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Gli scrittori, le vignette e noi

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Gli scrittori, le vignette e noi

Nel 2005, in alcuni Paesi, la stampa prese la decisione più coraggiosa e corretta ripubblicando le vignette danesi sul profeta Maometto e, nel gennaio di quest'anno, ha preso la stessa decisione ripubblicando la vignetta su Maometto pubblicata da Charlie Hebdo dopo il massacro. Sono state decisioni corrette perché nel 2005, e di nuovo quest'anno, le vignette rappresentavano una notizia degna di nota alla luce delle proteste violente in tutto il mondo e perché nulla, di quelle vignette, offendeva le norme della buona educazione. Nel mondo anglofono, invece, i grandi mezzi di informazione in generale hanno rifiutato di ripubblicare le vignette. E ora ne vediamo le conseguenze.

È vero, comunque, che nei Paesi di lingua inglese chiunque con un accesso a un computer ha potuto, in un modo o nell'altro, individuare le vignette su internet e studiarsele a fondo. Ma ormai su quelle vignette era impresso un marchio d'infamia. Erano state giudicate scandalose e insensibili, forse addirittura detestabili e intolleranti, dai mezzi di informazione più autorevoli del mondo anglofono. E in queste circostanze moltissime persone hanno guardato le vignette su internet e si sono dette (mi immagino): «Ecco la famosa vignetta danese di Maometto con una bomba nascosta nel turbante. È discriminatoria. È un'incitazione all'intolleranza e al settarismo contro masse di persone innocenti il cui solo crimine è essere povere e oppresse. Oppure, mmh…, in realtà non capisco che cosa ci sia di discriminatorio in questa vignetta. Mi sembra un commento legittimo sull'uso che viene fatto di Maometto. È anche abbastanza divertente. Maometto sembra un pazzo nella vignetta, e mi sembra giusto, se si pensa agli attentatori suicidi, no? Ma che ne so io? Non sono mica un esperto. Ho deciso, è una vignetta discriminatoria. Mi vergogno di essere qui a guardarla».

Oppure i lettori hanno detto: «Ecco la famosa vignetta di Charlie Hebdo dopo il massacro, quella che mostra un Maometto che piange sotto le parole “Tout est pardonné” e un cartello con su scritto “Je suis Charlie”. È una vignetta razzista. In pratica è un'esortazione ad attacchi violenti contro gli immigrati poveri. Oppure, mmh…, non capisco bene che cosa ci sia di razzista in questa vignetta. Mi sembra che raffiguri Maometto come un uomo buono che solidarizza con le vittime del terrorismo. Un bel disegno, tra l'altro. Ma insomma, chi sono io per giudicare? Sì, adesso ho capito: è una vignetta discriminatoria. Spero che nessuno mi veda mentre la sto guardando».

Sì, devono essere stati questi i monologhi interiori dei lettori. Altrimenti non si spiega la polemica letteraria scoppiata il mese scorso negli Stati Uniti intorno al PEN American Center, la branca americana dell'organizzazione internazionale degli scrittori. I dirigenti del PEN American Center hanno deciso di dare, in occasione dell'annuale serata di gala organizzata dall'associazione, un premio ai giornalisti di Charlie Hebdo scampati al massacro. E diversi scrittori ben noti hanno deciso di boicottare l'evento, affiancati da altri duecento che hanno firmato una lettera collettiva di protesta o hanno vergato di loro pugno altre proteste individuali. In tutte, Charlie Hebdo veniva additato come una rivista di destra e razzista, dedita a umiliare i poveri immigrati musulmani francesi.

Queste erano accuse strane, considerando che Charlie Hebdo in realtà è una rivista di sinistra, solidale con gli immigrati. È vero che Charlie Hebdo ha sempre combattuto gli islamisti. Ma l'islamismo è un movimento politico reazionario ed è normale che una rivista tradizionalmente di sinistra lo combatta. Charlie Hebdo ha ristampato le vignette danesi e ha pubblicato vignette originali su temi islamici: e lo scopo di queste vignette era criticare gli islamisti, non gli immigrati. E gli islamisti hanno risposto. Alcuni anni fa qualcuno lanciò una bomba incendiaria dentro la redazione di Charlie Hebdo. Gli islamisti vedono in Charlie Hebdo tutto quello che l'islamismo combatte.

