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L’America e il suo demone

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harold bloom

L’America e il suo demone

Il canone americano è il titolo dell’ultimo volume di Harold Bloom, appena uscito da Rizzoli e accompagnato – da noi, così come in America e Gran Bretagna – da uno sciame di commenti e interviste di gente che, salvo qualche eccezione, deve aver pensato bastasse scorrere l’indice e poche pagine per assumere l’aria di sussiego e di sdegno che hanno i burocrati della cultura quando impugnano il regolamento. Accusato di arretratezza e intolleranza, a causa delle passate invettive contro i luoghi comuni del politically correct, Bloom è finito sulla gogna mediatica dei giornali ed esposto ai berci di alcuni recensori che gli hanno dato della vecchia cariatide.

Succede anche con le antologie. Davanti alla lista dei nomi – questo sì, quello no –, invece di spiegare i criteri del curatore, chi scrive l’articolo spesso preferisce salire a sua volta in cattedra ed eccepire sulla selezione dei testi. Nel caso del libro di Bloom, l’equivoco – o lo sbaglio – è persino peggiore. Ed è doppio, perché riguarda tanto il metodo quanto le scelte.

I gattini ciechi, come Emilio Cecchi chiamava i critici poco preparati, non si sono accorti che The Daemon Knows: Literary Greatness and the American Sublime – questo il titolo in inglese – non riguarda affatto l’istruzione di un canone, come vorrebbe la copertina dell’edizione italiana, intesa a richiamare nella mente di chi lo compra il titolo di un precedente bestseller (Il canone occidentale, Bompiani, 1996); ma è, invece, un saggio articolato – e quasi un memoir, o colloquio con se stesso – sulle qualità specifiche della letteratura americana dalla metà dell’800 alla metà del ’900.

Una letteratura in grado di attingere a quella emozione ineffabile o elevazione mistica della mente (ék-stasis) davanti alla gloria e, insieme, all’orrore del mondo creato, che gli antichi chiamavano «il sublime». L’abisso di conoscenza – del cosiddetto vuoto o kenoma degli gnostici – a cui, dice Bloom, mutuando l’idea dagli scritti in prosa di Wallace Stevens, si perviene attraverso l’esercizio dell’immaginazione.

Il libro di Bloom è, soprattutto, un regolamento di conti con l’antagonista di tutta una vita: quel Thomas Stearns Eliot – il critico, non il poeta! –, strenuo eversore delle teorie romantiche e di ciò che queste comportano, nonché sostenitore, insieme a una schiera di suffraganei che hanno dominato il ’900, di una assiomatica impersonalità dell’arte.

Per comodità dialettica, Bloom abbina dodici scrittori – qualcuno dei quali in modo del tutto imprevisto e quasi incongruo – in sei lunghi capitoli: Whitman con Melville, Emerson con Emily Dickinson, Hawthorne con Henry James, Mark Twain con Robert Frost, Wallace Stevens con lo stesso Eliot e William Faulkner con Hart Crane. E che questo elenco non sia da intendere – e non sia credibile – come canone americano, lo dimostra il fatto che mancano, per limitarci a pochi nomi, autori di primo piano nei cento anni presi in considerazione, quali Henry David Thoreau, Edgar Allan Poe, Ezra Pound, Francis Scott Fitzgerald e Ernest Hemingway.

TheDaemon Knows è un viaggio nell’intrico della memoria, dentro quelle poesie e quei testi che Bloom – i vecchi dormono poco – confida di recitare e ripensare tra sé e sé di notte, nel dormiveglia. E come lui stesso scrive all’inizio del quarto capitolo, il libro è stato concepito con un occhio «agli scrittori nazionali francesi, tedeschi, italiani, russi e britannici del XIX e XX secolo: Hugo, Balzac, Émile Zola, Goethe, Thomas Mann, Alessandro Manzoni, Tolstoj, Alexandr Puškin, Dostoevskij, Ivan Turgenev, Dickens, George Eliot, Tennyson e Yeats». Ai quali si devono aggiungere – dice – «Ibsen, Joyce, Proust, Kafka, Beckett, Valéry e persino T. S. Eliot» («persino» – bisogna precisare – perché Eliot, nato nel Missouri nel 1888, divenne suddito britannico con tanto di ombrello e bombetta, solamente nel 1927 e, a rigore, dovrebbe essere visto come una delle incarnazioni dello spirito americano).

