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Questo articolo è stato pubblicato il 31 ottobre 2014 alle ore 16:39.

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Districarsi nella discografia dei Rolling Stones non è mai stata operazione agevole. Croce e delizia dei collezionisti, costretti spesso a sforzi economici straordinari, è il periodo anni Sessanta della band (i cosiddetti «Decca Years»), con quella non perfetta simmetria tra gli album usciti sul mercato britannico e le edizioni americane a confondere non poco le idee. Senza contare b-sides, outtakes e bootleg più o meno ufficiali che in cinquanta anni e passa hanno affollato rivendite fisiche e digitali.

Alla faccia della sterminata bibliografia dedicata a Jagger e soci, qui in Italia mancava un contributo «manualistico» che mettesse un po' d'ordine. Finalmente è arrivato, lo pubblica Giunti, porta la firma di Paolo Giovanazzi e si intitola «Il libro nero dei Rolling Stones. La storia e le storie di tutte le canzoni». Il concept è chiaramente un sequel del «Libro bianco dei Beatles» che Franco Zanetti, sempre per l'editore fiorentino, diede alle stampe due anni fa. Una guida che, anno dopo anno, mette in fila le canzoni degli Stones in ordine di uscita, spiegando «chi fa cosa» e inserendo aneddoti sulle circostanze in cui furono concepite nonché relative reazioni di pubblico e critica. Non ce ne voglia Zanetti - che qui è rimasto dietro le quinte nelle vesti di curatore – ma stavolta l'utilità dell'opera è perfino superiore a quella del «Libro bianco», probabilmente perché sui Fab Four esisteva sovrabbondanza di materiale (vedi «The Beatles. L'opera completa» di Ian McDonald), mentre nella vicenda dei Glimmer Twins tutto sommato qualche punto oscuro su cui fare luce rimane. E qui interviene Giovanazzi che, con perizia e passione, incrocia le fonti e ne trae le debite conseguenze. Con il pregio di non risultare mai didascalico. Vedi alla voce «Under my thumb», memorabile brano di «Aftermath» a proposito del quale l'autore scova una testimonianza della sociologa francese Camille Paglia che ricorda l'ira delle femministe americane dei Sixties che vedevano nella canzone un'esplicita dichiarazione di maschilismo messa in musica. O «Out of Time», pretesto per raccontare la dimestichezza con la quale la buonanima di Brian Jones si cimentava con successo con strumenti che non aveva mai visto in precedenza (come appunto la marimba). O «Wild Horses», testimonianza musicale del legame speciale che univa Richards al padre dell'alternative country Gram Parsons. O ancora «Star Star», ennesimo scippo a Chuck Berry che passò alla storia come una sorta di fenomenologia politicamente scorretta del «groupismo», perché dietro ogni donna, secondo quel vecchio diavolo di Mick, c'è una potenziale «starfucker». Insomma: un libro da leggere dall'inizio o piuttosto da consultare alla bisogna. Un libro che ciascuno dei 70mila che l'estate scorsa hanno affollato il Circo Massimo farebbe bene a tenere a portata di mano.

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