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Questo articolo è stato pubblicato il 28 maggio 2014 alle ore 10:42.

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Trecentocinquanta rasoi a serramanico, ognuno nel proprio astuccio conservato in una vetrinetta e con un numero distintivo: quello del cliente che, in questo salone nel centro della Roma barocca, prova sulla pelle "il solito" facendosi fare la barba con la lama personale, eredità di un nonno o realizzata su misura. È il club del rasoio, lo zoccolo duro degli avventori dell'Antica Barberia Peppino che da quasi sessant'anni cura le acconciature e raccoglie le confidenze di nobili, ministri, imprenditori e politici a loro agio nei palazzi della capitale, ma anche di turisti attratti – non si sa come – da un passaparola che ha varcato i confini: «Who is Peppino? I want him», esordì anni fa un giapponese pretendendo il taglio dal fondatore. Intorno alle postazioni, si muovono quattro parrucchieri di lungo corso e un apprendista che, come vuole la legge non scritta di questa forma artigiana, passerà anni a perfezionarsi solo sulle barbe prima di ottenere la promozione al taglio dei capelli. «Comportatevi come principi decaduti che per vivere fanno i barbieri», si raccomandava Peppino Ricciardi, il siciliano capostipite dell'Antica Barberia; ai suoi collaboratori, per l'approccio con i clienti, suggeriva uno stile da laboriosi ma eleganti padroni di casa.

Più di un patto, di una nomina, di un'introduzione alle "sacre" stanze – giurano – è avvenuto davanti a questi specchi con il mento insaponato all'insù. Prova ne è il corposo volume Le forbici e il pettine che raccoglie le dediche e gli aneddoti della barberia vergati di proprio pugno, sul diario del salone, da discendenti delle casate romane, uomini d'affari e grand commis di Prima e Seconda Repubblica. «In quanto a relazioni tra Italia e Spagna – annota per esempio uno di questi – il salone è stato praticamente un'ulteriore dipendenza delle cancellerie diplomatiche». Luigi Bisignani, uomo di relazioni per antonomasia, è un habitué di questa sala tanto da citarla nel suo ultimo romanzo Il direttore (Chiarelettere, 2014). Tra i businessmen – emerge ancora dal libro delle memorie – Carlo De Benedetti, Luigi Gubitosi e Francesco Trapani sono solo alcuni dei fedelissimi di ieri e di oggi. A dispetto delle frequentazioni, l'ambiente non mette soggezione a chi varca la soglia di via della Vite: accoglienza amichevole, musica impercettibile e sobri arredi, gli stessi dall'apertura nel 1957, con le poltrone in pelle color mattone e le toelette bianche; esposti in vetrina ci sono i ferri del mestiere. Si respira un'aria densa per i residui del vapore all'ozono utile a dilatare i pori e usato come primo trattamento per la barba.

La seduta di un'ora scarsa, per chi sceglie la versione completa, è un alternarsi di olii essenziali e panni caldi fino alla prima rasatura. Poi, una passata in diagonale e, se necessario, contropelo ammorbidito da un «gioco delle tre dita» di Piero Migliacci, il maestro del salone che continua la tradizione dell'Antica Barberia con il figlio Alessandro. Finale con ghiaccio. Anche l'acconciatura ha le sue ritualità. Prima dello shampoo, bruciatura delle doppie punte con uno stoppino di cera e olio di ricino sulla cute massaggiata con la macchinetta vintage Stim-u-lax. Al congedo l'ultimo accorgimento d'antan: nel taschino del cliente finisce un calendarietto profumato di talco, di quelli che negli anni Cinquanta affiancavano ai mesi qualche nudo femminile. Insomma, un tempio della barba e del capello che è piaciuto anche al cinema: in una scena di To Rome with Love, per esempio, Roberto Benigni è un cliente in poltrona. Dietro la macchina da presa, Woody Allen. Che pure volle il giovane Migliacci con la barba lunga nelle vesti di coiffeur e comparsa.

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