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L’obiettività dei generi letterari

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Letteratura

L’obiettività dei generi letterari

Giorgio Manganelli (1923-1990)
Giorgio Manganelli (1923-1990)

Estrosità rigorose di un consulente editoriale è un libro impegnativo ma di piacevolissima lettura sia per la proverbiale estrosità dell’autore, tra i più ironici e divertenti della nostra letteratura - basti pensare ai deliziosi, insieme tragici ed esilaranti, microromanzi che compongono Centuria, ma anche all’opera d’esordio che ha un titolo che è già tutto un programma, Hilarotragoedia -, sia soprattutto per il rigore e la serietà con cui Giorgio Manganelli si dedicò al lavoro di consulente per le maggiori case editrici italiane, Garzanti, Einaudi, Rizzoli, Adelphi. In realtà, come geniali microromanzi capaci di spalancare mondi in poche righe vanno letti anche molti dei brevi testi qui raccolti da Salvatore Silvano Nigro. Schede e proposte di lettura, risvolti di copertina, lettere più o meno impertinenti a editori, redattori e direttori di collane, osservazioni su traduzioni e curatele, sintesi e critiche fulminanti, scritte sul filo di ossimori geniali e originalissimi («Un libro amabile, inconsueto e ragionevolmente demente» è il giudizio, per esempio, per Il terzo poliziotto di Flann O’Brien; e per Summer Will Show di Sylvia Townsend Warner: «Romanzo lesbico-trotskista, molto educativo e nobilmente progressista. Al diavolo»): tutto ciò costituisce un agglomerato apparentemente disordinatissimo che ci fa pensare all’impossibilità perechiana di sistemare i libri, non solo fisicamente negli scaffali di una libreria, ma in questo caso anche mentalmente.

Ma è solo un’impressione, perché in tanti barocchismi, virtuosismi verbali e pluralità di stili e di espressività, un bandolo della matassa non è così difficile trovarlo. Per individuare il principio ordinatore che sottende alla varietà manganelliana, e ritrovare quindi il rigore di questa mente magmatica e imprevedibile, è utile attingere, a conferma delle tesi sostenute da Nigro nella sua illuminante postfazione, a un’altra preziosa fonte: lo splendido dialogo radiofonico con Paolo Terni Una profonda invidia per la musica (da poco pubblicato da Orme editore, con cd audio, a cura di Andrea Cortellessa).

«Chi ascolta con una certa attenzione e per un certo periodo di tempo il quartetto del Settecento - osserva Manganelli - fino ad arrivare a Beethoven, fino ad arrivare poi ai romantici, si accorge che esiste una storia specifica del genere quartetto o del genere trio, che non è assolutamente confondibile con la storia di altri generi che gli stessi musicisti possono avere praticato». Attraverso questo modo di ascoltare la musica, Manganelli mette in atto una strategia di “verifica” simile a quella da lui svolta sistematicamente in ambito letterario, ma che porta a esiti ben diversi: «la musica ha conservato e custodito gelosamente una continuità retorica che dalla letteratura è venuta molto prima ad essere messa in discussione, in dubbio. C’è uno scambio straordinario di esperienze tra Haydn e Mozart che è difficilmente comprensibile nei termini della storia della letteratura». Così nella storia della poesia si possono individuare, per esempio nel petrarchismo, «alcuni moduli stilistici che non vengono adoperati come opere di un autore, ma come esempi di quel genere» e che in buona parte si sono persi proprio perché il petrarchismo è «uno dei casi più puri di applicazione di un criterio formale totalmente – direi – matematico, descrivibile in termini quasi puramente astratti, alla creazione di poesia». «Così - aggiunge Manganelli - quando io metto sulla stessa serie l’Orlando innamorato del Boiardo, l’Orlando furioso di Ariosto, la Gerusalemme liberata, faccio un discorso unitario che non sarebbe più unitario se pretendessi, ad esempio, di unire al linguaggio epico-narrativo dell’Ariosto anche le sue commedie che seguono un altro itinerario, completamente diverso. Ora questo, nel caso della musica, si è conservato – e direi che si conserva tuttora – e mi sembra una delle qualità più affascinanti».

