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Perché Bassani non è Liala

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Perché Bassani non è Liala

Nel 1991 Bassani aveva cambiato casa, a Roma. Era andato a vivere in un appartamento di Trastevere, insieme a Portia Prebys. Prima di uscire per la consueta passeggiata mattutina, esplorava meticolosamente le tavole settecentesche della Nuova Pianta di Roma di Giovan Battista Nolli, che tappezzavano una parete della camera da letto. Non voleva andare a caso, rimorchiato dai propri piedi. Si imponeva di studiare il percorso sulla topografia disegnata; e di educare i suoi passi perché procedessero a memoria, come dentro uno scenario di carta romanzata dal tempo. Se per strada veniva riconosciuto, capitava che gli venisse rivolta una domanda di cortesia sul suo lavoro di scrittore. La curiosità era legittima. Lo si pensava impegnato nella scrittura di un’opera nuova. Ma Bassani si ritraeva. E, seccamente, ribatteva con un’altra domanda. Chiedeva se, incontrando Dante, in quel reticolo di strade anticamente disegnate, gli sarebbe venuta la stessa voglia di sapere a quale opera stesse lavorando. «Intendeva dire», commenta Portia Prebys, «che aveva completato il suo capolavoro, il lavoro di una vita, Il romanzo di Ferrara».

La sua vicenda di scrittore si era chiusa nel 1980, con la revisione e la sistemazione definitiva, in un «macrotesto», della sua produzione letteraria urbanisticamente rilevata in sei libri «dentro le mura»: dalle Storie ferraresi all’Odore del fieno, passando per Il giardino dei Finzi-Contini, Dietro la porta e L’airone. Al Romanzo di Ferrara, riproposto da Feltrinelli nella collana «Le Comete» (2012), con una postfazione di Cristiano Spila, sempre nelle «Comete» si è aggiunto nel 2014, a cura di Piero Pieri, un volume di Racconti, diari, cronache (1935-1956) che costituiscono la base cartografica sulla quale si erge il monolitico Romanzo ferrarese. Si deve a Portia Prebys l’enorme stradario, in due fittissimi volumi di 876 pagine complessive, che guida bibliograficamente tra le carte di Bassani e dentro la «memoria critica» dell’intera opera dello scrittore (Edisai Edizioni, Ferrara 2010).

Giorgio Bassani era nato a Ferrara il 4 marzo del 1916. A cento anni dalla nascita si preparano le celebrazioni di rito in Italia, come in Francia e negli Stati Uniti. Nell’occasione, conviene ritornare a un episodio del 1963, che vide Bassani ingiustamente accusato di spionaggio editoriale da Giangiacomo Feltrinelli; e dileggiato. Era il momento più rissoso di una polemica letteraria avviata da qualche anno nell’ambito della campagna neosperimentale del Gruppo 63. Pare che sia stato Edoardo Sanguineti a inventare la formula che mortificò Bassani e Cassola. I due scrittori vennero additati come «le Liale del’63». Non fu un atto di teppismo, nella generale scalmana. Ma la cristallizzazione ironica di uno schizzo di polemica contro il «tradizionalismo» in letteratura; una provocazione giovanilistica che, con le scanzonate malignazioni che sottindendeva, richiamava quel «genere “testa da cappellino”» evocato da George Eliot a proposito dei sentimentalismi, delle fatuità e dell’odore di rosa secca, delle «signorine romanziere». Bassani diede molto peso allo sberleffo. E reagì con i manierismi iracondi di una risposta seriosa: «I più presi di mira siamo noi, gli scrittori della generazione di mezzo, noi che siamo usciti dalla Resistenza conservandone la tensione morale e l’impegno politico. Quelli che ci attaccano sono le anime belle della letteratura (…) Che si possa incontrarli qui a Roma nei caffè di piazza del Popolo, o in qualche ristorantuccio di via della Croce o di piazza Sforza Cesarini, tutti aggiornati anche fisicamente, nel taglio dei capelli e delle barbe, nelle giacche e nelle brache di velluto, nei camiciotti a quadrettoni, tutti così “artisti, così “irresponsabili”, così innocuamente “arrabbiati” o gelidi, comunque sempre chic, non aiuta davvero a chiarire l’enigma sulla loro reale identità (…) Il mio parere è che dei letterati della neoavanguardia si potrà cominciare a occuparsi soltanto quando avranno prodotto qualcosa di oggettivamente accettabile».

Lo scontro tra i “novissimi” e Bassani è stato raccontato più volte. Anche con puntualità di riscontri, e senza indulgere sulle irritazioni che hanno sollevato muraglie di parole. E insistendo piuttosto sugli assestamenti teorici, in quegli anni, in campo letterario; e non solo. Un errore permane però nelle varie ricostruzioni. Si dà per scontato che il Gruppo 63 sia stato compatto nell’ostilità a Bassani. Umberto Eco si è sempre dissociato, per esempio. E ha comunque minimizzato. A non parlare di chi entrò in sintonia con Bassani. Sono stati evidenziati sistematicamente gli inchiostri polemici. Sono state invece oscurate le voci di consenso. Una soprattutto, la più importante, trascurata dalla critica se non proprio ignorata. E si trattava di un modo diverso di leggere la narrativa di Bassani, al di là delle parole d’ordine e dei dispositivi meccanici crudamente messi in prova.

