Domenica

Disperate lettere italiane

  • Abbonati
  • Accedi
Letteratura

Disperate lettere italiane

In quale misura, positiva o negativa, c’è oggi continuità o discontinuità fra presente e passato nella nostra letteratura? Il fatto che la maggior parte dei nuovi scrittori in prosa o in versi sembri ignorare l’esistenza, alle proprie spalle, di una letteratura in lingua italiana è un fatto liberatorio? È un segno di creatività e vitalità inventiva? O non è, invece, un preciso sintomo di decadimento, di indifferenza alla qualità letteraria? Si tratta di una radicale svolta innovativa come altre (romanticismo, verismo, modernità protonovecentesca) o si tratta di una catastrofica “mutazione” che abolisce sia la coscienza storica che lo stile?

Il nuovo libro di Giorgio Ficara, Lettere non italiane, non manca di formulare giudizi sul presente letterario nel suo insieme e nei suoi singoli fenomeni. Ne formula anzi uno particolarmente netto: la nostra letteratura non è più neppure denominabile come “italiana” perché non ha più legami con un lungo passato che si è concluso prima che il Novecento finisse, fra Pasolini e Calvino, Zanzotto e Parise, Giudici e La Capria. La lingua della letteratura si è paurosamente impoverita, immersa com’è negli standard e nei gerghi della comunicazione corrente. I generi letterari non riescono ormai né a ereditare da qualche segmento della nostra tradizione né a rigenerarsi. Rari sintomi di novità sono venuti, mi sembra, soprattutto da quella poesia che si “teatralizza” mettendo in scena la voce di uno o più personaggi.

La diagnosi di Ficara non può essere sottovalutata. Se la letteratura scritta oggi in italiano non è più propriamente “letteratura italiana” ma è una vasta, informe neoplasia in cui i singoli autori e libri risultano intercambiabili, o comunque poco riconoscibili, il fenomeno non è neppure esclusivamente letterario. Non solo si è indebolita l’individualità degli individui: è l’Italia che ha perso identità storica, o la ignora, o vuole liberarsene come ci si libera di una responsabilità inutile, di un falso dovere.

Fin dal primo capoverso della sua Premessa, Ficara fornisce la più efficace formulazione del suo tema: «Ho scritto questo libro perché non riesco a immaginare un mondo senza letteratura italiana. Si parla spesso di una crisi o addirittura di una compiuta transizione della nostra letteratura in qualcosa di periferico rispetto al centro vivo della grande lingua letteraria italiana: una discontinuità formale e fondamentale tra contemporanei e moderni, mai registrata nella nostra tradizione. Manzoni e Gadda, ad esempio, sarebbero continui, Gadda e Eco discontinui. Non si tratta di alto e basso, Literatur e Trivialliteratur, quanto propriamente di valori un tempo equiparabili, oggi non più equiparabili. Si dice anche che questo salto tra ieri e oggi non riguardi solo la letteratura italiana (…) Ma in Italia, questo salto si vede di più: innanzitutto, l’originaria, secolare influenza della nostra letteratura sulle letterature europee ci induce oggi a commiserarne particolarmente l’emarginazione. D’altra parte, i più emarginati degli emarginati, cioè molti tra i giovani e i giovanissimi romanzieri italiani, scrivono ormai in un altro italiano, più simile alla traduzione da un succinto inglese che a quella lingua “altrettanto perfetta quanto immensa” di cui parlava Leopardi quasi due secoli fa (…) A differenza del banco dell’ortolano, dove il carciofo o il tarocco di origine protetta fanno bella mostra di sé, in libreria non esiste nessuna letteratura italiana “biologica”».

Dunque, Lettere non italiane: con un tale titolo Ficara pubblica il più militante e passionale dei suoi libri. Il messaggio che il titolo trasmette richiedeva molte giustificazioni e precisazioni che nel corso degli anni e ora in questo intero volume vengono date. Prima nei due lunghi saggi iniziali, poi in una serie di ritratti e recensioni, in cui ricompaiono, fra gli altri, gli autori per Ficara più necessari e orientativi (De Sanctis e Montale, D’Annunzio e Gadda, Zanzotto e La Capria) la tesi centrale si ramifica e diventa sempre più convincente. Senza una lingua letteraria, una lingua che diventi stile, senza distanza critica e coscienza del passato, secondo Ficara non c’è letteratura. Più che una fede o un principio teorico, è questa la più preziosa delle sue personali convinzioni di autore e di critico. È infatti proprio in quanto lui stesso scrittore che Ficara parla. Il suo linguaggio saggistico, mai convenzionale, è il più singolarmente articolato e prensile, il più letterariamente complesso che circoli oggi in Italia, con ascendenze e affinità che vanno d Barthes a Garboli, passando per Praz. Questo tipo di prosa è di per sé un esempio della cosa di cui Ficara parla in ogni pagina del suo libro: per chi scrive, non c’è infatti intelligenza possibile che non esiga una lingua intelligente, nella precisione delle sfumature lessicali, nella mobilità sintattica, nel tono di voce (in questo caso, direi, inafferrabilmente “leonardesco”). Nel suo secolare aristocraticismo, la prosa letteraria italiana, con gli opposti esempi di grande stile che Ficara ha sempre in mente, Leopardi e Manzoni, è stata una prosa meravigliosa per la sua intelligenza. L’evidente sottinteso è quindi che se oggi la nostra letteratura cessa di avere rapporti con la tradizione, con la fisiologia di una tale lingua, diventa una letteratura più stupida. È una cosa che anche i più colti “avanguardisti” del Gruppo 63 avevano capito: almeno Sanguineti e Manganelli, la cui prosa è fin troppo manieristica, curiale, comicamente arcaizzante. Non lo avevano capito Eco e Balestrini, autori senza lingua, banalmente comunicativi o inutilmente indecifrabili.

