Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 17 agosto 2014 alle ore 08:14.

My24

Si è spesso pensato che l'Allegoria del buono e del cattivo governo di Ambrogio Lorenzetti – il notissimo affresco della Sala del consiglio del Palazzo pubblico di Siena – fosse la celebrazione della grandezza del Comune senese medievale. In questo senso la grandiosa opera del 1338 del Lorenzetti è stata molte volte presa a simbolo del trionfo di quelle libertà repubblicane che i Comuni italiani avevano sperimentato con una lunga prassi di governo. L'affresco è stato letto, e con grande profitto, come una sorta di summa politica comunale, di vero e proprio trattato politico, da comprendere anche in relazione ai testi scritti della tradizione politica medievale. Per Nicolai Rubinstein, che riaccese l'interesse "teoretico" per l'Allegoria del buono e del cattivo governo in anni ormai lontani, l'affresco del Lorenzetti sarebbe la sofisticata traduzione in immagini di un sistema di virtù politiche e non solo politiche che il pensiero aristotelico e quello tomista rendevano disponibile. La stessa sala del consiglio, dove i Nove si riunivano rappresentando la città, ricordava così ai cittadini di Siena e a chi incarnava il potere del Comune, che un buon governo, possibile solo nella pace e nella giustizia e orientato al bene comune, avrebbe sempre prodotto effetti positivi, mentre un potere tirannico avrebbe portato sempre a esiti catastrofici. Entrambi gli effetti sono ben visibili nel ciclo rappresentato sulle pareti della sala, sono il loro oggetto: ai cittadini dunque decidere.
In tempi successivi a Rubinstein, Quentin Skinner ha suggerito di cercare le fonti di letteratura politica dell'affresco non tanto nel pensiero aristotelico-tomista, ma in quello di Cicerone e della vasta letteratura comunale sulle libertà repubblicane. Immagini, allegorie e testi scritti si incrocerebbero qui in un'autorappresentazione del Comune, rendendo visibile e oggettiva la stigmatizzazione di ogni tirannia. Si tratta di interpretazioni che hanno fatto molto avanzare la ricerca sull'affresco e anche sulle idee politiche del tempo. Ma i conti non tornano perfettamente. In fondo, come ha notato Pierangelo Schiera, la pace allegorizzata nell'affresco non è una figura del trionfo, ha anzi un viso melancolico, che alluderebbe quasi a un "male oscuro" della città. E Andrea Zorzi non ha esitato a parlare, a proposito di una serie di rappresentazioni politiche e artistiche degli anni Trenta del Trecento, di una vera e propria «angoscia delle repubbliche». E se i temi presenti sottotraccia nell'affresco fossero proprio la paura, l'incertezza, l'oscura consapevolezza della fragilità del Comune e del rischio che esso possa trasformarsi nel suo contrario?
Un libro francese, anche molto ricco nel l'apparato di illustrazioni, da poco uscito e che sarebbe utile rendere disponibile al pubblico italiano, propone una nuova lettura dell'affresco. Patrick Boucheron nel suo Conjurer la peur. Sienne, 1338. Essai sur la force politique des images già dal titolo e dai sottotitoli propone uno spostamento di prospettiva, inquadrando l'affresco non tanto come la traduzione di una "teoria" politica di stampo comunale e repubblicano, necessariamente un po' astratta e atemporale, ma nella concretezza delle urgenze e delle specificità degli anni in cui l'opera fu commissionata e realizzata. In seguito a gravi crisi finanziarie e creditizie, al generale deteriorarsi delle esperienze democratiche, all'avanzata di città concorrenti, al passaggio al regime signorile di molti Comuni, al rischio sempre presente della discordia interna, nel 1338 Siena sente crescere la paura della tirannia come possibile opzione.
Un buon governo in fondo non è il governo delle virtù o il governo della giustizia; un buon governo è quello che produce buoni effetti, prosperità, soprattutto la pace. E se un governo comunale, libero, non fosse più in grado di produrre tali effetti, non sarebbe forse meglio consegnarsi alla pace di una Signoria? Alla prosperità pacificata della tirannia? Sono questi i dubbi che sembrano agitare la vita pubblica. E l'angoscia del Comune è la seduzione che la Signoria sembra esercitare sempre di più tra i cittadini. Boucheron rilegge l'affresco seguendo questo filo, storicamente molto concreto, e propone di considerare che il tema di fondo non sia il semplice cattivo o buon governo, ma la guerra e la pace. Di qui è la pace e di là è la guerra, sembra suggerire Lorenzetti ponendole l'una di fronte all'altra. Il pericolo però non viene dall'esterno, perché il doppio del Comune è proprio la tirannia. Quello che va mostrato ai cittadini è che l'idea che ci si possa pacificare, che si possano placare le tensioni interne, che si possano spegnere le paure consegnandosi a un tiranno è un'illusione, perché la tirannia è consustanziale alla guerra. Se la popolazione, stanca e delusa di una pace comunale sempre messa in questione – proprio come stanca e delusa sembra l'allegoria della pace raffigurata come una donna da Lorenzetti – crede che il passaggio alla Signoria sia l'esito conveniente e risolutore dell'esperienza comunale, allora è necessario mostrare a tutti che la pace del tiranno è foriera di uno stato di guerra più grave e permanente, che la pace faticosa della libertà è l'unico vero sentiero percorribile.
Lo mostrerebbe la parete nord dell'affresco, che rappresenta la pacificazione della città nella giustizia, come alcuni studi di R. M. Dessì hanno mostrato con dovizia di particolari: un vecchio venerabile, che è il bene comune stesso, assiste alla pacificazione della città, punendo i nemici ma operando nella giustizia, contrariamente a qualsiasi presunta pace del tiranno. Era allora necessario scongiurare la paura, mobilitare i cittadini per il rafforzamento della pace nella giustizia e nella libertà, mostrare quanto ambigua, oscura e alla lunga impossibile fosse invece la pace di quella tirannia che forse molti stavano già attendendo e anzi evocando, e che era già presente in tante città italiane, che in fondo era legata come il suo doppio oscuro, allora come sempre, alla libertà. Era dunque forse proprio questo l'imperativo di Siena nel 1338, rappresentato dall'affresco del Lorenzetti. E del resto meno di vent'anni più tardi, nel 1355, dopo la tragica cesura della peste, una rivolta popolare sovvertirà le istituzioni comunali consegnando la città a una nuova esperienza, quella della Signoria.

Commenta la notizia

Ultimi di sezione

Shopping24

Dai nostri archivi