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Questo articolo è stato pubblicato il 31 agosto 2014 alle ore 08:15.
L'ultima modifica è del 31 agosto 2014 alle ore 13:43.

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Filosofia e informatica
Seneca diceva che il fine delle opere filosofiche è il miglioramento di se stessi. E fin qui, niente di che. Lo pensiamo tutti. Pensiamo che la filosofia, l'arte, la letteratura siano "utili" proprio a costruire le persone, e renderle migliori. (Veramente non so se lo pensiamo tutti. Per la scuola, oggi, stiamo pensando tutt'altro...).
Ma il punto incredibile è che per Seneca il miglioramento di sé era un fine pratico. Pratico! Cioè serviva a vivere. Non per nulla la filosofia (di cui faceva parte anche la scienza!) era considerata "maestra di vita". Darsi alla filosofia non era per niente un'attività fumosa e avulsa dal mondo, adatta ai buoni a nulla. Dovremmo ricordarci di Seneca più spesso. Ad esempio quando introduciamo informatica nelle scuole elementari.
Epica privata
L'altro giorno, in un paese di mare, entro in un'agenzia immobiliare. Volevo informarmi di una casa in affitto, per amici. Il titolare è un uomo brizzolato e abbronzato, calzoni corti, scarpe da vela e polo a righe. Sportivo. Mi accomodo, e faccio per chiedergli dell'annuncio in vetrina che mi ha attratto. Ma comincia a parlare lui. Benissimo. Racconta. È un fiume in piena.
Mi dice da quanti anni dirige l'agenzia, da dove viene, chi era suo padre. Mi mostra la foto del padre. Poi quella della madre e dei fratelli. Una donnina secca e sorridente, con l'aria furba. Mi parla di sua sorella, che non si è sposata e si è dedicata tutta la vita ai genitori. Mi dice come e quando si è ammalata sua madre, e per quanti anni è stata da tutti loro amorevolmente accudita, e che madre speciale era, e come lo ha aiutato a metter su la sua agenzia. Parla per dieci minuti buoni. Io lo guardo, rapita. Non lo interrompo mai, mi spiacerebbe che un pensiero banalmente immobiliare turbasse il suo fluire autobiografico.
Alla fine, mi ha raccontato tutta la sua vita: peripezie, insidie, vittorie, delusioni. E ha usato un tono epico. Insomma, mi ha raccontato la sua personale epopea.
Direte che ho incontrato un agente particolare. Sì, può essere. Ma mi pare molto rappresentativo di tutti noi, di come siamo diventati cantori di noi stessi: auto-aedi, se così posso dire.
L'epica, per definizione, è collettiva. L'epica che conosciamo, che abbiamo studiato e amato, era espressione di un intero popolo, di una comunità estesa che si riconosceva in quelle storie e le tramandava di generazione in generazione, attraverso i secoli, i millenni. Per questo ci è così difficile attribuire un autore ai poemi epici antichi. Forse Omero ce lo siamo inventato proprio perché non sapevamo come fare a concepire l'idea che meraviglie come l'Iliade e l'Odissea non le avesse scritte nessuno, che fossero nate così, come funghi. Inconcepibile per noi, oggi più che mai, che non esista un autore.

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