo Uliano Lucas. «Ha posto domande, tutte semplicemente geniali. Importante come Duchamp ma più semplice, immediato» ringrazia e rende omaggio la star Damien Hirst.

In un'ora il documentario Piero Manzoni, Artista in anteprima giovedì alle Gallerie di piazza della Scala, in onda nel weekend su Sky Arte che lo ha prodotto assieme a Good Days Films e in collaborazione con Gagosian Gallery, racconta il giovane aristocratico nato a Soncino nel ‘33 e morto a Milano nel '63. Colonna sonora il jazz, filmati d'epoca, parole di chi l'ha conosciuto, ammirato, amato. Nei giorni in cui reagisce al primo freddo con Bookcity, Milano ricorda anche il cinquantesimo della morte del suo ragazzo prodigio, che si muoveva leggero fra le osterie alla buona di Brera e le tele coi tagli del "padre" Lucio Fontana. Una città in bianco e nero «centro del mondo» premette il regista Andrea Bettinetti. I gruppi T, Zero, la rivista Azimuth «in un tempo in cui non c'erano giornali, non si scriveva d'arte, ognuno lavorava solo nel suo studio»; il periodo danese, con la macchina fino a Herning su invito del mecenate Aage Damgaard. «Sono in paradiso, e ho anche l'autista privato» esultò Piero nell'estate dei suoi 27 anni. Dal paradiso lo ricordano «bambinone che voleva vivere al massimo».

Nel caso Manzoni sarebbe un errore distinguere uomo e opere, dice il poeta e amico Nanni Balestrini. Così la celebre Merda d'artista - i barattoli dello scandalo, fra interrogazioni parlamentari e titoli "Siamo tutti artisti (e non lo sapevamo)" - era l'accusa «contro la borghesia milanese che s'accontenta» della suddetta, la quale, fra l'altro, non è mai stata inscatolata: «Non penso proprio lì dentro ci fossero le sue feci, conoscendo mio fratello cambiò solo l'etichetta a dei barattoli, non avrebbe perso tempo in simile operazione» dice nel film Elena, che "del Piero" mantiene vivo lo spirito oltre che la memoria.

Fra palloncini gonfiati, linee su chilometrici rotoli di carta, impronte digitali su uova sode, vivo è il suo intuito: legò l'arte alla pubblicità prima di tutti, prima di Wharol, ricorda Massimiliano Gioni, direttore del New Museum di New York e dell'ultima Biennale di Venezia. Se raro è il genio, «un misto di ironia e poesia» dice la sorella, utile e vivissimo è il metodo Manzoni, che suona come consiglio allo spettatore perso nel mare magnum non sempre bandiera blu dell'arte contemporanea, spostare l'opera dall'oggetto all'idea, se c'è, farsi da questa intrattenere.

Piero Manzoni, Artista
Sky Arte HD (canali 110, 130 e 400)
22 novembre 21.10 e 23 novembre 20.15

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