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Questo articolo è stato pubblicato il 03 giugno 2014 alle ore 12:18.

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A rilanciare lo studio in Italia aprendo dibattito e polemiche è stato il sito della Treccani che ha subito identificato nel libro di Nicholas Wade, "A Troublesome Inheritance: Genes, Race and Human History" ("Un'eredità fastidiosa: geni, razza e storia umana") la fonte certa di scontri al calor bianco. Tutto comincia con la domanda retorica dell'autore dell'articolo: «Cosa scrive di tanto scandaloso nel suo libro? Due cose, in sostanza: primo, che oltre al colore della pelle e altri tratti somatici, i gruppi umani si sono evoluti geneticamente in modo diverso nelle funzioni cognitive; secondo, che "differenze minime", per lo più invisibili in un individuo, hanno importanti conseguenze a livello della società». Roba da far raccapriccio sostengono alcuni, degno della miglior causa per "preservare la razza" d'epoca fascista, anzi un vero e proprio "manifesto della razza" che pretende di classificare la propensione al risparmio o al capitalismo e alla detenzione di ricchezze sia legata a fattori genetici.

Riprendendo Wade il sito della Treccani precisa che «non ha senso parlare di superiorità o inferiorità di un popolo rispetto a un altro ma non si può escludere a priori che le differenze comportamentali abbiano una componente genetica, che questa sia soggetta a evoluzione, e che queste differenze evolutive sia pur minime abbiano influenzato le istituzioni sociali prevalenti nelle varie aree del mondo. Bisogna continuare a studiare, senza remore ideologiche».

Fin qui sarebbe tutto "ammissibile" se non fosse che poi lo stesso indica come sacrificate sull'altare del political correct verità troppo a lungo negate. Perché come spiega «Se si mette in un computer un campione casuale di frammenti di Dna noti per la loro variabilità da individuo a individuo, questi tendono ad aggregarsi in gruppi che corrispondono all'etnia di appartenenza del soggetto: asiatico, caucasico africano sub-sahariano, nativi americani, aborigeni di Australia o Nuova Guinea. E anche all'interno della stessa Europa emergono identità plurime ben definite».

Ce lo aveva già spiegato il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza che «gli uomini sono tutti uguali, indipendentemente dal colore della pelle, dalle dislocazioni territoriali, dalle ideologie, dalle credenze religiose. Il DNA che accomuna gli uomini è uno e soltanto nel corso dei secoli le mutazioni genetiche conseguenti al clima, e quelle intellettive e spirituali, hanno creato le differenze che oggi affliggono l'umanità». Ma qui è evidentemente la premessa a fare la differenza. Sempre che di grandi differenze si tratti.

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