A questo punto è però necessaria una parentesi. Bloom, i cui ricordi rimontano a settant’anni addietro e che evidentemente in vita sua non ha fatto altro che leggere (non ha nemmeno perso tempo a imparare a scrivere a macchina, per non parlare del computer, come confessa a pag. 266), spiattella una filza di nomi che pare la bancarella di un libraio. Sono circa 500 gli scrittori che si agitano e che interagiscono nel corso di questo volume, ma è ovvio che le cose che hanno da dire – le loro voci – siano alla portata soltanto di chi ne abbia letto le opere.

La prosa di Bloom è discorsiva e perspicua, ma l’assunto – ciò che sta dietro come un antefatto a questa lunga confidenza personale – può essere un ostacolo per chi non sia un adepto di quella società iniziatica che è la corporazione dei topi di biblioteca. Ed è un ostacolo che incontrerebbe anche chi leggesse il resoconto del viaggio di un botanico in una foresta, senza conoscere il nome delle piante, la forma e il colore dei fiori e delle foglie, la dimensione dei tronchi e l’estensione delle radici di cui si parla.

The Daemon Knows non è un trattato e nemmeno una storia della letteratura. Non sottintende una teoria e non è costruito seguendo un qualsiasi algoritmo. È, invece, il resoconto di un prolungato percorso della mente che costituisce di per sé un atto dell’immaginazione. E, al pari delle visioni e dei sogni, non è confutabile.

La citazione da un’opera del semitista Gershom Scholem (1897-1982), il quale, nonché esperto della Kabbalah ebraica era un cultore della poesia di Whitman, fornisce in esergo la chiave di lettura del libro di Bloom: «La tradizione autentica resta nascosta; solo la tradizione in declino si imbatte in un soggetto, ed è soltanto nel declino che la sua grandezza diventa visibile».

Che l’America sia «la Terra della Sera» e che la sua cultura sia avviata al tramonto è una vecchia, seppur non condivisa, convinzione di Bloom, che ne ha infatti scritto in maniera estesa sia in La religione americana (Garzanti, 1994) sia in Angeli caduti (Bollati Boringhieri, 2010). In The Daemon Knows Bloom rintraccia la tradizione nascosta di cui parla Scholem in quegli scrittori in cui si ravvisa la presenza di una forza misteriosa – il «demone», appunto – che lui stesso in certi momenti chiama «genio», rifacendosi a Hawthorne; in altri, seguendo Yeats, indica col nome di «musa»; e in altri ancora, mutuando il termine dallo spagnolo di Federico García Lorca, definisce con la parola «duende». Nomi diversi di una medesima e antica intuizione trascendentale.

Il demone ispira chi scrive e chi legge allo stesso modo, e illumina la mente di entrambi mettendola in condizione di vedere al di là del visibile. Lo scrittore – il poeta – diventa in tal modo «profeta». Colui che parla oltre il tempo, sul piano dell’eterno, e che, attraverso il simbolismo allusivo della propria opera, è in grado di mostrare il significato ultimo delle cose.

Dei dodici scrittori di cui tratta, Bloom ricorda che solo Eliot può dirsi un cristiano ortodosso. Gli altri appartengono a una tradizione che in America rimonta a quei precursori di Emerson e Whitman che, nel ’600, erano indicati come «antinomiani». Una parola messa in circolazione da Lutero per indicare coloro che erano convinti di essere direttamente guidati dallo Spirito e dunque in possesso di un discernimento che rende secondaria e superflua sia la rivelazione delle Scritture sia la dottrina della istituzione ecclesiastica.

Il motto di Bloom, ripetuto più volte contro la nobile arte della lettura come passatempo, è un umile eppur sempre frainteso: «La letteratura o è alta o non è». E lo si può vedere come il correlativo, in termini gnostici, di un assunto che risale al XIII secolo, secondo il quale «l’arte», appunto, «o è sacra o non è». Perché il suo vero argomento è la ricerca di una verità che appaga – o, perlomeno, acqueta – il pellegrino in terra che noi tutti siamo.

Harold Bloom, Il canone americano. Lo spirito creativo e la grande letteratura, traduzione di Roberta Zupper, edizione italiana a cura di Chicca Galli, Milano, Rizzoli, pagg. 606, € 28

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