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Ilaro-tragedie mafio-camorriste

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Ilaro-tragedie mafio-camorriste

  • –Filippo La Porta

Di romanzi, film, inchieste, fiction su mafia e camorra non ne possiamo più. Non accrescono le nostre conoscenze né ci educano a una migliore sensibilità morale. E anzi tendono tutti a spettacolarizzare una realtà desolatamente prosaica, a riproporre una retorica narrativa prevedibile - quasi un sottogenere pulp - con le sue ambigue mitologie d’accatto (o quella dei criminali o quella dell’autore stesso, eroe senza macchia). La prima parte di Bosseide. La fascinazione del male (Gaffi editore, Roma, pagg. 238, € 14,90), secondo romanzo - ispirato al mondo camorristico - di Nando Vitali, tende a rientrare nel sottogenere, con qualche incertezza compositiva e un po’ di “colore” convenzionale, ma la seconda parte se ne libera del tutto grazie ad una invenzione drammaturgica straordinaria.

E proprio qui suggerisce una rappresentazione di Napoli che evita oleografie e stanchi cliché, una rappresentazione libera dal pittoresco racconto “coloniale”, e che fortunatamente ritroviamo pure in alcuni libri recenti, come il potente Il genio dell’abbandono di Wanda Marasco (Neri Pozza, Milano, pagg.352, € 17,00), romanzo- biografia dello scultore Vincenzo Gemito (dove il dialetto incide le cose per estrarne una verità nascosta), e Napoli appesa a un filo (Iemme, Napoli, pagg. 128, € 12,90) di Francesco Costa, otto racconti ilarotragici in cui la “follia” della città si declina in forma di commedia lieve e disturbante. Ma vorrei citare anche il ritorno di un “classico” novecentesco che discende nel ventre di Napoli, Pelle (Adelphi) di Curzio Malaparte (ora riletto integralmente a Radio3), cui però continuo a preferire Napoli 44 ( Adelphi) di Norman Lewis, reportage onesto e partecipe degno di Orwell. Non discuto la vitalità stilistica dell’iperrealismo di Malaparte, ma ha senso deformare una realtà già in sé deforme? Torniamo a Bosseide. Vitali non fa del suo protagonista un personaggio con un’aura shakespeariana. Il potente Boss, spietato capo criminale, resta lì, arcaico e banale (mozzica a sangue la carne degli avversari, tortura gli “infami”), nella sua dimensione squallida, squallidamente distruttiva e irreale, come quando di fronte ai resti di un bambino sciolto nell’acido commenta che le bolle scoppiettanti gli ricordano i popcorn. Il male che ha in sé non ha niente di abissale o vertiginoso: nasce da una sanguinante vicenda famigliare, da orrende umiliazioni subite, e somiglia a un angusto sottosuolo che raccoglie i veleni della nostra società. Eppure Boss, come ogni essere umano, è pascalaniamente aperto anche all’assoluto, al contatto con una verità abbagliante, alla misteriosa nostalgia del bene: dopo quel commento beffardo starnutisce rabbiosamente e i suoi occhi si riempiono di lacrime che scivolano sulla barba mal fatta.

Per raccontarlo Vitali si affida alla testimonianza del fedele amico d’infanzia don Antonio, “o’cecato” (ha perso la vista in un incidente causato da gelosia), viso d’angelo e cantante di strada (gli canta Indifferentemente), che segue rovinosamente Boss, «la sua ombra malefica che sapeva di morte, ma che prometteva l’eternità». Un romanzo scritto in una prosa densa, materica, a tratti olfattiva: l’aria nella cella dove si interrogano i malcapitati era pesante, «un odore di umido, piscio e sangue» (l’odore forte e asprigno del sangue è mescolato a quello della cipolla che sfrigola nel tegame), mentre «la luce cadeva da un neon gelata». Nella prigionia del bambino un odore di borotalco e medicinali. Perfino il lezzo di arancio diventava disgustoso, mischiato a micidiali zaffate di spazzatura marcita. La purezza è già corrotta dall’origine, gli affetti sono guasti dal di dentro, anche se l’amore per la innocente cavalla Maruzzella, che prima correva «felice nel sole» e poi muore avvelenata, è struggente. Il ritratto di Boss evoca le pagine di Canetti sul Tiranno: gettato in un universo cavo senza fine «teme la morte perché era invisibile…». Prova piacere a dare dolore «perché in quel modo la sofferenza era da un’altra parte, non poteva colpirlo». Il tiranno, il capo, dà la morte perché in tal modo si crede illusoriamente di esorcizzarla, di esserne padrone. A Boss uccidono l’amatissimo figlio e allora lui fa sequestrare il figlio dell’assassino per vendicarsi. Con il bambino, recluso in una stanza, il boss - che pure era «impastato di vendetta e fango» - inizia una relazione emotivamente complicata e dagli esiti imprevisti, fatta di sentimenti laceranti, tra odio, simpatia, gioco, pietà per il bambino e per la propria stessa infanzia (tanto che la madresorella, la sciancata Carmela, memore della lettura giovanile dei Promessi sposi, e del personaggio dell’Innominato, si augurava una soluzione meno crudele del solito). Nella penombra Boss vede il viso del bambino, «fermo, senza difese», e gli si accelera il battito del cuore. Poi il bambino gli dirà improvvisamente «Io non credo che tu sei cattivo».

Al male non riesce a credere del tutto, come il principe Miskyn con Rogozin che sta per pugnalarlo, e in un certo senso lo disinnesca. Ma qui Vitali ha una intuizione straordinaria: il bambino si mette a imitare, alla perfezione, il boss e quando esclama - come lui sempre faceva - «Pisciazza, sono solo pisciazza», al Boss viene da ridere con una risata sghemba. Il bambino imitandolo lo mette in scena, gli permette di vedersi dal di fuori, e in un certo senso celebra il rito catartico del teatro, della finzione che rivela la verità e scioglie la maledizione. Nel romanzo di Vitali c’è una riflessione fondamentale su Napoli e il Sud, lì dove «il calore è l’impalcatura che ci tiene tutti uniti…tutti a desiderare la bella giornata, l’invito a sciamare per strada e a non pensare, perché pensare porta alla follia, meglio il sonno, o meglio la malattia del sonno e le belle canzoni di sottofondo». E dove invece l’unica risposta a questo dormiveglia ottenebrato, cullato da dolci melodie, è proprio la veglia critica del pensare: sottrarsi a quel calore appiccicoso in cui sparisce l’individuo, la coscienza, la distinzione bene-male, e rendere finalmente concreta - vera sia per noi che per tutti gli altri - l’utopia della bella giornata.

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