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Questo articolo è stato pubblicato il 24 agosto 2014 alle ore 08:13.

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Edimburgo, 19 Settembre 2014
«La rabbia scozzese fa paura, è la più terribile». Daniel Defoe era consapevole dei rischi della missione a Edimburgo, ma pur di star fuori di galera e mantenere i sette figli li corse tutti, dandosi un gran daffare a pagare bustarelle ai parlamentari di Scozia per convincerli, nel 1707, a unirsi con l'Inghilterra. Se l'avessero scoperto, la rabbia oltre il Vallo avrebbe travolto lui e minacciato Londra, colpevole di aver fatto di uno scrittore una spia con licenza di corrompere. La storia sarebbe stata diversa e oggi, 19 settembre 2014, soltanto un giorno come un altro. Trecentosette anni dopo quell'esercizio di illecite elargizioni per la causa di un Regno in via d'unificazione, all'autore di Robinson Crusoe, non resta che rigirarsi nella tomba. Tanti sforzi, tanto azzardo, tanta paura: tutto ridotto in niente per la volubile volontà di qualche cameriere greco o, magari, di qualche studente italiano.
Lo spoglio per il referendum sull'Indipendenza scozzese che s'è tenuto ieri, 18 settembre, è finito. Le televisioni fino a qualche ora fa presentavano i sondaggi con YouGov, Icm, Mori tutti compatti nell'indicare che la missione impossibile del vecchio Daniel avrebbe retto alle tentazioni della modernità. Gli scozzesi – suggerivano gli opinion polls dell'ultimo istante – vogliono il mantenimento dell'Unione con Londra, sono favorevoli a issare, per secoli ancora, la bandiera del Regno Unito, quell'Union Jack che è principalmente – non esclusivamente – prodotto della sovrapposizione della croce, inglese, di San Giorgio e della croce, scozzese, di Sant'Andrea.
Le urne hanno detto il contrario. È «Sì», ma all'Indipendenza. Per un'incollatura, direbbe un cronista di ippica, qualche centinaio di voti appena, che si pensa possano essere stati buttati nell'urna da cittadini europei residenti temporaneamente in Scozia. I più radicali e i più delusi sostengono, in realtà, che possa essere la vendetta contro il corruttore Daniel Defoe, contro quel misfatto d'altri tempi: mazzette pagate, oggi, a immigrati del mezzogiorno e del l'oriente d'Europa, "comperati" per dire «No» al resto del Regno Unito. Altri, invece, pensano che sia stato addirittura un complotto ordito dai partners Ue per attutire le conseguenze del minacciato addio di Londra da Bruxelles. Il «Sì» all'indipendenza di Edimburgo – recita questa tesi – spingerà il resto della Gran Bretagna verso il divorzio dall'Unione in occasione del referendum che il premier David Cameron terrà nel 2017. Senza gli scozzesi la bilancia del voto popolare anglo-gallese scivolerà certamente verso la separazione dai partner comunitari, ma almeno Edimburgo, divenuta indipendente ed essendo eurofila, sarà salva nel consesso Ue.
Bagatelle per un massacro, affidandosi a un'ovvietà che calza a pennello alla storia di oggi. La più fervida dietrologia non darà risposte certe per capire che cosa abbia davvero determinato quest'accelerazione verso l'addio dopo tre secoli di comune esistenza. Se è vero che il voto dei cittadini europei stranieri, ma residenti in Scozia, ha pesato tanto da determinare la sorpresa, qualche ripensamento sul "franchise" della consultazione andrebbe fatto.
Perché far votare stranieri di passaggio o quasi, negando il diritto di esprimersi agli scozzesi che vivono a sud del Vallo?
La polemica impazza, ma il cerino già brucia. In diciotto mesi – tanto ci vorrà per la transizione – nascerà uno Stato e ne morirà un altro. Il Regno (dis)Unito perde un decimo della sua popolazione, un terzo del proprio territorio e il 90% del gettito fiscale dal petrolio del Mare del Nord.
Gli sherpa del governo inglese e di quello scozzese, narcotizzati da sondaggi tanto conformi, sono stati tirati giù dal letto. Il Royal Mile, nel centro di Edimburgo, appena svuotato dagli artisti del Fringe Festival che ha visto quest'anno moltiplicarsi la presenza di compagnie italiane grazie all'intraprendenza dell'Istituto di Cultura e ai buoni uffici del Consolato, si va riempiendo di facce nuove. Via le maschere dell'arte, dentro grisaglie e cravatte di tecnici piombati quassù, mentre i politici nazionalisti entrano ed escono da Downing street e da Westminster. Si tratta nella capitale di un Regno ristretto, mentre si soppesa, sul territorio, la divisione degli asset. A chi andrà che cosa, insomma. Il greggio passa quasi in blocco alla neonata entità statale, ma che sarà della sterlina? Edimburgo vuole l'unione monetaria, Londra non la intende concedere. Si teme la corsa dei risparmiatori agli sportelli delle banche.
Per ora non c'è traccia, ma mentre scriviamo non sanno ancora tutti, fra Highlands e Lowlands, che il divorzio è compiuto. O, più probabilmente, (la voce corre su internet, radio, tv) non tutti valutano ancora il terremoto che si sta per scatenare. La Banca d'Inghilterra e il Tesoro si pronunceranno a brevissimo. È urgente, crediamo.
Il destino del pound incrocia quello dello stock di debito nazionale che va diviso e che dovrà rientrare in una trattativa globale sui beni del Regno. I territori d'oltremare, per dirla alla francese, finiranno probabilmente a Londra che dovrà indennizzare Edimburgo. I sommergibili nucleari Trident sloggeranno da quassù per trovare collocazione a sud del Vallo. Posti di lavoro distrutti, contratti con la Difesa dissolti. Il Regno (dis)Unito avrà ancora diritto al seggio al consiglio di sicurezza dell'Onu? Una quota (ma come si divide una poltrona per due?) la rivendica la Scozia che, fra l'altro, per reddito pro capite, rischia di superare il resto della Gran Bretagna di molte lunghezze. Il posto al tavolo del G7 è ancora garantito a un baluardo della democrazia (Londra ha accettato la secessione con straordinaria dignità e grande pragmatismo) ma non più a una potenza economica, o, quantomeno, non più nella misura precedente?

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