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Vivisezione del mito americano

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Vivisezione del mito americano

Richard Prince non è un pittore e neppure uno scultore, non un land artist tantomeno un perfomer, nemmeno lo si può chiamare artista concettuale e assolutamente non è un video maker, evita le installazioni e – come egli stesso ripete con allarmante frequenza – non sa scattare buone fotografie. In pratica non sa fare niente, quasi niente. È l'artista più potente d'America, da quando è morto Andy Warhol.

L'opera di Richard Prince ha inizio ancora prima che lui la realizzi, nel 1975, quando il fotografo americano Garry Gross dedica un servizio a Brooke Shields. L'attrice, che al tempo aveva dieci anni, posa nuda all'interno di una vasca marmorea. Ombretto pesante e labbra procaci, la bambina – cosparsa d'olio – mostra il petto e il pube al fotografo per la più insensata e violenta immagine pubblicata da Playboy.
Otto anni più tardi, nel 1983, Richard Prince scatta una foto alla fotografia che Garry Gross aveva fatto a Brooke Shields e la intitola Spiritual America. La rephotography di Shields è l'opera che consacra Prince, Andy Warhol applaude. A quelle immagini Prince si affeziona. L'elegante dimora dell'artista a Nord di New York City si trasforma in una colonia per lolite: se ne contano ventidue, una addirittura araba e tutte in prima edizione. Oltre le ventidue prime edizioni della Lolita di Nabokov, nella biblioteca possiamo sfogliare: quattro tra le prime cento copie dell'Ulysses di Joyce, tutte le edizioni di Neuromancer di William Gibson, una copia di Psycho di Robert Bloch con le annotazioni di Jack Kerouac, The Colossus di Sylvia Plath con dedica al marito Ted Hughes («For Ted, of whom Colossus and Prince Otto learn their craft and art. With love. Sylvia»), la bozza di 1984 di George Orwell, una copia di Naked Lunch di William Burroughs dedicata a Paul Bowles nell'anno di pubblicazione e un'altra copia appartenuta a Timothy Leary, più o meno tutte le prime edizioni della Beat Generation e dei libri editi da Maurice Girodias a Parigi, e poi Isaac Asimov, Joan Didion, Philip K. Dick, Anthony Burgess.

Tra il Prince bibliofilo e il Prince artista vi è una profonda intesa e un solo obiettivo: documentare a tappeto il mito americano e sbatterlo su tele, fotografie, collage, edizioni, dichiarazioni. Unico intruso in questo parapiglia beat, punk e hippie: Joyce. Il perché della presenza di questo testo nella collezione di Prince potrebbe essere legato all'accusa di oscenità che un estratto di Ulysses subì quando fu pubblicato per la prima volta in un magazine statunitense; correva l'anno 1920 e Bloom si masturbava troppo.
Buio nello studio, anni Ottanta, accarezzando le rilegature, sfogliando le pagine delle riviste d'epoca accumulate con avidità, Prince si pone alcune domande assassine: che cosa diverrebbe l'immagine di copertina di un libro se cancellassi il titolo e annientassi il nome dell'autore? Che cosa resterebbe di una pubblicità tagliando via il marchio pubblicizzato? Per esempio, la pubblicità delle sigarette Marlboro: un cowboy galoppa in sella al suo fuoriclasse pestando la terra brulla; anche le nuvole galoppano, sullo sfondo. Quel cowboy è Henry Fonda, è John Wayne. Nel cielo un pacchetto di sigarette: «Marlboro. The spirit of Marlboro in a low tar cigarette». Erano gli anni dell'entrata in commercio delle sigarette light ed è a quella parola – spirit – che si affida il compito di compensare la frustrazione del maschio americano nel fumare meno catrame. Spirit è la forza primigenia che spira sulle praterie dal Tennesee al Kansas e poi fino al Wyoming, all'Idaho, un mito appartenuto ai nativi, ai pionieri e presto entrato nel cinema.

