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Caligari, cineasta di perfezione visionaria

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cinema

Caligari, cineasta di perfezione visionaria

La recente scomparsa del regista Claudio Caligari, venuto a mancare martedì scorso, all'età di 67 anni, ha generato un'onda di commozione inaspettata tra i cultori della settima arte. Questo perché si trattava di un autore da sempre sottovalutato ed emarginato.
Sue cifre il perfezionismo, l'ossessione maniacale per i dettagli, una certa visionarietà.

Se n'è andato lasciando il suo ultimo capolavoro “incompiuto”, cioè solo girato e montato (l'opera s'intitola “Non essere cattivo” ed è ambientata in una periferia apocalittica soggiogata dalle droghe sintetiche).

Caligari – che era di origini piemontesi – nella sua trentennale carriera ha girato solamente due pellicole! Oltre al succitato incompiuto. Si tratta di ”Amore tossico”, film immortale, opera di confine dove fiction e documentario si fondono fino a creare un genere nuovo, un forma d'arte purissima: il neorealismo degli anni '80 e “L'odore della notte”, racconto noir sul crimine romanesco che precorre l'apoteosi del milieu malavitoso capitolino che negli anni successivi avrebbe invaso piccoli e grandi schermi. Poi, basta.

Innumerevoli sono le leggende metropolitane riferite ai suoi tanti progetti, iniziati e mai portati a termine, naufragati e dimenticati, travolti dall'ottusità del “sistema” o semplicemente solo raccontati agli amici.
Tra questi abbiamo rintracciato “Anni rapaci”, opera tratta dal saggio del 1995 “Manager calibro 9” di Piero Colaprico e Luca Fazzo. L'argomento è scottante e anche qui si anticipa di circa un ventennio l'attualità più gettonata d'oggi: lo strapotere della 'ndràngheta che conquista perfino Milano.

Inutile dire che “Anni rapaci” alla fine non si fece più, nonostante il finanziamento di un miliardo e duecento milioni di vecchie lire che si era riusciti a trovare.

Un lavoro enorme. Due anni dedicati a limare la sceneggiatura. Lui covava tutto dentro. Adattava e ri-adattava i dialoghi dialettali, finché non fossero sembrati più credibili della realtà stessa. Poi un anno a Roma, un altro anno in Calabria. Alla fine la produzione lo mollò, perse la pazienza. Mancavano ancora trecento milioni. Caligari restò, come sempre, amareggiato. Era molto schivo, apparentemente chiuso. Non utilizzava effetti speciali ma la crudezza delle sue scene resta insuperata nel cinema nostrano. Era un genio caparbio che non scendeva a compromessi: «Non me ne frega un cazzo che non mi vogliono più far fare il film! Se non si fa come dico io, non si fa!».
Non tollerava le banalità e questo fa di lui un Maestro insuperato.

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