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Questo articolo è stato pubblicato il 19 dicembre 2014 alle ore 07:07.

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Il mondo non sarebbe un posto più felice se il 90 per cento delle persone che oggi lavorano si mettessero comode in poltrona lasciando che siano i robot a faticare? Perché l'ultima casa che abbiamo comprato non costava il 5 per cento di quello che l'abbiamo pagata? E per quale motivo noi e i nostri figli non dovremmo godere un giorno di energia illimitata e a buon mercato ricavata dalla fusione nucleare, e vivere molto più a lungo?

Sono domande come queste che tengono occupato Larry Page. A quarantun'anni, il cofondatore e amministratore delegato di Google si sta ritagliando tempo libero per pensare in grande. Recentemente, una riorganizzazione interna ha trasferito buona parte della gestione corrente di Google a un suo braccio destro, lasciandogli spazio per dedicarsi ai suoi progetti più ambiziosi. Il messaggio è: l'internet company più potente del pianeta è pronta a scambiare i proventi del suo monopolio nel campo dei motori di ricerca con una fetta della manna tecnologica del prossimo secolo.

Immaginando le possibilità che si stanno aprendo di qui ai prossimi cent'anni, Page dice che «probabilmente riusciremmo a risolvere molti dei problemi che abbiamo come umanità».

È passato un decennio dalla prima ondata di idealismo che accompagnò il collocamento in Borsa di Google, e ormai la retorica googoliana del dont'be evil e del fare del mondo un posto migliore ormai sembra un po' scolorita. Il potere e la ricchezza del colosso di Mountain View hanno suscitato risentimento e scatenato reazioni ostili, soprattutto in Europa, dov'è in corso un'inchiesta sull'uso che fa Google del suo potere monopolistico nel campo delle ricerche su internet.

Ma Page ribadisce fino alle virgole i principi altruistici e le smisurate ambizioni che lui e l'altro fondatore, Sergey Brin, hanno proclamato in tempi apparentemente meno sospetti. «Il benessere della società è il nostro obiettivo primario», sostiene. «Abbiamo sempre cercato di dire questo, con Google. Forse non ci siamo riusciti come avremmo voluto».

Anche la celebre missione aziendale di Google, «organizzare l'informazione mondiale e renderla accessibile e utilizzabile per tutti», non è grande abbastanza per quello che ha in mente ora Page. Lo scopo è usare il fiume di denaro che entra dagli annunci pubblicitari legati alle stringhe di ricerca per piantare dei paletti nelle industrie del futuro, dalle biotecnologie alla robotica. Quando gli chiedo se questo significa che Google ha bisogno di una nuova missione aziendale risponde: «Penso di sì, è probabile». E quale dovrebbe essere? «Su questo ci stiamo ancora lavorando».

Durante il nostro incontro per un'intervista a tutto campo nel quartier generale della sua azienda, nella Silicon Valley, Page ha messo in mostra il suo caratteristico stile personale incerto e titubante, in forte contrasto con la sicumera inappellabile della maggior parte dei capitani d'industria. Indubbiamente consapevole della responsabilità supplementare che deriva dal gestire un'azienda con 55mila dipendenti e sempre più sotto i riflettori, sceglie anche con cura le parole, più di quanto non facesse un tempo. Quelli che non sembrano affatto cambiati, però, sono l'ambizione e l'esuberanza delle sue idee (anche se, ora che è padre di due bimbi piccoli, dice di essere diventato più attento a problematiche di lungo periodo come l'istruzione).

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