Nel 1989 Richard Prince s'innamora dell'immagine della Marlboro, la rifotografa facendo bene attenzione a inquadrare solo cowboy, cavallo e nuvole. Sulla stampa cromogenica di Untitled (Cowboy) rimane un brandello di fiction, un ignoto cowboy in viaggio verso una meta altrettanto sconosciuta. Cowboy, ma anche centauri, rastafariani, lolite, motocicliste discinte, tante tante tante infermiere, sino ad arrivare più recentemente alle disinibite utenti di Instagram. Celebri le sue gigantografie di screenshot acquisiti da profili Instagram di ragazze scollacciate e divi del cinema. Un tran tran d'immagini “facili” che hanno trasformato Prince in divo dell'art business, eleggendolo messia di turno del post-internet, post-critic, post-rebel e imperatore della superficialità esibita. Questa la nazione americana secondo Richard Prince. Una visione ben diversa da quella del suo maestro in fatto di collage e bricolage, Joseph Cornell.
Per uno di quei paradossi del pudore che legano gli spudorati ai pudichi, Richard Prince collezionista d'immagini calca i passi del più timido tra gli artisti americani. Cornell, uomo molto alto e molto dritto, passava gran parte della giornata in una libreria di Broadway chiamata The Sign of the Sparrow; cercava fotografie e ritagli di giornale che ritraessero le sue ballerine preferite, quelle bionde, un po' bambine. Gli piaceva circondarsi di fidanzate cartacee, tenerle nei cassetti, inumidirle di tanto in tanto, per poi incollarle all'interno di scatole e teatrini creati in collage e assemblage dove i personaggi di Velázquez incontravano le dive della Golden Age di Hollywood. Solo a sessant'anni acquistò coraggio e cominciò a invitare le ragazze a mangiare il gelato al pistacchio a casa sua chiedendo in cambio baci sulle guance. Decrepito, fece conoscenza con la giovane Leila Hadley che regalò all'artista una fellatio, la prima e ultima di Cornell. Che non apprezzò; si comportò à la Balzac quando, dopo aver fatto l'amore con una donna, corse in giardino gridando «J'ai perdu un livre!». Prince avrebbe sorriso del suo maestro, lui non si spaventa di fronte a niente, alla femminilità di Cornell contrapponendo un robusto machismo; all'esangue nostalgia, la ferocia del pulp.

Insisto nel paragonarlo ad altri artisti: Richard Prince vive le vite degli altri, a metà tra il licantropo e il ventriloquo; penetrare la psiche di Prince significa studiare i numerosi alter ego dietro cui l'artista si cela, primi tra tutti Ed Ruscha e Willem de Kooning, due immensi pittori dalla cui opera Prince ha tratto intere serie di lavori: i Monochromatic Jokes Paintings e i de Kooning Paintings. Ed Ruscha compare in un affascinante testo scritto da Prince intitolato Radio On, protagonista: Los Angeles. Radio On è composto da 2.517 parole, di queste 344 sono nomi propri, le restanti propongono brevi elucubrazioni su film visti e in parte dimenticati o personaggi incontrati una o due volte: loro caratteristica imprescindibile è di appartenere alle fantasie di qualcuno che non sia lui, Prince, l'uomo nell'ombra.
Co-protagonista dello scritto è appunto Ed Ruscha, pittore dal naso importante che dipinge su sfondi rarefatti frasi e vocaboli, distillando dal lettering utilizzato un tremendo senso di americanness. Pitta parole tipo: «Smash» o «Real Estate» e frasi più complesse: «In California you chew the juice out of grapes and spit the skin away, a real luxury» – citazione da Kerouac. L'affinità con Prince è evidente: anche Ruscha pensa che le immagini debbano agire come biblia pauperum al servizio di On the Road.
Sin dalle prime righe di Radio On si capisce che Ruscha è una figura pretestuosa su cui Prince zampetta come una blatta per velocizzare il discorso, una sorta di: «È Ed Ruscha, sapete tutti che razza di ambienti bazzica Ed Ruscha e per il resto arrangiatevi». Spremendo nomi e nomignoli, filtrandone i suoni, Prince indugia in un commovente passaggio. Descrive uno di quei desolati parcheggi che ingombrano la periferia di Los Angeles e per farlo cita ben quattro pittori: «Asfalto e chiazze di benzina, sbarre bianche come gradi militari a schernire le prime geometrie di Frank Stella. Parte assomiglia a una giungla di lavagna grattugiata e firmata da Cy Twombly. Parcheggi come bersagli di Jasper Johns… il centro del bersaglio, il vedere di Ed».

