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Questo articolo è stato pubblicato il 03 agosto 2014 alle ore 08:14.

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Spesso pensiamo che quello del declino del Paese sia un tema e una difficoltà solo italiana, solo nostra. Certo il dibattito pubblico italiano è affollato ormai da molti anni da diagnosi di declino, a volte puntuali, a volte più generiche e spesso raccontate nei termini moralistici di una sorta di destino nazionale, che un po' ci condanna e un po' ci assolve.
Ora il dibattito "declinista", con caratteristiche proprie, è esploso anche in Francia. Solo qualche mese fa «Le Monde» pubblicava un dossier, che ha avuto una certa eco, che puntigliosamente ordinava in una lista semplice e comprensibile tutti i motivi oggettivi per cui si può ancora «non disperare» della Francia. E sarebbe un gioco molto produttivo, per un lettore italiano, verificare mentalmente – possibilmente senza disperarsi a sua volta – quanti di quei punti di forza anche l'Italia possieda ancora: la lista comprendeva, tra l'altro, gli investimenti provenienti dall'estero, ma anche gli investimenti, altrettanto importanti, verso l'estero, o anche il dinamismo demografico e la capacità, strategica secondo i francesi (e in cui la Francia è terza dopo Usa e Regno Unito), di attrarre studenti da altri Paesi.
Se «Le Monde» sente la necessità di stilare una lista di punti forti francesi è anche perché cresce sempre più la percezione che il Paese si stia indebolendo e che la fiducia nelle sue possibilità di ripresa stia calando. Certo, la tendenza all'autodenigrazione dei francesi non ha nulla da invidiare a quella degli italiani ed è di lunga durata – semmai, a mio parere, è una certa maggior resilienza di fronte alle crisi quella che l'Italia ha sviluppato nel tempo – ma il tema dell'indebolimento del sistema sociale e statale francese era stato rilanciato in uno studio del 2007, che ha avuto un suo impatto, di Yann Algan-Pierre Cahuc, La Société de défiance, comment le modèle sociale s'autodétruit, Editions Rue d'Ulm, e che individuava nel corporativismo e nel tipo di statalismo francese le cause di un'oggettiva e sempre più pericolosa frenata del Paese.
Oggi il dibattito è esploso anche mediaticamente, con libri e pamphlet di vario orientamento e livello, ma non privi di un potenziale interesse per un lettore italiano. Jacques Attali, il grande consigliere di Mitterrand, ma anche l'intellettuale influente e ascoltatissimo da Sarkozy e da Hollande, con il volumetto Urgences françaises, Fayard, del 2013 (e appena ripubblicato in versione aumentata) ha ripreso senza ipocrisie il tema orientando il dibattito: «Quando un popolo si sente minacciato dal declino, il suo declino è cominciato». Quello che per noi è forse più interessante è il modo con cui questo declino è descritto. La Francia è soffocata dai gruppi di interesse che la immobilizzano, i suoi presidenti recenti (almeno dal 1984) regnano, ma non governano, il Paese accumula tensioni e frustrazioni, ma è incapace di riformarsi, perché storicamente rifiuta il concetto stesso di riforma.
La Francia non si riforma perché «procede per rivoluzioni», per scatti improvvisi, per scosse (come nel 1958, ad esempio, o come nei cambiamenti repentini del 1981). Quando la frustrazione dei molti è più forte degli interessi delle corporazioni una rivoluzione francese può scatenarsi. Ed è nella forma rivoluzionaria che le riforme avranno luogo. Che Attali abbia o meno capacità profetiche (e che i suoi concreti suggerimenti di riforma radicale siano in grado di fermare la crisi francese), non può che destare interesse il suo modo di raccontare il declino, di ricondurlo a una storia e a un senso, a un modo di procedere dei fenomeni politici e sociali di lunga durata, e in questo modo di proporre una chiave di lettura che contribuisce a evitarlo.
Per Hubert Védrine (La France au défi, Fayard), diplomatico di lungo corso e ministro degli Esteri durante la coabitazione Chirac-Jospin, il «pessimismo di eccezionale intensità» vissuto oggi dai francesi è esito di una lunga parabola, che comincia forse con la famosa dichiarazione di Giscard d'Estaing del 1975 sulla Francia come «potenza di medio livello», che chiudeva clamorosamente la stagione della retorica gollista della Francia destinata sempre al rango più alto. Védrine racconta di un Paese che soffre la concorrenza e la competizione, interna e internazionale, ma che solo nella riforma radicale del sistema politico e statale può liberarsi dallo stato di blocco delle energie produttive e sociali e dalla paura di una proiezione globale che non viene più vista come opportunità; nonostante i mezzi forniti ancora da una presenza militare importante, dall'influenza della francofonia, dalle reti economiche del Paese.
Tra i molti pamphlet di questi mesi è interessante citare ancora almeno quello di Lionel Jospin (Le mal napoléonien, Seuil), ex primo ministro socialista che dopo il ritiro dalla vita politica, in seguito alla sconfitta presidenziale del 2002, è rimasto a lungo come il nume tutelare di una cultura socialista francese in continua evoluzione. Anche Jospin apre il suo libro con la grande immagine della rivoluzione francese e soprattutto con la vicenda napoleonica che ne scaturisce e che dà vita al bonapartismo, l'altra faccia dell'immaginario storico francese moderno. Quello di Jospin è un libro che ripercorre la storia del bonapartismo – pur non essendo propriamente un libro di storia, ma piuttosto un'interessante lettura politica della storia – cioè della presenza permanente, si direbbe quasi un'allegoria di un certo rischio del potere in Francia, del l'opzione bonapartista.

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