C’è dunque un «senso della obiettività del lavoro musicale: un’obiettività che, ad esempio, nella letteratura italiana trovo vissuta ed adoperata in modo consapevole, forse per l’ultima volta, nella Crestomazia della prosa di Leopardi, in cui i brani degli autori sono presentati unicamente secondo il tipo, il genere cui appartiene il brano e con assoluta indifferenza a delle classificazioni per autore. Cioè l’autore non esiste».

Ecco dunque come ragiona il più estroso dei consulenti editoriali. E si trova una chiara eco di questa riflessione nella sezione «Disegnare, integrare, vestir collane», per esempio in una scheda sul Morgante del Pulci oppure, per venire al discorso contemporaneo, nel risvolto del libro di Cesare Mazzonis, La vocazione del superstite (Einaudi 1973), definito «un repertorio di situazioni classiche, anzi di frammenti di generi e figure retoriche nobilmente tradizionali: incontriamo l’autobiografia, in un senso più celliniano che memorialistico, il contrasto della città e della campagna, la fine del mondo (...) e l’utopia». E altro ancora «si potrà rinvenire in questa arcaica arca di generi salvati e insieme afflitti da mutazioni mostruose: una mutazione che investe lo stesso vascello, la letteratura, glorioso delle proprie inaudite deformità».

Ancor più sistematicamente ritroviamo il discorso sui generi in due scritti sui Classici riferiti alla collana Einaudi e alla Biblioteca di Scrittori Italiani della Fondazione Pietro Bembo (Guanda), dove si legge: «È notevole come in Italia gli scrittori abbiano assai scarso commercio con la letteratura italiana, a differenza di quel che accade in paesi in cui lo scrittore ritiene di doversi misurare con i testi della sua stessa lingua». Nel saggio di Nigro, intitolato «Quel tonnellaggio di carta», si sottolinea con efficacia il carattere antidesanctisiano e anticrociano di Manganelli. Gli epigoni di De Sanctis e Croce hanno cristallizzato nelle scuole «una lettura moralistica, impegnata, sentenziosa» della nostra storia letteraria che ha esiliato tutto ciò che non si presti «ad un uso romantico e virtuoso». A questi schemi, affascinanti ma riduttivi, Manganelli oppone una strategia volta a mettere in primo piano le opere, non gli autori, soprattutto quelle che (come lui diceva) «non stanno ferme sotto gli occhi», con criteri che ricordano la Crestomazia leopardiana.

«Una nuova collana di classici italiani - scrive nel progetto per la Bembo - deve proporsi di restituire alla letteratura italiana certi caratteri che le sono propri: in primo luogo la letterarietà. Dunque, occorre il recupero di autori, di correnti, di secoli interi che sono stati umiliati e allontanati dal piacere letterario. Ecco il barocco, e tutto il Seicento; ecco gli umanisti che hanno scritto in latino; e gli scrittori religiosi delle origini; e i testi con cui la letteratura italiana ha pensato se stessa, i documenti teorici e i testi delle polemiche; e ancora i testi della letteratura dialettale, spesso assolutamente letteraria; i documenti di una letteratura di viaggi, donde risulta la vocazione esotica di gran parte della nostra cultura; i testi di una cultura non di lingua italiana, ma legati in modo ancora da esplorare alla nostra cultura: si pensi ai poeti arabi di Sicilia. Dunque, una collana critica, che abbia un significato preciso, che unisca testi trascurati o dimenticati a testi noti letti in modo nuovo, che restituisca la congruità letteraria intera della nostra letteratura».

Quanto al «vestir collane», in riferimento alla grafica einaudiana, ecco cosa scrive a Giulio Einaudi dopo l’uscita del primo titolo della Ricerca letteraria (con Alice Ceresa, nel 1967): «Ciò è rigoroso e severo; ma vivendo noi in tempi di rapido deterioramento della compagine cosmica, di fatiscenza degli stili, ahimè, non dovremmo noi chiederci se sia il caso di tener, sia pur moderato, conto dell’enorme, informe massa dei biofili. Dei frettolosi lettori di titoli. Dei fatui recuperabili. Forse il fato ci vuole missionari, educatori, in una parola “amici”».

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