Ma perché gli scrittori americani si schierano dalla parte degli islamisti in questa polemica? Probabilmente, se lo chiedeste a loro, vi direbbero che sulla questione specifica hanno giudicato basandosi sulle prove concrete. Hanno guardato le vignette di Charlie Hebdo e hanno detto: «Sono vignette razziste! Sono disegni che in pratica incitano ad aggredire gli immigrati poveri. Chiunque può vederlo!». Ma il mio sospetto è che la maggior parte di loro abbia guardato solo alla decisione dei mezzi di informazione di lingua inglese di non ripubblicare le vignette. Devono aver pensato che se le vignette erano troppo anche per il New York Times, dovevano essere orribili davvero!

Ma perché gli scrittori americani hanno spinto la loro protesta a simili estremi? Perché hanno scagliato contro i vignettisti francesi insulti e accuse destinati inevitabilmente ad attirare l'attenzione dei media di tutto il mondo? Le comparazioni con i nazisti, poi: perché tirar fuori una cosa del genere?

Vedo che nel frattempo è emersa una spiegazione convenzionale, che attribuisce queste invettive al provincialismo degli scrittori americani, alla loro ignoranza delle lingue straniere, alla loro incapacità di valutare le convenzioni iconografiche di una cultura esotica come quella francese e così via. Potrebbe essere così? Charlie Hebdo ha coltivato una versione politicamente scorretta dell'antirazzismo, che sembra divertente ai suoi lettori ma è inconcepibile per la mentalità americana, e dunque non deve esistere. Nelle vignette di Charlie, gli arabi possono anche avere nasi aquilini e labbroni, per non parlare degli ebrei, per non parlare dei neri! E questo, guardandolo attraverso una certa lente interpretativa americana, può significare solo che Charlie Hebdo e Der Stürmer sono la stessa cosa. Ma in questa spiegazione c'è qualcosa che mi lascia scettico.

I membri americani del PEN non sono poi così monolingue come sembra. Qualcuno parla addirittura francese, lingua un tempo obbligatoria per chiunque avesse un'educazione letteraria. E Parigi, come Roma, è una “tradizione americana”. Se Woody Allen, Ernest Hemingway e Henry James sono d'accordo su una cosa, allora dev'essere vera. E gli scrittori americani hanno amici e colleghi francesi, e magari, se si va a scavare, si scopre che questi colleghi francesi erano amici intimi dei vignettisti assassinati. Un provincialismo che ignora la realtà francese non può quindi essere la spiegazione principale.

Io sono del parere che la protesta anti Charlie in America sia stata generata da una moda ideologica. È la stessa moda che ha prodotto il ritorno del politicamente corretto fra gli studenti universitari americani e il mobbing via Twitter a opera dei fautori delle identity politics. È una formula che riduce qualsiasi complessità sociale a risentimenti identitari del genere più semplicistico, la formula che ritrae i bianchi eternamente intenti a opprimere i neri, gli imperialisti europei eternamente intenti a opprimere il Terzo mondo, gli Stati Uniti intenti a opprimere chiunque, gli etero a opprimere i gay, i cristiani e gli ebrei a opprimere i musulmani, i francesi a opprimere il Nord Africa; e mai neanche una sfumatura o una stravaganza personale a turbare queste semplificazioni. In quest'ottica peculiare, Charlie Hebdo deve per forza essere giudicata come una rivista di bianchi che si divertono ad abusare dei loro privilegi di bianchi per tormentare i non bianchi di fede musulmana, una rivista che ha scelto deliberatamente di umiliare e opprimere gli immigrati.

I contestatori erano convinti che il PEN American Center, rendendo omaggio ai giornalisti di Charlie Hebdo sopravvissuti, contribuisse ad alimentare un triplice pregiudizio del mondo occidentale: contro l'Islam, contro il Nord Africa e contro gli arabi. Ed erano convinti che il PEN con quella scelta avesse deciso di appoggiare la linea catastrofica della politica estera americana. Fra i firmatari della lettera di protesta c'era un ex presidente del PEN che ha approfondito ulteriormente il tema in un altro editoriale: «La narrazione degli omicidi di Charlie Hebdo – europei bianchi uccisi nel loro ufficio da estremisti musulmani – combacia alla perfezione con i pregiudizi culturali che hanno consentito al nostro governo di commettere così tanti, catastrofici errori in Medio Oriente».

Eppure ogni aspetto di questa tesi è dimostrabilmente falso. È inconcepibile pensare che gli antirazzisti gauchisti di Charlie Hebdo volessero umiliare gli immigrati. Nessuno al PEN American Center ambisce a incoraggiare i pregiudizi contro l'Islam e gli arabi, e tanto meno contro il Nord Africa. È assurdo dire che il PEN, premiando dei cartoonist francesi di sinistra, abbia voluto offrire sostegno alla linea catastrofica della politica estera americana: Charlie Hebdo non è la voce francese della politica estera americana. Anzi!