La riflessione che Ficara compie sul romanzo è tenuta in equilibrio esattamente su questo fulcro: narrazione e riflessione, fatti e verità stilistica. Fra i capitoli dedicati agli autori di oggi, il più “angolare” è perciò quello su «Elisabetta Rasy tra saggio e romanzo», in cui vengono collocati in continuità il saggistico Figure della malinconia e il romanzo riflessivamente neotradizionale Non esistono cose lontane. Già in apertura Ficara definisce il “genere critico” a cui nel corso dell’intero libro chiede aiuto per liberare la letteratura attuale dall’assedio dell’incultura: «È ancora possibile scrivere un saggio su una tazza da caffè, e trarne conclusioni generali, come faceva Charles Lamb? O pervenire a una certa consequentia tra i banchi di una pescheria a Catania, di fronte al pesce luna, come faceva Mario Praz? La materia dei saggi è innanzitutto distrazione, capogiro, inciampo sul cammino diritto delle idee (…) L’umanità o, su un piano appena diverso, la materialità del pensiero critico è il perno su cui ruota questo Figure della malinconia. Parlando d’arte e di artisti ma soprattutto delle cose viste nei loro quadri e nei loro affreschi (…) Elisabetta Rasy ci accompagna nella caducità stessa con l’equilibrio di chi ama la vita, le sue increspature, accarezza ogni atomo di materia mondana, e d’altra parte l’allontana, la lascia, la vede sola, in sé».

Ho citato queste righe perché esemplificano lo stile del critico e danno il tono del libro: ne illuminano il punto di emanazione dei suoi criteri e giudizi. Il romanzo italiano oggi può salvarsi letterariamente solo assorbendo nutrimenti saggistici, come nel Novecento, il secolo di Proust e Kafka, ha fatto ripetutamente per dare spessore umoristico o satirico o malinconico o speculativo al racconto. Variamente saggistici sono stati, in Italia, sia Svevo che Gadda, sia Morante che Calvino.

Dimenticavo di accostare agli argomenti di Ficara qualche controargomento. Nei rapporti con la “letterarietà” della lingua, cioè con lo stile, i diversi generi si comportano diversamente. Un genere come il romanzo ha sempre oscillato fra opzione stilistica e opzione mitopoietica, fra passione formale e invenzione di miti, personaggi, storie. Alla lingua della tradizione letteraria il romanziere ha guardato spesso con una certa salutare, autodifensiva diffidenza. Defoe era sia un epico che un giornalista. Verga sembra aver ignorato l’esistenza della letteratura italiana. Di Svevo si è detto che “scrive male”. Moravia respinge ogni intonazione stilistica. Soldati sembra che semplicemente parli scrivendo. Quanto alla saggistica e alla critica, è vero che si nutrono di cultura accumulata. Ma mi chiedo quanto fosse in continuità con il passato la prosa diretta e sbrigativa di Pietro Verri e di De Sanctis. Infine la poesia: fra D’Annunzio e Palazzeschi, fra Pascoli e Ungaretti o Sbarbaro il salto è enorme.

E oggi? Ha ragione Ficara. Ma (lo ripeto) il rapporto di causa ed effetto fra letteratura e vita nazionale andrebbe forse rovesciato. L’Italia da tempo non ha più né identità né sovranità culturale. Prima in rapporto con la Francia, poi con il mondo anglosassone, si è comportata come un paese coloniale. Gli ultimi tentativi di educare gli italiani e di indurli all’autocoscienza attraverso il romanzo risalgono a Giacomo Debenedetti, a Gobetti e a Gramsci. C’è qualcuno che se ne ricordi? La nostra storia è finita, come disse negli anni cinquanta un poeta «disperatamente italiano».

© Riproduzione riservata