Tutto cominciò con il saggio Regolari e irregolari nella narrativa italiana, pubblicato da Renato Barilli sul numero della rivista «Il Mulino» dell’agosto 1959. Il discorso partiva dall’applicazione alla narrativa di Bassani del concetto di romanzo «ben fatto», elaborato in America da Joseph Warren Beach; e con questo termine veniva indicato «tutto un atteggiamento di fronte al romanzo, atteggiamento fatto sostanzialmente di ortodossia e di conformismo». Sulla base di queste premesse, Barilli procedette all’infilzamento di tutte le presunte farfalle estinte inseguite da Bassani nelle Cinque storie ferraresi: il «senso comune», la grigia «mediocrità». E soprattutto il suo specifico modo di ricorrere alla «memoria»: «Un’altra remora al raggiungimento di una narrazione plastica e dispiegata proviene dal fatto che su Bassani agisce con grande efficacia un oggetto affettivo, la Ferrara dell’adolescenza e della prima giovinezza: un ambiente naturale e sociale evocato con ricorso alla memoria; una memoria che tuttavia in questo caso adempie a una funzione di vecchio tipo consistente in un semplice e lineare riporto, in una puntuale restituzione di fatti e figure modificati solo per un lieve stemperamento e ammorbidimento». Barilli stroncò anche Gli occhiali d’oro. Definì i racconti di Bassani «stampe della vita di provincia (…) per l’ovvietà e la staticità secondo cui si depositano le immagini riportate». Contemporaneamente Italo Calvino scriveva, con grande finezza critica, che Bassani raggiungeva «effetti di sgomento metafisico da una fotografia minuziosa della provincia».

Un anno dopo Barilli tornò alla carica sul «Verri», per imputare a Bassani anche una buona dose di «dolcezza sentimentale». Ribadì tutti gli attacchi a quelli che lui riteneva i meccanismi triviali della narrativa bassaniana. E, nell’aprile del 1962, sempre sul «Verri», strapazzò malamente, con grossolanità, l’«aberrazione» del Giardino dei Finzi-Contini: «sulla famiglia Finzi-Contini si condensano poco alla volta tutta la “malattia” e la “decadenza” che pure sono nell’atteggiamento stesso dell’Autore nel vagheggiare quella certa società. Ora egli sembra suggerire che appunto quella decadenza provenga dal sentimento di coloro che la portano. Ne verrebbe la strana conseguenza che la condizione ebraica, almeno in certe forme, in certi ambienti, avesse in se stessa, in quel giro di anni, i germi della propria morte, dimodoché la persecuzione razziale sarebbe poi intervenuta come una sorta di braccio secolare incaricato di realizzare materialmente un decesso interiormente già compiuto».

Barilli non aveva letto la recensione del romanzo di Bassani pubblicata da un altro autorevole sodale del Gruppo 63. Gli era sfuggito l’articolo di Giorgio Manganelli (ecco la voce mancante nelle narrazioni delle polemiche degli anni Sessanta), apparso, un mese prima, sull’«Illustrazione Italiana». L’avesse letto, si sarebbe accorto dell’aberrazione sua, non di Bassani: della propria allucinazione critica da intossicazione ideologica. Ne avrebbe tratto giovamento metodologico.

Manganelli dà, del romanzo di Bassani, una definizione fulminante, alla Dürer. L’opera è una «solenne meditazione “con figure”». E va letta, dopo aver trovato il giusto punto d’osservazione; e con sottigliezza di specilli: «I Finzi-Contini, sdegnosi sempre di qualsiasi compromesso coi fascisti –a differenza di altri ebrei più accomodanti o indifesi o anche complici– non sembrano contrastare né eludere la persecuzione razziale che via via li isola e che li distruggerà: ma anzi, per estrema “astuzia della moralità”, la fanno propria come distintivo di straordinaria, insperata nobiltà, e se ne alimentano. Nel loro giardino di alberi eletti, che li veste come una illustre tomba, li esclude dall’esistenza ma non simula di proteggerli, essi praticano la sottile eleganza della morte. Unici tra gli ebrei perseguitati, non si lamentano, né deprecano, non accusano e non sperano: si astengono da qualsivoglia intemperanza della passione, persino da quella di “aver ragione”, e godono, con sgomentevole e asciutta passione morale, della condizione di partecipi della morte. Ne usano come di alto, anzi arrogante privilegio: essi soli, nel disordine della storia, godono di un punto di vista inalterabile; non subiscono la morte, e pertanto non si offrono come vittime, ma con essa si identificano; le sono fedeli per arcaica devozione (…) Il suicidio qui celebrato da Micòl e dai suoi è ideologico: precede e non segue l’inane conflitto passionale; non è sconfitta, ma liberatrice ironia. In questo contesto ideale, i persecutori, in primo luogo i fascisti, sono il male totale proprio perché sono la storia totale; avendo escluso il punto di vista della morte, possono praticarla solo come omicidio e demenza».

Quasi nessuno degli studiosi di Bassani ha tenuto conto di questa sottile lettura düreriana (del Dürer dell’Apocalypsis cum figuris). Per molti di essi è come se fosse rimasta relegata in una pagina inedita, difficile da raggiungere. Fa eccezione Rosa Maria Monastra, nel libretto Feriti dall’oscuro male. Brancati, Morselli, Bassani, Testori (Bonanno 2015, pagg. 134, € 12,00), che da essa è partita per scendere negli abissi di senso che l’apparente trasparenza della prosa di Bassani dissimula. Il Centenario bassaniano è cominciato bene.

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