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L’Italia che ispirò Escher in mostra a Bologna

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ARTE

L’Italia che ispirò Escher in mostra a Bologna

Le opere di uno degli artisti, Maurits Cornelis Escher, meno amati dalla critica ma più apprezzati da pubblico e matematici, approdano a Bologna. Dopo il successo della mostra al chiostro del Bramante a Roma, l'hanno visitata più di 250mila spettatori, fino al 19 luglio il percorso espositivo si trasferisce a Palazzo Albergati, lo storico edificio del ‘500 di via Saragozza, riaperto lo scorso anno dopo l'incendio del 2008.

Nelle numerose sale affrescate è possibile ammirare 150 opere, xilografie, litografie, disegni a matita e numerosi omaggi di altri artisti e registi, (opere, sculture, video copertine di riviste e libri) che si sono ispirati al maestro olandese. Presenti alcuni dei suoi capolavori più noti come “Mano con sfera riflettente”, “Giorno e notte”, “Altro mondo II”, “Casa di scale” (relatività), Nastro di Moebius II, “Lo spettro magico” e l'ultima enigmatica incisione “Serpenti” che risale al 1969, tre anni prima della morte.

Molto interessante è la prima delle sei sezioni dedicata alla formazione intitolata “l'Italia e l'ispirazione Art Noveau” perché svela l'arte meno conosciuta di Escher, che dal 1923 al 1935 si trasferì nel nostro Paese, sposandosi a Viareggio, vivendo a Roma a Monteverde Vecchio, in una casa di Via Poerio, di cui si possono ammirare le piastrelle di maiolica da lui realizzate. Il primo approdo sul suolo italiano avvenne nel 1921 quando visitò Firenze in vacanza con i genitori. L'anno dopo tornò in Toscana con amici, la sua meta preferita, e visitò da solo San Gimignano e Siena per poi dirigersi in Umbria e Genova. La bellezza dei luoghi e dei paesaggi ammirati nella sua lunga parentesi formativa italiana si riflettono sulle opere esposte “Tetti di Siena” del 1922, “Barbaro romano” del 1929, “Castrovalva” (Abruzzi) del 1930, “Rossano” (Calabria) sempre del 1930, nei “Notturni romani” del 1934 e nelle xilografie che rappresentano l'interno e il colonnato di San Pietro del 1934 fino al Chiostro di Monreale del 1935. La capitale, che elesse a sua dimora, è però quella meno raffigurata, poiché come ammise in alcune lettere agli amici: “Quando vissi a Roma per dodici anni non ho guardato quasi a nulla”. Ad attrarlo non era l'opulenza barocca, né gli antichi reperti bensì la dimensione più notturna e onirica: “La sera, dopo le otto, fino alle undici e anche mezzanotte, disegnavo la meravigliosa, bellissima architettura di Roma di notte, che mi piaceva di più di quella alla luce del giorno. Le passeggiate notturne sono il più meraviglioso ricordo che ho di Roma”.

Nelle altre sezioni “Superfici riflettenti e metamorfiche”, “Metamorfosi, dall'Alhambra alle tassellatura” (i motivi ornamentali della fortezza moresca a Granada influenzarono profondamente le opere successive), “Paradossi geometrici: dal foglio allo spazio”, “Economia escheriana ed Eschermania” sono esposte invece i lavori successivi che hanno decretato dopo la morte la sua fama. Come racconta Federico Giudiceandrea, imprenditore e tra i maggiori conoscitori e collezionisti al mondo, Escher è considerato “l'artista che più di altri è caro alle persone di scienza, in particolare ai matematici, ma che in vita poté godere di pochi riconoscimenti… Aveva una formazione che non andava oltre alle scuole superiori, e solo negli anni Cinquanta, grazie ai suoi studi sulle simmetrie, divenne amico di matematici e scienziati: il canadese H.S.M. Coexter, che gli illustrò le tecniche delle proiezioni iperboliche di Poincaré, il fisico inglese Roger Penrose, la cristallografa MacGillavry e Bruno Ernst, monaco e insegnante di matematica con il quale amava discutere della struttura delle sue opere”.

Più complesso, come si legge ancora sul catalogo, il suo rapporto con gli artisti e la cultura hippie che, negli anni Sessanta, elessero le stranezze dei mondi escheriani a rappresentanti iconografiche del movimento. Le immagini di “Sogno” “Rettili” e di molte altre opere vennero riprodotte su poster, t-shirt copertine di dischi senza alcuna autorizzazione, contribuendo a diffondere oltre Oceano la sua arte senza riconoscergli il copyright. Anche a causa di questo saccheggio che ricorda ancora, Giudiceandrea, Escher si rifiutò di dare nel 1969 il permesso a Mick Jagger di produrre un disegno ad hoc o di utilizzare le opere per le cover degli album dei Rolling Stones.

L'esposizione è prodotta da Arthemisia Group, in collaborazione con la Fondazione Escher, curata da Marco Bussagli e si avvale dei numerosi prestiti provenienti dalla Collezione di Federico Giudiceandrea che in conferenza stampa ha confessato: “Le opere le conservo al buio perché si deteriorano, questa è una delle occasioni in cui le posso vedere tutte”.

Per approfondire al meglio la complessità dell'arte escheriana e la ricchezza del percorso, il consiglio è di dedicare almeno un paio di ore alla visita. Tutte le informazioni sono disponibili su: Palazzo Albergati - Escher

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