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Bellezza del latino. Esami scritti di latino e greco per futuri prof

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Letteratura

Bellezza del latino. Esami scritti di latino e greco per futuri prof

  • –Armando Massarenti

Abbiamo osato non poco su queste pagine pubblicando, nelle tre domeniche scorse, la serie «Il latino in tre puntate». D’altro canto, una scommessa simile, ma su tutt’altro fronte, l’avevamo lanciata nel 2012 con Carlo Rovelli, autore di «Tutta la fisica in tre puntate», il nucleo essenziale da cui è nato il best-seller mondiale Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi 2014, Penguin 2015). Ora anche le riflessioni sul latino di Nicola Gardini, nostro collaboratore e docente a Oxford, che proprio grazie alla buona conoscenza della lingua di Cicerone si è fatto strada nel mondo, diventano, opportunamente accresciute, un libro cui auguriamo altrettanta fortuna. Se la bellezza della fisica si è affermata in un Paese come il nostro, così ricco di malintesi sulla nozione di umanesimo e animato da forti correnti antiscientifiche, potrà sembrare paradossale che anche il latino, materia portante del nostro glorioso liceo classico, ora abbia bisogno di essere rilanciato con un libro di alta divulgazione, scritto con esemplare semplicità e chiarezza, perché possa ridiventare (o finalmente diventare) patrimonio comune di ogni persona che voglia dirsi colta, anche di coloro che non hanno avuto la fortuna di impararlo a scuola.

Si tratta in entrambi i casi - la fisica e il latino - di piaceri intellettuali essenziali per vivere, non misurabili in termini di utilità ma, appunto, di bellezza. E Gardini lo sa bene, perché neppure per un momento si abbandona alla retorica consueta secondo cui le versioni sarebbero la migliore palestra per imparare a ragionare. Sì, incidentalmente, forse anche questo. Ma per imparare a ben argomentare, o a esercitare propriamente il pensiero critico necessario ai cittadini di oggi, meglio ricorrere a mezzi più diretti, come quelli de La buona logica (cui l’autore di questo articolo, insieme a Paolo Legrenzi, ha dedicato un libro edito da Cortina). Il che non significa affatto, a propria volta, dimenticarsi di Cicerone!

L’incontro di Nicola Gardini con la lingua latina avviene nel 1977, all’inizio del suo corso di scuola media, proprio quando essa cessa di essere insegnata alla scuola secondaria inferiore. Fu amore a prima vista, fuoco e fiamme. Il giovinetto non s’arrende di fronte all’impedimento istituzionale e impara da solo le declinazioni. Più tardi, al liceo, si ribellerà al rigoroso quanto cieco sistema imposto dai programmi ministeriali, ancora in auge nella scuola di oggi, ovvero quello di separare rigidamente lo studio astratto della grammatica dalla lettura dei testi letterari. Fu allora che incontrò, alle spalle dell’insegnante, quel Passer, deliciae meae puellae, (Passero, delizia della mia fanciulla), uno dei più famosi epigrammi di Catullo. Da allora vediamo il giovane Gardini spendere tutti i suoi piccoli averi per acquistare edizioni pregiate e costosissime - ma necessarie! – delle Belles Lettres. «Grazie al latino – scrive - non sono stato solo. La mia vita si è allungata di secoli e ha abbracciato più continenti. Se ho fatto qualcosa di buono per gli altri, l’ho fatto grazie al latino. Il buono che ho dato a me stesso, quello non c’è dubbio, l’ho tratto dal latino. Mi ha insegnato l’importanza della musica verbale, dunque l’anima stessa della poesia. (…) Grazie al latino una parola italiana valeva il doppio. Sotto il giardino della lingua quotidiana c’era il tappeto delle radici antiche».

Per esempio, Gardini racconta il suo stupore di adolescente nello scoprire che le parole “giorno” e “dì” sono imparentate, poiché la prima deriva da diurnus, che a sua volta è aggettivo di dies (giorno). Ma il latino assume questa importanza soprattutto perché è la lingua di una letteratura potentissima, della quale il pensiero alto (da altus: profondo) e lo stile elegante hanno fatto risuonare di sé tutta la letteratura occidentale e ancora oggi vivono tra le pagine di numerosissimi classici.

Dire latino per Gardini è dire il miracolo della letteratura. Una letteratura capace di consolarci, di farci capire noi stessi, di aiutarci a parlare bene, a pensare meglio, a comportarci ancora meglio, a essere più eleganti, risplendere dentro. Gli esempi di Gardini non corrispondono a una ricostruzione storico-letteraria, bensì a una restituzione sentimentale, che ha il suo apice nella perfezione formale e contenutistica della prosa di Cicerone, inventore della classicità latina: oratio lumen adhibere rebus debet (la lingua deve apportare luce alle cose), ovvero la lingua deve esprimere con chiarezza il pensiero e conferire al contempo eleganza, perché chi pensa bene non può farlo senza grazia; e proprio in questo progetto estetico risiede il fine etico cui l’oratore romano destina la letteratura, quello di insegnare il buon comportamento civile. La sintassi di Cesare è descritta come un costruire sapientemente il pensiero secondo una visione pratica della vita, esattamente come nel brano tratto dal De bello gallico, in cui si dice della perizia tecnica con cui i romani edificarono un ponte per passare oltre il Reno. L’Eneide di Virgilio è il libro che bisognerebbe portare con sé in caso di fine del mondo, per la musicalità del verso, scandita da continui enjambement, per il sentimento della natura, per l’ordo verborum (organizzazione compositiva delle parole) pieno di commozione che vi si legge. E, cosa dire di Seneca, o di Agostino, entrambi maestri di interiorità, che nel loro stilus – la bacchetta appuntita con cui si incideva nella tavoletta incerata, poi metaforicamente il modo di scrivere, lo stile appunto – apparentemente dispersivo, in realtà penetrano come lame nella nostra mente e ci insegnano poco a poco a scoprire chi siamo?

Anche Petrarca scrisse delle epistole commosse rivolte agli antichi, i suoi auctores, coloro che hanno contribuito ad accrescerne la cultura (auctor, infatti, proviene da augere,“accrescere”). Ma i tempi sono cambiati. Questo non è un dialogo, ma il segno di un’emergenza che possa risvegliare tutta la nostra cultura. Non ha nessun senso affermare che il latino è una lingua morta! Né addurre ragioni pratiche per indurre a studiarlo! Si è cittadini migliori se si impara a pensare e a ragionare e nel contempo a vivere nella bellezza. Sì, Gardini ci ha convinto: il latino è proprio bello, e «la bellezza è il volto stesso della libertà».

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Nicola Gardini, Viva il latino. Storia e bellezza di una lingua inutile , Garzanti, Milano, pagg. 240, € 16,90, in uscita il 5 maggio

Debbo rettificare il mio articolo pubblicato su «Domenica» il 24 aprile scorso (con il titolo Insegnerete greco senza conoscerlo, ndr): in realtà le prove scritte di latino e di greco sono previste nel decreto per le classi di concorso A11 e A13, pur senza specificare – mi sembra – se si tratti di versione in latino o dal latino, dal greco in italiano o in latino. Ritengo tuttavia che restino valide le altre mie considerazioni. Ma dell’errore nel quale sono incorso chiedo scusa alla Ministra.

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