Domenica

Moderno legnaiuolo

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antonio manetti

Da qualche anno vado pensando che sia esistito in Italia un narrare angioino, declinato secondo l'estro dei giochi e degli scherzi tanto cari a Giovanni Boccaccio e poi trasmigrato da Firenze in altre geografie, tra medioevo ed età moderna, per esempio nella stessa Napoli dove prese forma il progetto del Decameron o, qualche secolo dopo, il Cunto de li cunti di Giambattista Basile.

Una certa tradizione letteraria, ludica quanto basti per depistare il gravame del mondo tragico, avrebbe incontrato la sua legittimazione nella corporalità dei sogni e nell'evanescenza delle cronache; avrebbe fornito alla nostra letteratura la forza per guardare oltre il dato che ha preso nome di realismo, magari pure con il rischio di osare troppo in ragione di fantasia, fino a sfidare il peso del tempo quotidiano con la visione favolosa della Storia, fino a individuare le sue radici profonde (ma paradossalmente non così distanti) nelle rotte di un Mediterraneo arabo e normanno, un po' da Mille e una notte e un po' da Sicilia federiciana.

Avrebbe incontrato, avrebbe fornito: incuneandosi in questo discorso bisogna usare il condizionale perché presto, nei decenni successivi, modi e stili aragonesi hanno ripristinato una lingua alta e segretariale - il latino -, una lingua da scribi, che ha spazzato via, almeno nelle latitudini meridionali, il carattere immaginario e itinerante di questa scrittura o lo hanno ridotto a sopravvivenze rare. Qualcosa però è riuscito a resistere all'avvicendarsi delle dominazioni straniere e ce ne dà ora conferma La novella del Grasso legnaiuolo: un racconto di burla, ambientato nella Firenze di inizio Quattrocento e fiorito sulle bocche di un ceto arguto e artigiano - composto da scultori, pittori, vasai - prima di arrivare sullo scrittoio di Antonio Manetti, lo stesso autore a cui si deve la Vita di Filippo Brunelleschi.

Un filo stretto lega le due opere. «La Vita va letta in calce alla Novella» avverte nell'introduzione Salvatore Silvano Nigro, curatore di questa mirabile edizione insieme con Salvatore Grassia. «I due testi si attraggono e si completano. E si commentano a vicenda». Conoscendo la portata altamente seduttiva della scrittura di Nigro e la sua non comune capacità di scovare tesori nei bauli dimenticati, non si fatica a comprendere che siamo alla presenza di una divertente sciarada filologica (in cui agiscono anagrammi, riscritture, mescolarsi di fonti, accostamenti tra diverse lezioni) e che il chiavistello sia da individuare nella figura di Brunelleschi, l'artista che ha progettato la cupola di Santa Maria del Fiore con il medesimo ingegno con cui ha architettato la clamorosa beffa ai danni di Manetto Ammannatini, conosciuto appunto con il nome di Grasso legnaiuolo. Al quale, da uomo semplice qual era, nonostante la bravura nell'esercitare le virtù di ebanista, capita la più disgraziata delle sventure “pirandelliane”: quella di smarrire l'identità, cambiare nome e abitazione, credere di essere un'altra persona.

Tutto comincia dalla mancata partecipazione del legnaiuolo a una cena domenicale e dalle vendette ordite dai suoi compagni di brigata, guidati da Brunelleschi in un perfetto sincronismo di dialoghi apparentemente casuali, come in un teatrale montaggio a incastri. Il malcapitato si trova al centro di un gioco di specchi, cerca di farsi ragione di quanto gli sta accadendo, interroga se stesso e chi incontra, si trova costretto ad accettare il suo triste caso: non è più il virtuoso legnaiuolo, ma un tale Matteo, destinato alla prigione per debiti.

Il tema certo appartiene alla tradizione: Apuleio, Ovidio. E tuttavia c'è una traiettoria, alternativa a quella delle metamorfosi, a impossessarsi del lettore di ieri e di oggi: l'urto mistificatorio che appartiene all'urgenza del raccontare (tutto qui avviene sotto forma di azioni riferite) e che determina lo smarrimento della persona, il suo scomporsi in frantumi.

Qualcosa di inconsapevolmente moderno la novella spalanca sotto gli occhi di tutti ed è probabilmente l'insistere sull'idea di una letteratura come atto mistificatorio, persuasione occulta, inganno di sé nei confronti degli altri. In questi termini si era espresso Giorgio Manganelli, uno dei più geniali interpreti di questo testo, inserito fra le Letture critiche poste in calce al libro, con Emilio Cecchi, Alessandro Parronchi, Mario Praz, Nino Borsellino. Ed è forse questa una delle ragioni per le quali la beffa raccontata da Antonio Manetti abbia fatto particolare presa sugli scrittori siciliani (da Sciascia a Camilleri, da Borsellino allo stesso Nigro), per natura sensibili a percorrere i labirinti dell'io.

Sull'immagine di un individuo che dimentica di essere, Pirandello avrebbe costruito la sua fortuna. Antonio Manetti invece gira ad artifizio comico ciò che sarebbe di per sé drammatico. Scornato da un'intera città, anziché dichiarare il suo naufragio, il legnaiuolo fugge in Ungheria, dove fa carriera e da cui rientra a Firenze con il titolo di ingegnere. «La letteratura si è fatta realtà. Per tornare a essere letteratura» conclude con arguzia Nigro. Raccontare sarebbe favola se non riuscisse a procurare fortune di questo tipo e perfino il mondo, le sue astruse logiche, le sue perfide macchinazioni, si inchinano ai suoi piedi.


Antonio Manetti, La novella del Grasso legnaiuolo , a cura di Salvatore Silvano Nigro e Salvatore Grassia, Introduzione di Salvatore Silvano Nigro, Note e apparati critici di Salvatore Grassia, Bur, Roma, pagg. 106, € 10,50

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