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Il deserto, l'Islam e la Chiesa algerina nel racconto del vescovo del Sahara

La sua è la diocesi più vasta del mondo: 2,5 milioni di chilometri quadrati, in pieno deserto del Sahara, terra – disse Giovanni Paolo II – di «sabbia e musulmani». I cristiani sono una minoranza infinitesimale, forse non arrivano a cento, rispettati, magari persino stimati da molti, ma certo privi della possibilità di esprimersi pienamente sotto il profilo pubblico, obbligati spesso a stare nell'ombra, a confondersi con la quasi totalità dei cittadini musulmani, a riunirsi e a pregare in chiese per lo più vuote, eppure non per questo disposti ad arrendersi e ad abbandonare la terra d'Algeria.

Lui è il vescovo di Laghouat-Gardaïa, mons. Claude Rault, religioso francese dei Padri bianchi, 75enne, da più di dieci anni alla guida della diocesi più meridionale del Paese. La sua esperienza di vita e di missione è condensata nelle pagine del libro “Il deserto è la mia cattedrale”, pubblicato nel 2008 in Francia e ora tradotto in Italia dalla comunità dei Padri bianchi di Treviglio per le edizioni Emi. Un libro che è il racconto di una esistenza, di una vocazione alla vita religiosa e alla missione, che parla di un popolo e descrive con sguardo pieno d'amore ma con grande oggettività la realtà della Chiesa cattolica in Algeria, un tempo forte della “protezione” dello Stato francese, oggi costretta a camminare con le sue gambe, in mezzo a difficoltà ma anche con coraggio e abnegazione.

Una realtà spesso di nascondimento, eppure un punto di riferimento per molti, un luogo di preghiera e di incontro con i “fratelli” musulmani, come esemplifica il cammino del progetto interreligioso Ribât Essalâm, il “Legame della pace”, fondato insieme a dom Christiane de Chergé, priore del monastero trappista di Tibhirine, sui monti dell'Atlante, poi ucciso insieme ad alcuni confratelli nel 1996, in pieno conflitto tra lo Stato e le milizie radicali islamiche.

In quegli anni la piccola, fragile Chiesa cattolica algerina è duramente provata dalla guerra civile: diversi religiosi vengono uccisi, fino, appunto, all'eccidio dei sette monaci trappisti e all'attentato mortale ai danni di mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano. Tutte persone impegnate a promuovere il dialogo e la cultura dell'incontro e della pace. Che fare? Partire oppure restare? Ecco il dilemma. Quella di restare in un Paese dilaniato dalla violenza, refrattario e apparentemente impermeabile all'annuncio del vangelo cristiano è una scelta forse in controtendenza, ma motivata dall'amore per un popolo provato e sofferente, dalla convinzione – espressa da mons. Claverie – che la Chiesa sia maggiormente conforme a Gesù Cristo proprio laddove si verificano “fratture” dell'umano: «Non si tratta soltanto di dare, servire, curare le ferite, nutrire le folle affamate – scrive mons. Rault – ma anche, quando non c'è altra possibilità, di essere presenti, far rinascere la speranza, asciugare le lacrime, dare senso alla vita, condividere l'amicizia e l'amore di Dio per l'umanità». Per questo il vescovo Rault è convinto di non perdere tempo: «Anche i musulmani hanno diritto alla nostra presenza». Una presenza umile, una testimonianza, come nella tradizione dei Padri bianchi, scevra da ogni tentativo di proselitismo.

È un'esistenza, quella dei cristiani in Algeria, povera, senza statistiche di conversioni da sbandierare, ma anche senza complessi, piena e gratificante, rivela mons. Rault., il cui obiettivo è «svelare gratuitamente l'amore di Dio per tutti gli uomini», senza pretendere di essere capiti da tutti. Cosa che può verificarsi, in fondo, in ogni tipo di contesto, anche non a maggioranza islamico.

La testimonianza dei cristiani in Algeria è vissuta soprattutto nell'incontro, nelle relazioni e nel rispetto reciproco, spiega il vescovo missionario: «Andare incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo e mostrare loro con tutta la nostra vita che siamo tutti fratelli e sorelle in umanità, follemente amati da Dio, membri della grande famiglia umana, senza distinzione di razza, di colore, di cultura e neppure di religione». Certo, è una missione diversa da quella tradizionalmente intesa e mirante alla conversione dell'altro, che però deve fare i conti con la realtà nella quale ci si trova, al di fuori di facili banalizzazioni e schematismi rigidi e freddi. «Evangelizzare non è solo proferire una parola, ma fare di se stessi una parola vivente», afferma mons. Rault, che aggiunge, senza paura: «L'incontro vero, senza motivazioni recondite, ci porta fino in fondo alla nostra fede».

Complesso è il rapporto con il mondo islamico: se da un lato i cristiani subiscono proibizioni, divieti, sospetti, attacchi e processi, molte – dice il prelato – sono le testimonianze di amicizia e sostegno che fanno ben sperare anche per il futuro in Algeria, un futuro che deve fare i conti sempre più con l'ampia popolazione giovanile spesso disoccupata e con l'emergenza dei migranti che dall'Africa subsahariana attraversano il Paese per raggiungere la Libia e poi, dopo la rischiosa traversata in mare, l'Europa. Ancora forte nella sua mente il richiamo delle parole dell'Abbé Pierre, ascoltate nel 1961, in pieno processo di decolonizzazione : «Abbiamo il dovere di aiutare i Paesi dell'Africa ad acquistare un grado di sviluppo degno e giusto. È urgente. Se non lo facciamo, verranno loro a cercare da noi quello che non trovano a casa loro, e noi non avremo il diritto di rifiutarglielo». Il resto è storia di oggi.

Claude Rault
Il deserto è la mia cattedrale
Emi, pagg. 192, €13

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