Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 13 luglio 2014 alle ore 08:15.

My24

Nel 1797 Lucia Memmo, discendente di dogi, conobbe a Venezia Josephine Beauharnais, accoltavi con feste e doni sontuosi nella speranza che tali attenzioni ne inducessero il marito, Napoleone Bonaparte, a più miti consigli. Tutto fu vano: di lì a poco, col trattato di Campoformio, Venezia cadeva in mano all'Austria. Anni dopo, nel 1813-14 a Parigi per seguire gli studi del figlioletto, Lucietta rivide Josephine ormai divorziata, ne divenne amica, andò a trovarla alla Malmaison, frequentò al Jardin des Plantes i corsi di botanica di Des Fontaines, conobbe il leggendario giardiniere Jean Thouin, Monsieur Du Pont «Serviteur des Roses» e Monsieur Noisette, il vivaista di rue Jacob.
Tornò ad Alvisopoli, la tenuta modello realizzata da suo marito Alvise Mocenigo nei pressi di Portogruaro, in compagnia di duecento rose scelte insieme a Monsieur Noisette. Tutte scomparse, salvo una scoperta nel parco rimasto proprietà della famiglia fino al 1930, quando Andrea di Robilant nonno – che all'indomani della Grande Guerra aveva ereditato Alvisopoli da due zie Mocenigo prive di discendenza – vendette la proprietà liberandosi dai debiti contratti per amore della bella vita. La presunta sopravvissuta delle rose di Lucietta ha 16-18 petali rosa lillà, spine bianco crema, foglie più scure appuntite e lucide della cinese Old Blush che pure le somiglia, è profumatissima e col suo vigore ha retto all'inselvatichimento del parco di Alvisopoli. La gente del posto la chiama moceniga.
Il custode Benito se l'è presa a cuore. Quando Andrea di Robilant, sulle tracce della quadrisnonna Lucietta di cui scriveva la biografia, è passato da Alvisopoli, non ha mancato di regalargliene un esemplare. E così, per accertare il pedigree della sua moceniga, Andrea di Robilant, assunti i panni del cacciatore di piante però à rebours, è risalito dalle centinaia di rose dell'Imperatrice Joséphine, immortalate da Redouté, ai fornitori dell'epoca e da lì alle rose che la East India Company importava dalla Cina passando da Calcutta – motivo per cui, per esempio, la Hume's Blush Tea Scented China, madre delle rose Tè, fu dapprima R. indica odorata – fino a Madame Crawford, avventuriera nata Anna Eleonora Franchi in un paesino toscano, e coinvolta nella fuga reale di Varennes. Da lei Lucietta ebbe una talea di R. multiflora carnea ottenuta da Jean-François Bourseault, ex attore in auge durante la Rivoluzione.
Potrebbe essere l'antenata di quella che negli anni Ottanta del secolo scorso destò la curiosità di un giovane studente di scienze forestali, Ivo Simonella. Inizia così l'avventura degli appassionati decisi ad accertare il pedigree della moceniga: da Paolo De Rocco a Benedetta Piccolomini fino a Eleanora Garlant, creatrice ad Artegna, insieme al marito Valentino, di uno splendido roseto strutturato intorno a tre grandi orti, dove convivono 1.400 rose, tra cui vari ibridi spontanei nati sul posto, e naturalmente un esemplare della rosa di Alvisopoli. Se una vivaista francese, Eléonore Cruse, ha battezzato Dis Moi Qui Je Suis un'anonima rosa di cui non è riuscita a venire a capo, Eleanora Garlant non si è arresa. Sospettando che in vena alla moceniga scorresse anche meno esotica linfa, ha chiesto lumi a François Joyaux, il massimo esperto di galliche, ovvero quelle rose originarie dell'Europa Centrale e dell'Asia Minore, coltivate già dagli antichi greci e romani, che compaiono negli affreschi di Pompei – casa dei Vettii – e che erano apprezzate non solo per la bellezza, ma anche per l'uso farmaceutico o alimentare.
Accolta nel suo roseto una talea di moceniga, François Joyaux ipotizzava trattarsi di una bengalese – come chiamarono dapprima le cinesi – scelta per Lucietta dal vivaista Noisette, non tuttavia una Old Blush. Persa la pazienza di fronte a tante incertezze genealogiche, Andrea di Robilant ha iniziato ricerche che l'hanno portato da Cordovado a Parigi, da Padova a San Terenziano nel roseto di Helga Brichet.
Per tagliare infine la testa al toro: richiedendo e ottenendo dalla American Rose Society di approvare la registrazione della «Moceniga». In una zona del suo roseto Eleonora Garlant tiene le orfanelle, quelle che non si sa bene chi siano perché se ne ignorano i genitori, e di cui al massimo si può dire: gallica o alba, damascena o centifolia. Chissà se adesso che la Moceniga non è più una sans-papiers la trapianterà altrove. O se deciderà invece di lasciarla in compagnia delle vecchie amiche prive di naissance.
Dopotutto, riguardo a un'altra annosa questione, la distinzione tra antiche e moderne, ha pronunciato parole di cui consiglio di far tesoro: «Osserva bene la rosa e non badare troppo alla data. Le rose antiche hanno una grazia naturale, un profumo intenso e colori più delicati. Le rose moderne sembrano tanti soldatini sugli attenti: lo stelo è dritto sparato, i petali rigidi, i colori sgargianti. Sembrano rifatte. E poi non hanno profumo». Ad Artegna ce ne sono tante che stricto sensu antiche non sono, nate come sono nel Novecento, epoca in cui, nell'entusiasmo per l'ibridazione industriale, si rischiò di perdere le vecchie rose. Una separazione così rigida non ha senso: «Nelle rose che nascono in questo giardino scorre solo sangue di rose antiche».
Lo si vede dall'aspetto, dal portamento, dalla fragranza. Come antichi e cinesi restano gli ascendenti della Moceniga, e questo anche nel caso si trattasse di un ibrido spuntato ad Alvisopoli non si sa con quanto apporto di R. chinensis spontanea, di Old Blush, R. multiflora carnea o che altro ancora.

Commenta la notizia

Ultimi di sezione

Shopping24

Dai nostri archivi