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Questo articolo è stato pubblicato il 28 novembre 2014 alle ore 07:32.

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Una trilogia sulla fede si aggira per il mondo. L'ha scritta Marilynne Robinson, una signora di settant'anni con i capelli bianchi e la riga di lato che è nata nell'Idaho, insegna scrittura creativa, scrive sulle più importanti riviste letterarie e, con il primo di questi tre romanzi, ha vinto il Pulitzer. Era il 2005 quando Gilead (dal nome della cittadina dell'Iowa teatro delle tormentate vicende di pastori congregazionalisti e presbiteriani, dei silenziosi complicati equilibri fra mariti, mogli, padri e figli che trovano e smarriscono Dio) fu candidato al premio più importante d'America. Al Pulitzer la Robinson era arrivata vicina già venticinque anni prima, con il suo acclamato esordio che però era ambientato altrove. Nel 2005 se lo aggiudica, e da allora non è più sceso il sipario sulla cittadina che la ossessiona: nel 2008 è uscito Home, e adesso Lila per Farrar, Straus & Giroux (in Italia sarà tradotto da Eva Kampmann per Einaudi, come già gli altri due).

Gilead evocava fin dal titolo il luogo che nell'immaginario dell'autrice comprime e condiziona ogni evento, azione, personaggio; il secondo romanzo si chiamava con un sostantivo, “casa”, che tormentava il lettore con una domanda morbosa e terrificante (dov'è che ci sentiamo a casa per davvero?); il terzo si presenta con un nome proprio di persona, segnando uno scarto narrativo. C'è la solita cittadina biblica e costipata, e c'è ancora un rapporto controverso con la ricerca di stabilità, ma c'è soprattutto la vita di una donna («L'unica cosa che hanno in comune i miei romanzi è un personaggio complesso che ho voglia di approfondire», ha dichiarato la Robinson alla Paris Review, e qui ha l'occasione di sviscerarne uno fra i più interessanti). Chi è stato a Gilead nei romanzi precedenti ha già incontrato Lila: è la giovane moglie di padre Ames, l'io narrante del primo libro.

Qui la ritroviamo piccola, abbandonata e trascurata, presa con sé e tirata su da una vagabonda: «Doll era la donna più sola al mondo, e lei la bambina più sola al mondo, ed eccole là, insieme, a scaldarsi l'una contro l'altra sotto la pioggia». Doll diventa una madre di fatto, mentre Lila è già, in bozzolo, la sé stessa adulta: un essere umano fragilissimo e potente che reagisce alle offese della vita, alla povertà e al degrado, scegliendo di volta in volta di resistere o adattarsi, di nascondere l'orgoglio oppure ostentarlo. La domenica in cui la nostra protagonista entra nella chiesa di Ames, un triste pastore vedovo e senza figli che passa le giornate a scrivere sermoni e la sera va a letto presto (un personaggio dalle abitudini austeniane e dall'inquietudine brontiana), cambierà la vita di entrambi. Lui ha sessantasette anni, lei circa la metà. Lei non è bella, non è armoniosa, non ha modi gentili e guarda tutto con occhi tristi. Parlano delle rose, parlano del giardino. Lui nasconde o esagera l'imbarazzo di chi si è innamorato all'istante; lei si abbandona a lunghi silenzi, si concede frasi secche, imperative. Come tutte le persone sopravvissute alle proprie disgrazie, non sente il bisogno di doversi spiegare né tantomeno giustificare. Si arrendono presto, per vie tortuose e dialoghi ellittici, al destino che li ha fatti incontrare per salvarli – per che altro, sennò? Non importa che lui sia colto e lei ignorante, non importa da quale inferno venga lei o quanta vita abbia davanti lui. Non importa che lei abbia fatto la prostituta, con scarso successo e un'ostinata resistenza ai tacchi, né che lui abbia visto morire la moglie e il figlio che stava mettendo al mondo.

Nel meraviglioso, decisivo dialogo con l'uomo che diventerà suo marito, Lila mette in scena le sue contraddizioni: arrossisce e sente le guance bollenti, dopo avergli chiesto di sposarla ci ripensa: «Non posso». Ha un problema con i sacramenti, è pur sempre la piccola nomade cresciuta senza religione: «Non riuscirò mai a stare in mezzo alla gente e farmi battezzare. Detesto quando mi guardano». Sarà battezzata subito dopo con l'acqua del fiume: secondo Ames il momento febbrile che stanno vivendo rientra nelle «circostanze speciali» previste dal catechismo, si può fare a meno della Chiesa, bisogna sbrigarsi. C'è una circostanza più speciale dell'amore? Lui la ama da subito, la ama pazzamente. Lila Dahl si avvia a essere Lila Ames, ma sarà sempre e solo Lila per tutta la vita («Non è il mio vero nome», resiste ancora – è un nome scelto da Doll, nessuno sa come si chiamava prima, «Non importa. È un bel nome. Se ti battezzo così, ti chiamerai così»).
Nella scrittura della Robinson trovano posto la profondità grottesca di Faulkner, la crudezza di Flannery O'Connor e la grazia di entrambi. Nei suoi libri compare l'unico Dio di cui possa importare a chi crede e a chi non crede, quello alla cui porta deve aver picchiato Simone Weil quando constatava che «il Dio che dobbiamo amare è assente». Questa mancanza precipita sulle ingiustizie, sul dolore, sulla ribellione, sull'amore. Con vertici di splendore, e di puro malessere, Lila racconta il solo aspetto del divino che può interessare la letteratura: l'umano. È un romanzo sulla solitudine disperata e sulla diffidenza più cupa, sulla vergogna e sulla seduzione; è un romanzo che finge di parlare di Dio, e intanto racconta i precipizi di quelli che lo cercano.

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