E la “narrazione” di europei bianchi uccisi nei loro uffici da estremisti musulmani? Non sta in piedi. Lo sanno tutti che uno degli assassinati, il correttore di bozze di Charlie, era un musulmano algerino. Tutto il mondo ha visto il video dell'omicidio del poliziotto francese in mezzo alla strada, poliziotto che guarda caso era anche lui un immigrato musulmano di origine araba. Tutti sanno che fra i redattori scampati al massacro, uno di quelli che ultimamente è stato tra i più loquaci è a sua volta arabo. E gli altri omicidi che hanno accompagnato l'attentato non combaciano in alcun modo con l'immagine delle vittime tutte bianche ed europee: un altro degli agenti uccisi era una donna della Martinica, quindi nera; fra i quattro ebrei massacrati nell'alimentari kosher, tre erano di origine nordafricana, tunisina per l'esattezza; tutti sanno che nell'alimentari kosher il commesso che con la sua prontezza di riflessi ha salvato una serie di clienti nascondendoli nella cella frigorifera era un immigrato maliano di religione musulmana. Nella narrazione reale di quegli eventi che si è affermata in Francia, il commesso del Mali è stato celebrato come quel grande eroe che è effettivamente stato. Razzismo? Il razzismo vero in quel momento era la dottrina omicida che va sotto il nome di antisemitismo.

Vale comunque la pena di interrogarsi se i vignettisti di Charlie, con le loro divertenti raffigurazioni di Maometto, non abbiano finito per umiliare gli immigrati poveri, anche senza volerlo. E nell'ottica di un'associazione letteraria, un modo per rispondere a questa domanda c'è, ed è andare a vedere quello che hanno da dire al riguardo gli scrittori francesi di origine nordafricana, in particolare algerina, romanzieri di primo piano. Per meravigliosa coincidenza, lo stesso giorno in cui il PEN newyorchese ha conferito il premio per il coraggio nella libertà d'espressione ai redattori sopravvissuti di Charlie Hebdo, la commissione del premio Goncourt a Parigi ha assegnato il premio per il miglior romanzo d'esordio a uno scrittore franco-algerino di nome Kamel Daoud per la sua opera Meursault, contre-enquête. Il romanzo di Daoud è una risposta al più grande degli scrittori algerini, Albert Camus, e la risposta comincia sottolineando come nel suo Lo straniero Camus non fosse in grado di dare un nome all'«arabo». Daoud dà voce a quell'arabo. E che cosa dice dell'attuale controversia Kamel Daoud, che ci tiene a far parlare gli arabi con la loro voce? Questo il suo editoriale apparso sulla stampa algerina: «Io sono Charlie, sono Charlie nel profondo, e lo dico e ne accetto le conseguenze: preferisco un uomo che disegna a un uomo che uccide. Ovunque. Non c'è niente da discutere, nessuna precisazione da fare, nessun'altra scelta possibile. Amo troppo la libertà e preferisco difendere una libertà che spaccare il capello in quattro: non ne ho il tempo». Nel dicembre dello scorso anno Daoud è stato condannato a morte dalla fatwa di un fanatico: questo fa capire perché abbia così poca voglia di spaccare il capello in quattro.

E se volessimo pazientemente continuare a indagare, preoccupati per le pretese offese agli immigrati? Allora raccomando ai miei amici protestatari gli scritti di Boualem Sansal, il romanziere franco-algerino insignito, fra le altre onorificenze, del Premio della Francofonia erogato dall'Accademia francese e del Premio degli scrittori arabi (in questo secondo caso però i palestinesi di Hamas hanno espresso la loro contrarietà e Sansal non ha mai ricevuto i soldi del premio). Leggendo Sansal si può ricavare una storia dell'avanzata dell'islamismo in Algeria e fra gli algerini di Francia. Sospetto che quando i miei amici protestatari pensano agli immigrati musulmani in Francia si immaginino una comunità omogenea e devota, in cui quasi tutti sopportano in silenzio le umilianti attenzioni di reazionari di destra antireligiosi come quelli di Charlie Hebdo, con l'eccezione di qualcuno che non ce la fa più a sopportare e si arruola nelle file dello Stato islamico. Sansal scrive i suoi libri per far capire ai lettori che questa idea non ha fondamento. Vuole che tutti capiscano che l'islamismo è qualcosa di nuovo e ributtante, qualcosa che ha danneggiato la cultura più vecchia e tradizionale.

