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Joanna Newsom, la musa dei nostri tempi

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YOLO

Joanna Newsom, la musa dei nostri tempi

Un'altra Kate Bush è possibile: i nostalgici dell usignolo di Wuthering Heights lo pensarono, al rivelarsi della ragazza americana che mostrava la medesima sensibilità über-romantica e la stessa complessità artistica. Joanna Newsom possiede il tocco magico dal primo apparire, a inizio anni 2000.
Da subito è un'artista sofisticata, capace di un suono colto, radicato nella tradizione e al tempo stesso innovativo, a partire dalla vibrazione di quell'arpa che si è ostinata a studiare da bambina. Le circostanze le sono state propizie: famiglia di liberal benestanti innamorati della musica, una casa ai piedi delle montagne a Nevada City, nella California settentrionale, il maestro Terry Riley che abita nella fattoria accanto, precoci interessi incentrati sul folk, in particolare sul fascino della musica rurale degli Appalachi. Ancora teenager l'ascolta Will Oldham, timoniere della scena neo-folk, e la carriera di Joanna decolla.

Il debutto nel 2004 con The Milk-Eyed Mender le vale l'attenzione di critica e pubblico: le sue modulazioni vocali non hanno precedenti e quando si parla di psycho-folk modernista viene affiancata a Devendra Banhart, Cat Power e Vetiver. Nel 2006 esce l'album della consacrazione, Ys, registrato a Abbey Road con Van Dyke Parks agli arrangiamenti, Steve Albini in console e Jim O'Rourke al missaggio. Poi nel 2010 il triplo Have One On Me, dall'impronta cantautorale, ma dall'abituale rigore realizzativo: Joanna non presenta nulla che non risponda a uno standard di qualità assoluta. Una purezza che provoca un vero culto: un libro del 2010, Visions of Joanna testimonia l'adorazione che la circonda, con i contributi di Dave Eggers, M. Ward, Billy Bragg e tanti altri.
Joanna incarna la musicalità femminile della generazione che si riconosce nei romanzi di Jonathan Franzen, come Joni Mitchell fece per i lettori di Vonnegut e Tom Wolfe. Adesso, a 5 anni dall'ultimo disco, arriva Divers, realizzato con due geni del suono contemporaneo come il compositore-performer Nico Muhly e Dave Longstreth, fondatore dei Dirty Projectors, ancora sotto l'egida di Steve Albini.
«Scrivo continuamente – racconta la Newsom, motivando la lunga gestazione del lavoro – posso impiegare due anni per ultimare degli arrangiamenti. Voglio che la coloritura e il carattere del suono si modifichi continuamente, di canzone in canzone. Il che richiede un elevato numero di collaborazioni e lunghi procedimenti di elaborazione». La novità di Divers è la nutrita batteria di sintetizzatori (anche vintage, come Mellotron e Clavichords), che Joanna usa a sostegno dell'adorata arpa.

L'esoterica copertina, firmata dall'artista Kim Keever, con uno sbocciare di fiori sull'orlo di un precipizio, racchiude un disco dalle architetture intricate, su cui l'ugola della Newsom produce un sublime cinguettio, migrante tra le variazioni tonali. A corredo, continua la collaborazione di Joanna con P.T. Anderson, il regista a cui ha prestato la sua voce narrante per Vizio di Forma. In cambio Anderson ha infatti girato, a zonzo per New York, il video di Sapokanikan, il brano dedicato al villaggio dei Nativi situato dove ora sorge il Greenwich Village. Ci sono voce, arpa, piano e il battito marziale di un tamburo, a segnare il solenne ritorno di Joanna sulla scena. Ora che il suo lavoro è giunto a definitiva maturazione, potrebbe essere lei, così anacronistica con la sua arpa di legno e budelli, l'artista che sintetizza la memoria del Novecento e l'afflato espressivo del presente. Una musa. Terribilmente chic. E sempre più avvolta in quella che sembra un'aura di canonizzazione.

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