Prince si guarda intorno e vede ovunque quadri già dipinti da altri, li vede persino in mezzo al nulla, in un campo d'asfalto; cinematografia, letteratura, musica, divi e starlette sono spariti, erano solo mistificazioni, il dramma è puramente pittorico. L'artista più onnipotente d'America, il cowboy, il playboy, il big boy, è un pittore strozzato dalle immagini.
Grande Ruscha, grande Prince, ma le sapienti mani di de Kooning muovono i grandi artisti americani come burattini. Dagli anni Cinquanta in poi de Kooning incarna la figura mitologica di riferimento per tutti gli artisti eponimi della virilità Made in Usa. Era uno che diceva: «Penso di star dipingendo due donne e poi salta fuori che è un paesaggio»; per de Kooning la donna è un affastellamento di carni create da Dio per dare un soggetto alla pittura a olio. Gli storici dell'arte hanno speso fiumi d'inchiostro a parlare di femminino aggressivo in riferimento all'opera di de Kooning, ma è ingenuo pensare che gli artisti siano ingenui; a me piace sognare che nella mente di de Kooning fosse scritto:
«Ventre : Due litri di rosa = Seno : Arco grigio su fondo bianco».
Prince ridipinge in acrilico i quadri di de Kooning. Usare l'acrilico per mimare l'olio di de Kooning equivale a cucinare un risotto senza il burro, tradendo completamente la religione del maestro. Prince trasforma il quadro in immagine; prosciugandone l'olio, ne azzera la carne e il peso.
Un altro contributo alla lista di ciò che quest'artista non è: Richard Prince non è un pop artist. Ma come? – vi chiederete. Uno come lui che arraffa souvenir e immagini dell'America da ogni parte, come fa a non essere pop? Se non lo è lui, non lo è nemmeno Andy Warhol; le lattine di zuppa Campbell o le scatole di detersivo Brillo esposte da Warhol in lungo e in largo non sono forse anch'esse la narrazione del mito americano? No, per Warhol non si è mai trattato di narrare, ma di deificare; per Warhol ogni opera è l'apoteosi del proprio soggetto, siamo nel campo del sacro. Per Warhol, Marylin non vale quanto una lattina, è la lattina a valere quanto Marylin. Warhol porta la lattina sull'Olimpo, non trascina Marylin al supermercato. Richard Prince carica su una Cadillac Leonardo DiCaprio (suo caro amico), Pamela Anderson (sua collezionista), il cowboy della Marlboro e Philip Morris in persona e li porta tutti al Walmart, rigorosamente in smoking.

In altre parole: per Warhol, estatico adoratore d'immagini/icone, queste immagini non possono aprirsi a narrative diverse da quella ufficiale; Richard Prince invece fa storytelling, vintage per di più. Alcuni estratti da uno scritto in cui Prince informa il mondo della differenza tra se stesso e Andy Warhol: «Andy ha scritto libri, io colleziono libri». E ancora: «Andy pubblicava una rivista, io compro qualsiasi rivista trovi in edicola, la porto a casa, la squaderno in lungo e in largo e poi la faccio a pezzi». Andy vive, Richard Prince viviseziona.
Essendo Richard Prince fermamente convinto d'incarnare gli Stati Uniti d'America, lo sventurato che volesse cimentarsi nella sua biografia potrebbe raccogliere materiale per più di mille anni. Gli stessi scritti dell'artista sono così affastellati di nomi e titoli d'ogni genere da risultare più calorici di un Frappuccino di Starbucks, uno di quelli pumpkin cinnamon chip, con zucca, sciroppo, cannella, caffè, semi di vaniglia e Zorro, succo d'arancia, succo di fragola e Hugh Hefner, crema pasticcera, caramello, un po' di Carroll Shelby, panna montata, cacao – sorseggiato con soundtrack di Velvet Underground, Beach Boys e Taylor Swift che tuonano in contemporanea dalle casse dislocate per il coffee bar: frulla, frulla, frulla.

Ma chi è in verità Richard Prince? Mica facile. Dall'anagrafe sappiamo che nasce nel 1949 nella zona del Canale di Panama da genitori che hanno collaborato con l'intelligence in periodo di guerra, trascorre l'adolescenza a Boston, si trasferisce a New York a ventiquattro anni dove lavora per la Time Inc. stracciando le pagine pubblicitarie dei magazine riservate alla pubblicità per inviarle alle aziende come prova della loro pubblicazione. Questi i dati reali sulla sua vita.
Poi c'è tutta una tragedia con il padre ambientata a Panama che Prince ama raccontare in modo tale da non far capire assolutamente nulla. Quando la narrò al romanziere britannico J. G. Ballard nel 1967 concluse dicendo: «Mio padre è uno psicopatico; ma si sa, gli psicopatici vanno sempre di moda». Qualche minuto prima aveva parlato di un paio di lenti a contatto progettate dal padre e destinate a Fidel Castro, lenti in grado di provocare allucinazioni proiettando chi le usa in un universo distopico in cui le magliette parlano. Aveva anche precisato: «Mio padre direbbe che il suo compito è inventare la realtà, non la fiction. Quello su cui alcune persone sognano o scrivono, lui lo fa».
Un enunciato simile lo ripresenterà trent'anni dopo, ancora a proposito di Warhol: «Andy ha girato film, io guardo film». L'evoluzione di Prince è arrivata a compimento: l'artista non è più l'eroe che afferma il suo destino, l'artista non è più nemmeno lo scrittore che narra l'avventura dell'eroe, l'artista è il collezionista che accumula tracce dello scrittore che insegue l'eroe. L'artista è testimone della storia, e in questa fa capolino raramente, ancor meglio se virtualmente.
Mentre scrivo quest'articolo ecco che sul mio computer compare un nuovo tweet di Richard Prince: «Warhol e io abbiamo avuto due cose in comune. Lo stesso compleanno. Lo stesso dentista. Oltre a questo…? Paura del sole?». Basta, Richard! BASTA! Lo abbiamo capito, che non sei Warhol.

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