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Questo articolo è stato pubblicato il 02 novembre 2014 alle ore 08:15.

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Due raffinatissime figure femminili costrette nello spazio di una metopa: l'una, con splendidi capelli a treccia e una veste plissettata se ne sta accosciata per terra, l'altra, più sobria con una cuffia che ne raccoglie i capelli corti le si oppone nella stessa posizione ma del tutto capovolta a testa in giù. È un bassorilievo del XII sec. appartenente a quel gioiello che è la cattedrale di Modena. Gli storici dell'arte l'hanno decifrato come una rappresentazione simbolica degli "antipodi", i due poli dell'essere e dell'esistere. Questa immagine, che pochi conoscono, campeggia sulla copertina di un libro dal titolo altrettanto sorprendente, Il Dio capovolto, un lemma metaforico destinato a illustrare il paradosso della fede cristiana.
La spiegazione la si trova a pagina 60 ove viene presentato questo ribaltamento "antipodico": nel cristianesimo «non è l'uomo che muore per Dio, ma Dio per l'uomo. Per l'immaginazione religiosa degli uomini, è normale pensare che l'uomo sia pronto a dare la vita per Dio, ma il vangelo racconta che un Figlio di Dio ha dato la vita per l'uomo. Il movimento è – appunto – capovolto». Lo "spettacolo" della croce (questa formula era cara alla poetessa Alda Merini che vi attribuiva significati non solo teologici) diventa, perciò, la parabola cristologica e cristiana per eccellenza e la risurrezione ne è il complemento necessario perché altrimenti sarebbe solo un uomo che lassù eroicamente muore e non un Dio che, pur morendo, conserva in sé lo statuto della divinità e quindi dell'eternità. Non per nulla il Vangelo di Giovanni sulla croce presenta un Cristo inchiodato e sanguinante eppur regale e luminoso.
Spiegato il titolo, si è già condotti nel genere del saggio, scritto a quattro mani da due teologi comaschi, entrambi docenti alla Facoltà Teologica di Milano, Bruno Maggioni, uno dei maggiori artefici della conoscenza biblica nell'ambito ecclesiale italiano, e un più giovane ma già affermato docente, Ezio Prato. Il percorso, infatti, vorrebbe guidare il credente – ma anche chi è interessato a comprendere un sistema di pensiero, di storia, di vita, di morale, di cultura capitale nell'Occidente (ma non solo) – all'interno della struttura genetica del cristianesimo, se si vuole nella sua specifica originalità. Detto in termini più "tecnici", siamo in presenza di un abbozzo nitido ed essenziale di quella che è denominata come "teologia fondamentale". Essa non è riducibile – anche se la ingloba – alla tradizionale "apologetica" che ebbe, comunque, nella storia secolare del cristianesimo alti esponenti, a partire dal II sec. con le due Apologie di Giustino.
Aggrappata al nodo che vincola ragione e fede, «la natura dell'apologetica – come scrivono i nostri autori – è quella di essere un sapere il più possibile oggettivo e razionale. Il suo compito è quello di introdurre il vero e proprio sapere della fede che costituirà l'oggetto della teologia dogmatica» (pag. 244). Questo approccio si è non di rado trasformato da razionale in razionalistico e intellettualistico, in autodifensivo e polemico, ricalcando l'attitudine, sia pure in senso antitetico, della critica anticristiana. Ben più ampio è, invece, l'orizzonte che si apre davanti alla teologia fondamentale: esso è delineato da questo saggio in una trilogia che costituisce anche l'ossatura della trattazione. Innanzitutto entra in scena la comunicazione divina, che ci precede e che squarcia i cieli della trascendenza per entrare nelle coordinate della storia e dello spazio umano: è quella che viene denominata come la rivelazione il cui cuore è appunto nel "Dio capovolto" che si manifesta in Gesù di Nazaret crocifisso.
A questo punto s'innesta il secondo pilastro: quali sono le prove che avallano la credibilità di un simile svelamento divino? Le vie della verifica sono molteplici, a partire da quella storica, considerata la qualità dell'ingresso di Dio nel mondo attraverso la figura concreta di Gesù Cristo. Il capitolo dedicato all'investigazione critica su queste tracce lasciate nella polvere delle strade e degli eventi del I secolo è particolarmente suggestivo nella sua capacità di annodare in una documentazione ben strutturata materiali molto complessi e questioni fluide e aggrovigliate. Ma la via più originale per sostenere la credibilità della rivelazione cristiana è – agli occhi dei nostri autori – quella "estetica" che attinge la sua sostanza alla riflessione di uno dei maggiori teologi del '900, Hans Urs von Balthasar, di cui Prato è conoscitore e interprete qualificato. Il principio estetico intreccia in sé bellezza e amore che sono nel cuore stesso del messaggio e dell'evento cristiano (il "Dio capovolto" appunto), divenendo così motivazione efficace di credibilità, radice profonda dell'unicità del fenomeno cristiano.
È sulla scia di questa traiettoria che si diramano anche le altre vie di verifica, come quella esistenziale e il valore universale delle vicende cristiane. Proprio da questa elencazione si comprende quanto sia vasto, significativo e incisivo questo secondo quadro del trittico riservato alle ragioni di affidabilità e credibilità della realtà costitutiva del cristianesimo. Si tratta di pagine che penso risultino interessanti per attuare l'impegno che s. Pietro nella sua Prima Lettera suggeriva ai cristiani, cioè quello di «rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi». E continuava: «questo, però, sia fatto con dolcezza, rispetto e retta coscienza» (3,15-16). Lo stile piano, l'argomentazione pacata e l'opzione per la "via estetica" vengono incontro in questo testo proprio all'appello di Pietro.

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