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Questo articolo è stato pubblicato il 23 novembre 2014 alle ore 08:15.

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Nel film Until the end of the world, Wim Wenders immaginava un futuristico paio di occhiali capaci di restituire sotto forma di rappresentazione visiva le figure catturate nei sogni delle persone. Per quanto in modo utopistico, si postulava già l'uso di una weareble technology, una tecnologia da indossare. Epigoni di questo immaginario, noi oggi assistiamo alla produzione – non ancora alla diffusione di massa – di Google glass: occhiali tecnologici che permettono a chi li indossa, per mezzo di uno schermo quasi invisibile installato nell'angolo superiore destro, di ottenere informazioni sul mondo circostante e di effettuare operazioni quali scattare foto e filmati per condividerli in rete. Sarà il ritrovato tecnologico capace un giorno di mutare le nostre abitudini di vita? Pietro Montani, nel saggio Tecnologie della sensibilità. Estetica e immaginazione interattiva, offre un contributo fondamentale sul tema della relazione tra percezione immaginazione e tecnologia, mostrandoci in modo esemplare quale sia il compito della filosofia: riflettere in modo critico su una questione di estrema urgenza sul piano sia cognitivo sia politico. Nell'era dei social network e della realtà virtuale, ciascuno riesce con facilità a caricare, scaricare o manipolare immagini sulla rete, e ha almeno una volta provato l'ebbrezza di smarrirsi nella realtà simulata di un videogame; tuttavia non per questo si può dire che possieda strumenti critici adeguati a gestire un così massiccio commercio immaginifico. Rispetto agli ambienti virtuali "classici", i Google glass non processano mondi immaginati, ma la realtà stessa in cui viviamo, alterando la nostra percezione di essa e il nostro modo di approcciarla. Si tratta di una protesi tecnologica capace di aprirci a una realtà «aumentata» (augmented reality), capace di inglobare nella nostra percezione altre immagini e miriadi di informazioni. Partendo da alcune categorie-chiave del pensiero estetico – quali lo «schema» kantiano e la nozione di «esperienza» di Dewey – e assumendo l'ottica critica delle Tesi di filosofia della storia di Benjamin, Montani compie un'analisi profonda dei concetti di interattività, di immaginazione e di tecnica. Per interattività generalmente si intende l'interfacciamento delle nostre attività percettivo-motorie con un ambiente simulato di realtà virtuale. Eppure, osserva l'autore, la nostra immaginazione è già di per sé naturalmente "interattiva", essendo caratterizzata da una vocazione spontanea all'interazione coll'ambiente circostante, dal quale viene continuamente stimolata e sul quale interviene incessantemente in modo creativo per modificarlo. L'immaginazione umana ha una vocazione «tecno-estetica» specie-specifica: si esternalizza in tecniche sempre più raffinate, mediante le quali accresce il proprio potenziale percettivo e la propria libertà di intervento creativo sul mondo.
Ora, però, seguendo il pensiero di Dewey, ci si chiede se destinarsi a vivere in un mondo già pre-processato non muti l'essenza profonda dell'esperienza umana, ovvero se «un eccesso di delega tecnica nei confronti dei dispositivi nei quali si prolunga la sensibilità umana non comporti un'interruzione del carattere genuinamente interattivo della nostra relazione con l'ambiente». Siamo sicuri che fare esperienza del mondo "aumentato" tramite Google glass sarà cognitivamente stimolante tanto quanto lo è farla nel normale mondo non-aumentato? Non si corre il rischio che un approccio, non più libero, a una realtà già pre-processata e iper-informatizzata comprometta entrambi i piani percettivo e immaginativo? Ci troviamo davanti a un bivio epistemologico che ha delle ricadute anche in ambito politico, perché sempre più spesso ormai lo spazio fisico è medializzato e le immagini che vi vengono continuamente prodotte hanno assunto il valore di un immenso archivio collettivo globale dal destino ancora incerto. Quando indosseremo i nostri occhiali tecnologici, subiremo passivamente le informazioni imposteci dal sistema digitalizzato? Oppure potremo usufruire di una sensibilità e di una creatività immaginativa potenziate? Entrambe le opzioni sembrano possibili, al momento, ma si tratta di compiere una scelta, e l'arte contemporanea impegnata sul fronte delle tecnologie digitali è un ottimo campo di prova. Indossando gli occhiali digitali, dunque, dovremo eseguire, come nel film Essi vivono di Carpenter, compiti prestabiliti? Oppure riusciremo davvero a vedere, e a vivere, i meravigliosi sogni di Wenders?
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Pietro Montani, Tecnologie della sensibilità. Estetica e immaginazione interattiva, Raffaello Cortina, Milano,
pagg. 104, € 12,50

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