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Questo articolo è stato pubblicato il 28 giugno 2015 alle ore 08:14.

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Una musica tutta particolare accoglieva chi entrava nel Convento delle «Blue Nuns», le Celesti di Roma, sul Celio, il colle più misterioso e più bello dei sette antichi. Ci sentivo il Miserere di Gregorio Allegri, uno dei pezzi più alti che la polifonia abbia mai creato. Ma dentro a quella musica ce n’era un’altra, ed era fatta di parole legate assieme in versi: una lirica di Wallace Stevens, A un vecchio filosofo a Roma. In una stanza di quel convento-ospedale aveva infatti trovato l’ultimo rifugio il filosofo spagnolo-americano George Santayana, già professore a Harvard, autore tra l’altro di un libro che ancora conserva la sua pregnanza, Il senso della bellezza. Possiedo due fotografie prese dalla stanza di Santayana, una della vista sul verde del Celio, l’altra del filosofo che guarda le cupole di Roma. Quest’ultima l’avrà vista, perché pubblicata su «Life», anche Wallace Stevens. Il quale, avendo frequentato Santayana a Harvard, non è però mai stato a Roma (e mai in Europa), e quindi non poté far altro che immaginare la scena.

Nell’Angelo necessario, Stevens scrisse che in vecchiaia Santayana viveva nel «capo del mondo». Nella lirica questo caput mundi, Roma, è divenuta una soglia, che proietta a sua volta una «più clemente Roma / ulteriore»: «Sulla soglia del cielo, le figure nella strada / diventano figure del cielo, il maestoso moto / di uomini che rimpiccioliscono nelle distanze dello spazio, / cantando con fievole e sempre più fievole suono, / inintelligibile assoluzione e una fine … // La soglia, Roma, e quella più clemente Roma / ulteriore, l’una simile all’altra nei modi della mente».

Eccolo, il vecchio filosofo: sonnecchia «nel profondo della veglia», nel caldo del suo letto, sul bordo della sedia: «vivo, / eppure vivo in due mondi, impenitente / nell’uno, e quanto all’altro molto penitente». Egli può parlare di entrambi i mondi, quello reale e quello immaginato. Desiderando con impazienza la grandezza che gli è necessaria «in tanto dolore», egli la trova «solo nel dolore, l’afflato della rovina». È questo ciò di cui il filosofo ha bisogno – di cui forse noi tutti abbiamo bisogno: «la profonda poesia dei poveri e dei morti, / come nell’ultima goccia del sangue più profondo / quando cade dal cuore e rimane in piena vista, // persino come anche il sangue di un impero, eventualmente, / per un cittadino del cielo eppure sempre di Roma. / È la parola della povertà che più ci cerca. / È più antica della parola più antica di Roma».

Profondamente commovente, è pure, questa, poesia di una nitidezza e precisione straordinarie: i particolari, la sedia del vecchio, le voci degli strilloni, le monache che passano, sono evocati in luce trasparente, eppure immaginati. E dentro l’immaginazione del poeta prende forma quella del vecchio filosofo, che vive nel mondo e lo crea nella mente, mentre dalla soglia guarda a un altro mondo: «È una sorta di grandezza totale alla fine: / tutto il visibile accresciuto e insieme / non più che letto, sedia, monache, / il teatro più immenso, il portico a pilastri, / libro e candela nella tua stanza ambrata, / grandezza totale di un edificio totale / prescelto da un inquisitore di strutture / per sé. Si ferma sulla soglia, / quasi il disegno di tutte le sue parole assuma forma / e fattezza dal pensiero e si realizzi».

C’è, qui, tutto Wallace Stevens, il maggior poeta americano della prima metà del Novecento, che ha vissuto tutta la sua esistenza a Hartford, nel Connecticut, facendo il vice-presidente di una grossa compagnia di assicurazioni: e il poeta. Sublime poeta, e anzi, come è stato riconosciuto da tempo, poeta del sublime americano. Lo testimonia lo splendido Meridiano che per la prima volta in Italia raccoglie tutte le poesie di Stevens, tradotte con perizia e afflato, accompagnate da una brillante Introduzione, una perfetta Cronologia, e un ottimo commento di Massimo Bacigalupo, lo studioso che ha dedicato a Stevens (e a Pound) un’attività lunga e intensa. Necessario, il commento: perché Stevens è uno dei poeti più oscuri, nella sua cristallina chiarezza, del Novecento, e il commento fornisce i dati di base dai quali ognuno può partire per la propria interpretazione, magari seguendo le tracce di Bacigalupo sui temi del come vivere e cosa fare, dell’eroe, del complesso realtà-immaginazione, della gioia e del tempo, dell’opera mondo, del gatto di fuoco e dell’uccello d’oro.

Gatto di fuoco e uccello d’oro: l’uno apre le Collected Poems, l’altro chiude l’opera di Stevens: come scrive Bacigalupo, «una scena oggettivata» e una «creatura simbolica» in entrambe le liriche, dall’«aneddoto sulla terra» al «mero essere». È un percorso esemplare per chi, nato nel 1879 e morto nel 1955, compie un cammino tangenziale rispetto ai secoli XIX e XX. Lontano, per restare alla tradizione di lingua inglese, da Yeats, da Pound e da Eliot, dei quali è in buona parte contemporaneo, Stevens inventa sin dal principio della sua attività di poeta una musica e una pittura tutte sue: leggere, aeree, talvolta diafane talaltra dai colori pastello, ma sempre pure. È l’uomo della chitarra blu, della roccia, del trasporto all’estate e delle aurore d’autunno, del «senso ordinario delle cose»; il poeta che sa ricreare l’Urna greca di Keats con la giara piazzata su un colle nel bel mezzo del Tennessee: presto, tonda alta grigia e nuda, riesce a dominare la selva che la circonda, icona dell’arte nella natura. È il lirico che, dopo Tennyson, Conrad, Joyce ed Eliot, riscrive il mito dell’Ulisse omerico e dantesco nel Mondo come meditazione e nella Vela di Ulisse. Chi ha letto il primo non potrà mai dimenticarne l’incipit, «È Ulisse che sopraggiunge dall’oriente, / interminabile avventuriero?», né la «forma di fuoco» che si avvicina alle cretonnes di Penelope in attesa da vent’anni. Chi ha incontrato la seconda troverà difficile togliersi dalla mente quel «simbolo del cercatore» che attraversa i mari sotto le stelle.

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