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Questo articolo è stato pubblicato il 12 giugno 2014 alle ore 08:55.

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Va bene Amici di Maria De Filippi, ma il punto adesso è un altro: nonostante il risultato delle Europee, il renzismo non avrà davvero vinto finché non tornerà il Festivalbar. È ovvio che sia così e non soltanto perché ritornano gli anni Ottanta e i Novanta. Ma perché andare ad Amici è andare da "loro": i padri e le madri di là dal video, i figli e le figlie di qua. Far tornare il Festivalbar è affermare un "noi", ragazzi di oggi (e pazienza che fosse Sanremo in quel caso), è rimettere in scena l'effetto vu-vu-vu, l'effetto velocità, quello del Turné di Gabriele Salvatores. Non a caso l'uno, il festival, e l'altro, il film, entrambi itineranti. Si va. Riavere il Festivalbar significa ristabilire una linea di continuità nell'innovazione, restaurare un apostrofo pop tra le parole «ti» e «rottamo».

Dobbiamo ritrovare una memoria collettiva: quando c'era il Festivalbar... Che quest'estate tanto l'ha già vinto Cesare Cremonini e i versi di Logico hanno già tutto di questa fase politica: «Siamo molecole oltre le nuvole / Corsie chilometriche / Raggi di luce, di bombe atomiche / Pronte ad esplodere».

Da Bobby Solo ai Negramaro, dal 1964 al 2007, c'è un mondo, una squadra di governo, l'irruzione della televisione privata, lo scontro culturale tra play-back e dal vivo, il ticket uomo-donna alla conduzione, un'infinita serie di Vaschi Rossi, di Jovanotti, di Eros Ramazzotti, di Gianna Nannini, di Loredana Bertè, di Spagna. Sì, pure Spagna. Anzi, soprattutto Spagna. Orgogliosamente Lunapop. Per carità, non lo auspichiamo dirigisticamente imposto dall'alto, non lo pretendiamo neppure subito in busta paga, però lo rivogliamo, il Festivalbar. Le coperture? Si troveranno. Che il Festivalbar era sì, estivo, ma aveva il potere di riscaldarci tutto l'anno: bastava tirar fuori la compilation blu – o quella rossa.

E poi perché ce ne siamo dimenticati? Perché ci è sfuggita di mano e di mente l'estate del nostro "contento". Perché? Come abbiamo potuto? Forse per rassegnazione? Ci siamo ritirati nel privato di un Sanremo, abbiamo abdicato alla «straordinaria ambizione» di imporre ai Mike e ai Baudo quelli che riempivano le piazze d'Italia con i Gerry Scotti e gli Amadeus. Speravamo nella cooptazione? Abbiamo pensato: questo non è un Paese per giovani e così siamo diventati (più) vecchi senza il nostro festival. Ri-da-te-ce-lo. Che il Festivalbar segnava la fine della scuola e per noi questa stagione è la fine di tutti quegli anni in cui abbiamo studiato da adulti.

Ecco, il ritorno della manifestazione canora è la vera bandiera da issare su ogni rivoluzione culturale, su ogni ricambio generazionale. Ogni palco in ogni piazza di ogni città - e il premier lo sa - era una slide ottimista, una cartolina dall'italianità che si apre alla globalizzazione con Tracy Spencer e Sandy Marton. Renzi lo sa perché c'era, un po' prima del Mundialito e un po' dopo i banchi. Era la via di fuga alle ripetizioni per le riparazioni di settembre, il bigino per sapere dov'è Lignano Sabbiadoro. Era il tormentone che diventa carrozzone che diventa colonna sonora, antologia delle nostre hit esistenziali, tra ovazioni e vento. Correvano sempre tutti al Festivalbar. Che la nostra generazione – oh my god, «la nostra generazione» – è la sintesi, l'allungo tra il gettonatissimo del juke box e lo shuffle dell'iPad: li ha visti, vissuti, li capisce e li supera.
Tappa dopo tappa, estate dopo estate, vedevi cambiare il linguaggio, la musica, le facce, le cittadine. E poi – il premier lo sa bene – alla fine si vince sempre nel Nord-Est, in Veneto, all'Arena di Verona. Sì, d'accordo, oggi ci sono tante altre manifestazioni in qualche modo simili, ma ne serve una a vocazione maggioritaria. La nostra. È urgente. Perché il prossimo Festival di Sanremo così fiorentino rischia di distrarci dal vero obiettivo. #sanremostaisereno.

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