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Questo articolo è stato pubblicato il 28 aprile 2014 alle ore 09:34.

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Per ogni Kate Middleton c'è una Pippa, scrive un profetico rotocalco. Il fascino della sorellanza traversa anche la musica leggera dai tempi delle famigliole canterine – e poi Roches, Haim, First Aid Kit, primi nomi che ci vengono in mente. Perché c'è qualcosa, oltre quell'intimo accordo tra due voci che si conoscono da sempre, che magnetizza l'attenzione degli investigatori del pop, qualcosa che risale su fino alle musiche da cameretta, alle cantilene nate per andare oltre la noia pomeridana. Un qual esoterismo, il metafisico della comunicazione tra due prodotti dello stesso grembo, che prende forma di canzone. A rinverdire questa pregiata discendenza arrivano Lily & Madeleine, le sorelline che con l'album che porta il loro nome hanno alzato l'asticella del fenomeno. Vengono da Indianapolis, provenienza che conta per decifrarne la vicenda artistica. Quello infatti è il migliore Midwest, invulnerabile al disfacimento metropolitano dell'altra America, connesso alla coesistenza tra struggente bellezza naturale, robusta struttura sociale e illuminata apertura al progressismo, grazie a un laboratorio come l'enorme università che risiede a Bloomington. Lily e Madeleine, comunque, hanno un'età scandalosa: 18 l'una, 16 l'altra. Per forza la reazione al sentirle cantare sta nel chiedersi come, così acerbe, abbiano già creato una simile sofisticatezza – per poi intuire che invece è proprio la loro età la motivazione di ciò che fanno, rendendone perfino impermanente il miracoloso equilibrio. La sensazione è d'ascoltare un prezioso esercizio frutto dell'intima relazione tra due sensibilità, due intelligenze, due voci vicine fin quasi a sovrapporsi (come nell'immagine di copertina del disco, dove le loro silhouette si dissolvono l'una nell'altra), in un sistema artistico – e poi melodico, armonico, eccetera – che esiste solo in questa completezza binaria. Per Lily & Madeleine, il ricamo musicale, la sua costruzione e la sua confezione ruotano attorno al concetto di bellezza, nella dimensione più sofficemente seduttiva che si possa progettare. Le loro canzoni sono semplici, precise, assolutamente deliziose. Una fanciulla arpeggia al pianoforte, l'altra carezza con nonchalance una chitarra acustica: tutto dev'essere cominciato così, duettando casualmente e mettendo a punto la micidiale meccanica emotiva che sta nell'intreccio delle loro voci, che spinge noi al più decadente degli ascolti. Fortuna che ci sia la giovinezza a ridare colorito alle loro canzoni, che ci siano le belle facce larghe delle ragazze, gli zigomi pronunciati che tradiscono ascendenze slave, confermate dal cognome Jurkiewicz. E poi, per fare del disco un debutto importante, destinato a una dimensione addirittura internazionale, c'è la produzione delle canzoni, nata nel miglior laboratorio possibile, la label Asthmatic Kitty voluta da Sufjan Stevens, che ha buoni meriti nella rivitalizzazione del songwriting americano d'inizio XXI secolo. Per Lily & Madeleine, s'è scelta una dimensione orchestrale che le avvolgesse senza travolgerle, che le incorniciasse senza invaderle. Questione di tocchi, di rifiniture e di respiro. Che esaltano i contenuti delle canzoni di Lily e della proustiana Madeleine: il loro approccio all'esperienza, il preoccuparsi del domani, la percezione delle estati profumate. Certo Charlotte Brontë è dietro l'angolo, ha malignato una critica londinese. Si suona questa musica del benessere solo se durante l'infanzia si è cresciuti in una casa dove si sentiva soft rock in blue jeans. Ma questa è materia solo per cultori della delicatezza. Per feticisti della leggerezza e dello sfiorare, per ammiratori del Picnic at Hanging Rock. L'oggetto di culto, ovviamente, è l'innocenza, la maledetta innocenza, sacro graal del pop, in un disco di ragazzine che certamente avrà la ventura d'essere consumato - e perfino coscientemente indirizzato - a un pubblico ben più adulto di loro. Se poi siete ultrà del voyeurismo musicale e volete l'esperienza conclusiva di questa delicatessen canterina, cercate su YouTube la versione che Lily e Madeleine hanno registrato di Sea Of Love, la canzone di Phil Phillips del '59, estrema Thule della torbida sensualità pop. Ci vorrebbe una paginetta di Ellroy per descrivere lo scambio d'occhiate tra le sorelline, mentre gorgheggiano accompagnandosi con un fragile ukulele. Mentre ve ne beate, vi verrà di pensare che una simile condizione e perfezione debbano per forza essere effimere, legate a un momento magico, a uno stato di grazia. Senza accorgervene, siete precipitati di nuovo in quella pericolosa contemplazione della bellezza innocente che sempre ci strega e ci irrita. Perché contraddicendo il Califfo, filosofo formativo della canzone della Capitale, in questo caso davvero è «da escludere il ritorno».

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