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«The Monsanto Years», il rock anti-Ogm di Neil Young graffia…

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MUSICA

«The Monsanto Years», il rock anti-Ogm di Neil Young graffia le multinazionali

Avete presente l'adagio secondo il quale la vecchiaia interviene a stemperare i giovanili furori? A prescindere da come la pensiate a riguardo, per Neil Young il discorso in questione non vale: a 69 anni suonati fa concerti e pubblica album con la stessa costanza di quanto era «24 and there's so much more». Quanto ai dischi, suonano sempre più schietti, pungenti e cattivi, nel senso di quella cattiveria di chi non esita a dire le cose tali e quali a come le pensa.

Prendete l'ultimo: «The Monsanto Years», album-pamphlet che attacca senza mezzi termini la multinazionale delle biotecnologie agrarie, dove ogni canzone è un dito tirato nell'occhio dei pro-Ogm. Se ritenete che l'intuizione artistica debba necessariamente passare attraverso il filtro dell'opportunità, perché per voi il politically correct è un valore irrinunciabile, allora cambiate canale. Old Neil non è il tipo da fare sconti e, quando decide di affilare al massimo la sua poetica engagé, è bravo come nessun altro a circondarsi dei collaboratori giusti, quelli capaci di entrare immediatamente in sintonia con il discorso che vuole fare. Stavolta si è affidato ai Promise of the Real, band losangelina capitanata dal cantante/chitarrista Lukas Nelson e da suo fratello Micah, entrambi figli dell'ultimo fuorilegge del country Willie Nelson. Gente giovane, cresciuta nell'ambiente, per questo senza timori reverenziali di sorta nei confronti dei grandi vecchi del rock (per capirci: hanno anche accompagnato un certo John Fogerty in tour). Ne guadagna il sound che, a tratti, rievoca le sferzate acide dei primi Crazy Horse, a tratti «Rust Never Sleeps». Apre «A New Day for Love», power ballad alla «Powderfinger» che lascia spazio alle malinconie acustiche di «Wolf Moon», destinata a conquistare il cuore dei fanatici di «Harvest».

L'autoironia abita «People want to hear about love», perché «la gente vuole ascoltare canzoni d'amore» e allora meglio «non parlare dei milioni della Chevron che vanno ai politici della condotta». «Big Box» è il grido di dolore del reduce hippie che prova a sfilarsi dal domino delle multinazionali, mentre «A Rock Star Bucks a Coffee» fischiettando fischiettando se la prende con la celebre catena americana di caffetterie per colpire più in alto, in direzione di Monsanto: «Voglio una tazza di caffè, ma non voglio un Ogm». Obiettivo che torna esplicito nel folk rock di «Workin' Man» che indaga invece su quello che è diventato il lavoro agricolo nell'era della globalizzazione. Dopo «Rules of Change», ballad tipicamente younghiana, spunta la title track, come fosse una specie di preghiera no global: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano e liberaci da Monsanto». Chiude il discorso «If I don't know» che, su un arpeggio di chitarra distorta, rappresenta la nota a margine di tutto il concept: «E se le melodie restano carine/ e le canzoni non sono troppo lunghe/ cercherò di trovare il modo per riportarvele/ le vene, il sangue della terra». Per il rocker canadese l'argomento è terribilmente serio: «Gli anni della Monsanto – spiega - sono qui e noi li stiamo vivendo. Monsanto è l'emblema assoluto di ciò che di sbagliato c'è nel governo mondiale delle multinazionali. “The Monsanto Years” racchiude numerosi temi caldi di cui milioni di persone in tutto il mondo si preoccupano e per i quali sono attivi». Al corteo, in prima fila, c'è proprio Old Neil.

Neil Young + Promise of the Real
The Monsanto Years
Warner Bros

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