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L’ombrello di Parigi

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Arte

L’ombrello di Parigi

Les Halles. Al restauro mancano la stazone, un giardino e gli spazi culturali
Les Halles. Al restauro mancano la stazone, un giardino e gli spazi culturali

Marcello Mastroianni, irriconoscibile con i capelli lunghi, si scapicollava a cavallo, trascinandosi giù per i pendii pietrosi del «buco di Parigi»Lo chiamavano così in città, da quando, a partire dal 1971, le strutture di ferro e vetro delle Halles, leggere e ottocentesche, erano state demolite, durante due lunghi anni di faticosi lavori, tra polvere e tonfi assordanti.

Era rimasto quel buco lì, immenso. Un giorno accanto era passato Marco Ferreri. E il regista italiano non s’era fatto scappare l’occasione. «Ci girerò un western», dichiarò, reduce dal successo della Grande abbuffata, a un nugolo di giornalisti francesi eccitati. Chiamò a raduno i protagonisti dell’altro film, anche Mastroianni (che divenne il generale Custer) e Ugo Tognazzi (l’indiano che tradisce Custer). Correva l’anno 1973.

Girò battaglie campali, mentre le ruspe ancora distruggevano le ultime strutture metalliche delle Halles. Si vedono nel film (dal titolo Non toccare la donna bianca), in un pasticcio (pardon, pastiche) sconclusionato. Nei botteghini si tradusse in un flop, nonostante la presenza di Catherine Deneuve, che impersonava una pallida e ingenua infermiera, rivisitazione volutamente patetica di Séverine, la Belle du jour. Nella testa di Ferreri la cacciata degli indiani da parte di Custer diventava allegoria di quella degli umili lavoratori delle Halles, fino a poco tempo prima i mercati generali di Parigi, il suo cuore (anzi, il suo “ventre”, consacrato in un romanzo di Émile Zola).

Ebbene, all’inizio di aprile sono state inaugurate le nuove Halles. La Canopée, un ombrello gigante di lame di vetro e acciaio (7mila tonnellate contro le 7.500 della Torre Eiffel), copre adesso il buco». Già dal 1979 era diventato il Forum des Halles, mega centro commerciale, che sovrasta una stazione ferroviaria e metro con 750mila passeggeri in transito ogni giorno. Canopia (o canopea) è «lo strato superiore delle chiome della foresta tropicale», ispirazione degli architetti Patrick Berger e Jacques Anzitutti. Perché tutta l’area sia risanata, mancano ancora il restauro della stazione, un giardino e alcuni spazi culturali: uno sarà consacrato all’hip hop, per istituzionalizzare una cultura metropolitana che da trent’anni si è sviluppata nelle strade intorno. Il tutto alla fine costerà più di un miliardo, che è una cifra assurda.

Ma con il sole che filtra attraverso la Canopée una sera di primavera, e la chiesa di Saint-Eustache che spunta su un lato, una cosa è certa: le Halles sono meglio di prima, si respira un briciolo di poesia. Nella configurazione precedente, modernismo già datato alla nascita, senza la leggerezza pop di un Centro Pompidou, ridicole strutture a ombrello incombevano su un Forum, che era un budello nero, senza la luce di oggi.

Il nuovo progetto tenta anche una «boboizzazione» del luogo: attirare i nuovi padroni della Parigi contemporanea, i «bobo» (bourgeois bohème), nelle Halles, che ai tempi di Zola erano invece il regno dei poveracci. Pure dopo il 1979, quando il «buco» venne riempito, le Halles attirarono subito i ragazzi della periferia e le loro controculture. Ma all’inizio di aprile, con la Canopée sono stati aperti due nuovi punti ristoro, uno decorato da Philippe Starck e l’altro dello chef Alain Ducasse.

«Paghiamo ancora oggi per la distruzione delle Halles: è un trauma presente». Lo ripete a ogni occasione David Mangin, l’architetto che supervisiona tutta la «rivisitazione» dell’area e che sta progettando il nuovo giardino. Al di là dell’allure hi-tech della Canopée, lo spettro della storia aleggia sempre. Le origini delle Halles risalgono al XII secolo quando il re Luigi VI decise di crearvi un mercato. Nel 1852 Napoleone III chiese all’architetto Victor Baltard di ripensare quel vasto mercato in chiave moderna. Spuntarono dieci padiglioni metallici, ispirati alle stazioni ferroviarie dell’epoca: subito pieni di mercanti di tutte le derrate alimentari, in ogni senso Il ventre di Parigi, romanzo pubblicato nel 1873. Già dopo la Seconda guerra mondiale si pose il problema delle Halles, ormai insalubri (ma di un’umanità debordante). In una notte, il 3 marzo 1969, quella folla e il suo business si trasferirono nei nuovi mercati all’ingrosso, costruiti a Rungis, a sud di Parigi.

In quegli anni post ’68, le strutture di Baltard furono occupate da una fauna di irregolari, artisti e sognatori. Ma, malgrado le proteste, arrivarono le ruspe. E poi Marco Ferreri e la sua troupe. Il presidente Valéry Giscard d’Estaing convocherà l’architetto Ricardo Boffil, che aveva l’idea di un edificio neoclassico orientaleggiante. Ma Jacques Chirac diventerà sindaco della città. E imporrà la sua visione «all’avanguardia»che si concretizzerà nel 1979 con il progetto di Claude Vasconi e Georges Pencreac’h, quasi interamente abbattuto ora che è sbocciata la Canopée. Sarà la volta buona? Non è facile superare la «maledizione»” delle Halles.

Per rituffarsi nell’atmosfera di quelle di Baltard, il patrimonio fotografico più ricco si trova a Hollywood. Lì, nel 1963 girarono il film Irma la dolce, con Jack Lemmon e Shirley MacLaine, basato su un musical francese. Era la storia di un uomo che lavorava alle Halles e della moglie prostituta. I padiglioni di Baltard vennero ricostruiti negli studios. Lo scenografo Alexandre Trauner non voleva sbagliarsi. E mise insieme una documentazione ricchissima di foto e disegni. Ancora oggi la memoria più viva di un mondo scomparso. Del ventre di Parigi.

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