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Gli Oscar senza colore

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los angeles

Gli Oscar senza colore

Gli Oscar? Troppo bianchi. È attraverso l'hashtag #OscarsSoWhite che i registi Spike Lee e Michael Moore, e attrici come Jada Pinkett Smith, hanno invitato tutti al boicottaggio della cerimonia degli Oscar 2016.

La mancanza di diversità all'Academy - per due anni consecutivi, su 40 attori nominati, nessuno era di colore - è davvero un caso oppure la protesta, sempre più virale e informatica, va ricollocata? E, come domanda l'Hollywood Reporter, sono gli Studios ad essere razzisti o l'America stessa? L'istituzione della Motion Picture Academy ha infilato qualche lacuna nella lista delle “White Nominees” ma a sorprendere è la dichiarazione del presidente Cheryl Boone Isaacs: “Non sono più orgogliosa di essere membro di questa organizzazione”, ha detto. Se a questo aggiungiamo critiche dall'interno sul fattore età e la disparità dei generi, i veterani dell'Academy hanno cominciato ad accettare l'ipotesi che la Hollywood “fabbricata” da bianchi e ebrei sia ormai al punto di svolta. Anche Charlotte Rampling (nominata come miglior attrice per 45 Years) ha detto la sua in un'intervista a una radio francese, parlando, per paradosso, di “razzismo nei confronti dei bianchi”, e sta ancora scontando le reazioni e la pubblicità negativa sulla sua candidatura.

Gli insiders, dopo nuove minacce di boicottaggio (Mark Ruffalo, Spotlight: “Andrò agli Oscar solo in supporto delle vittime di abusi sessuali da parte dei preti e in onore del buon giornalismo”), parlano di una Academy sempre più confusa e accerchiata dai “ribelli” candidati. Un conto sono le critiche degli esclusi ma in casa non si può rischiare. E nessuno vorrà certo compiere l'errore di Michael Caine (Youth - La giovinezza) che si è rivolto a Will Smith e Samuel L. Jackson dicendo loro che, agli inizi, era lui l'attore “black” di turno. Basta avere un po' di pazienza e anche l'affare “race” (razza) troverà un equilibrio. Un commento, quello di Caine, arrivato prima delle nomination del 14 gennaio e che ora fa da pura dinamite politica alla campagna di boicottaggio. C'è persino chi sta tentando di convincere Chris Rock, il re della black comedy e della satira, a ritirarsi in qualità di presentatore la notte del 23 febbraio. Accetterà la provocazione? La questione non è tanto quella della rappresentanza o meno della diversità a Hollywood quanto l'albero genealogico della Motion Picture Arts and Sciences, composto, nella sua membership, da un 93 per cento di bianchi e da un 76 per cento di uomini. Secondo il giornalista Marc Bernardin, ci sono due tipi di film, oggi, che accolgono la diversità al cinema: i popcorn movies (Fast & Furious e Star Wars) e i cosiddetti “homework” movies (opere studiate a tavolino per educare lo spettatore e insegnare agli americani le fondamenta e le radici dell'elemento afro-americano, da Selma a 12 anni schiavo, fino a Malcolm X e The Help e, dopo il Sundance, Birth of a Nation).

La vera sciagura è notare che i film black in corsa agli Oscar in genere sono tutti a tematica sociale o politica, con protagonisti Martin Luther King Jr. o Malcolm X o Solomon Northup. Personalità esemplari ma perché allora non rendere “homework” movie anche Revenant con DiCaprio? O meglio, perché non finanziare un Cigno Nero asiatico, si chiede Bernardin. Il solo modo di rappresentare la diversità al cinema è girare più film con e su persone di colore. E di questo sono responsabili gli Studios, i primi a spostare il focus su un genere diverso dalle “black stories” (salvo per Concussion con Will Smith) e ad andare fieri dei loro prodotti solo quando ci sono figure intoccabili, totemiche e per nulla ambigue nel biopic dell'anno. “Black life” significa anche violenza, gang, sesso. Non soltanto (estetizzante) lezione di storia. Eppure il più potente film di Spike Lee degli ultimi anni, Chi-Raq, basato su Lisistrata di Aristofane, è stato distribuito grazie ad Amazon solo in alcune sale selezionate e tramite video on demand. E snobbato nel pre-cerimonia. Voci diverse le acchiappiamo più spesso in tv - da Empire a Quantico e Scandal - mentre al cinema si sta creando un buco enorme, come spiega lo scrittore e regista Justin Simien (Dear White People): “Il sistema lavora a mio svantaggio per la sola ragione che sono una persona di colore”.

In effetti, se tra gli anni Novanta e il 2000, un film black da 9 milioni ne incassava 30, “oggi l'industria è diventata inequivocabilmente miope”. Sarebbe a dire, “sono cambiati i film che fanno gli Studios”, per cui “quest'anno giriamo o rigiriamo solo film che hanno fatto il botto al box office lo scorso anno”. L'affare “minority” deriva da un cliché, racconta Simien: “C'è un'ossessione per la tragedia black. Se guardi un film sui neri è tipicamente un film storico, e ha a che fare con le nostre pene subite, dallo schiavismo alle rivolte. Ne sono stati fatti di eccellenti, non lo metto in dubbio, ed esistono sul serio terribili capitoli di storia della cultura black da esplorare ancora, ma la cosa strana è che solo quei film, con quella tematica, emergono. Non so, è forse la gente che sopporta e tollera queste orribili tragedie, o si comporta come una santa. E' come se ci dicessero che in fondo non siamo umani, perché i veri esseri umani sono sfaccettati e hanno più strati, più personalità”. Il business tv e streaming (Netflix, HBO, Hulu) è flessibile invece; adesso che l'America è in piena mutazione (demografica e politica) l'interesse per la cultura asiatica e latina o per quella black dovrebbe essere all'ordine del giorno.

L'America cambia e il cinema non se n'è accorto (o non può raccontarlo). Eccezioni USA come Hustle & Flow (Stephanie Allain), Dear White People (Simien, appunto) e Master of None (Alan Yang) ci dimostrano che tra executive, filmmaker e showrunner c'è scambio, c'è movimento. Boicottare l'Oscar è l'unica maniera di far valere le proprie ragioni? La mancanza di “colore” anche tra i nominati, Creed (lo rappresenta, guarda caso, il white Sylvester Stallone e non il black Michael B. Jordan/Adonis Johnson) e Straight Outta Compton (nominato dall'Academy solo per la sceneggiatura originale) forse non è sinonimo di razzismo ma, sottolinea l'attrice e regista Lena Dunham, “è risaputo che un gruppo di uomini bianchi ogni anno vota per un altro gruppo di uomini bianchi”; per dare una scossa “non è sufficiente educare queste persone, occorre mutare l'intera struttura” e “non basta Spike Lee, tutti noi artisti dobbiamo unirci, salire a bordo e dire: Ecco, è di questo che abbiamo bisogna ora”. Fuori dall'Academy, però, esiste poi un mondo ancora più xenofobo, sessista e razzista da raddrizzare. Dopo la statuetta.

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