Nel romanzo Il villaggio del tedesco, ovvero Il diario dei fratelli Schiller, Sansal descrive il contributo dei nazisti alla causa islamista. In Rue Darwin esprime una rabbia palpabile di fronte all'avanzata dell'islamismo in Algeria (e, per dimostrare che non nutre pregiudizi contro la religione in generale, traccia il ritratto di un rabbino ammirevole! – il che probabilmente fa capire i suoi problemi con Hamas). Nel saggio Gouverner au nom d'Allah, fa il resoconto degli sviluppi politici e culturali che hanno consentito al movimento islamista di continuare a crescere. Dal punto di vista di Sansal ha senso rendere omaggio a Charlie Hebdo, che, come ha osservato sulle pagine del Figaro dopo l'attentato, «non ha mai esitato a parlare in modo libero e sincero, anche di fronte alla barbarie islamista».

Mi immagino i miei amici protestatari che sfogliano i libri di Sansal e si dicono: «Santo cielo, è orrendo. Sembra che Salman Rushdie non fosse un personaggio isolato, dopo tutto. Ci sono illustri romanzieri che si prendono gioco della religione. Si prendono gioco dell'Islam. Sono peggio dei vignettisti. Pensano che il terrorismo sia un problema non solo per i governi, ma anche per i romanzieri. Devono essere dei reazionari, razzisti, imperialisti, privilegiati bianchi, umiliatori e, in fin dei conti, romanzieri!».

La protesta legata al premio del PEN negli Stati Uniti mi sembra significativa anche per un'altra ragione, per la sua dose di crudeltà personale. È stata dura, il mese scorso, vedere due sopravvissuti di una strage a Parigi arrivare a New York ed essere accolti da insulti e proteste. Eppure non c'è nulla di nuovo in questo.

Qualche anno fa ho scritto un libro intitolato The Flight of the Intellectuals, che parlava dell'islamismo e di come questo fosse trattato dalla sussiegosa stampa anglofona. Nel libro ebbi modo di descrivere la situazione di Ayaan Hirsi Ali, che all'epoca viveva ancora in Olanda, anche se la stavano già spingendo ad andarsene. I miei lettori probabilmente ricorderanno che Ayaan Hirsi Ali è un'appassionata paladina dei diritti delle donne e che in Olanda lei e il regista Theo van Gogh avevano realizzato un film breve e incisivo che metteva in scena la violenza contro le donne autorizzata dalla religione islamica: dopo quel film van Gogh fu assassinato e Hirsi Ali fu costretta a vivere continuamente in fuga. E in quelle circostanze una serie di intellettuali occidentali con le migliori credenziali liberal, non contenti di limitarsi a criticarla, avevano lanciato, su un giornale dopo l'altro, un'incredibile campagna di insulti. Nel mio libro raccontai quella campagna, anche se non sapevo che giudizio darne.

Un paio di anni più tardi, Rushdie ha pubblicato un'autobiografia intitolata Joseph Anton, un memoir in cui ripercorreva la sua stessa esperienza ai tempi del “caso Rushdie”. E ho notato con interesse che, anche nel suo caso, il problema non è stato solo sfuggire ai commando dell'ayatollah Khomeini e degli Hezbollah libanesi. Rushdie ha dovuto rifugiarsi in una vita clandestina sotto la protezione della polizia e si è ritrovato costantemente attaccato sui mezzi di informazione. Forse ricorderete alcune di quelle offese. Sono le stesse offese che sono state rivolte ad Ayaan Hirsi Ali: incitare all'intolleranza contro l'Islam, essere causa dei propri mali, essere degli egocentrici che si disinteressano della sorte degli altri, essere spinti da motivazioni commerciali, essere strumenti dell'imperialismo e così via. Una campagna simile è stata montata contro Afshin Ellian, giornalista e giurista olandese di origine iraniana. E ora lo stesso fenomeno si ripropone nel caso dei giornalisti di sinistra di Charlie Hebdo. Potrei scorrere l'elenco dei nomi famosi che appaiono tra i firmatari della lettera di protesta contro il PEN negli Stati Uniti, riportando i loro insulti e i loro paragoni con il nazismo, ma non ne ho cuore. Però voglio fare una previsione. La mia previsione è che presto o tardi qualche altro romanziere, memorialista, cineasta o commediografo scamperà a un attentato terroristico islamista. Il sopravvissuto deciderà di venire negli Stati Uniti in cerca di conforto e di amici, e a quel punto comincerà la denigrazione. Perché tutti odiano i perdenti. O almeno qualcuno li odia. E chi odia i perdenti adora le folle inferocite.

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