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Le due facce di un referendum

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Storia

Le due facce di un referendum

I francesi parlano di «République», sintesi estrema del loro spirito nazionale, i tedeschi dal dopoguerra in poi hanno sostituito la parola «Reich» (Stato) con quella di «bundesrepublik», indicativa del nuovo corso democratico e federale, i britannici, fedeli alla monarchia, si sentono ancora «United Kingdom», il Regno Unito. In Italia solo in anni molto recenti il lessico politico ha cominciato ad adoperare la parola «Repubblica», come capace di racchiudere i sentimenti culturali e costituzionali della nazione. Per molto tempo si è preferito adoperare la definizione debole di “Paese” se non addirittura quella di “società”.

Si è cominciato a parlare di spirito repubblicano grazie soprattutto all’impegno dell’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che ne indicò il valore dei simboli. Per molti decenni, nel lungo dopoguerra, in un’Italia che pure cresceva economicamente, la Repubblica è rimasta sospesa, espressa nei decreti ufficiali ma venerata solo dai piccoli partiti laici (Pri e liberali) e da alcune grandi individualità, a cominciare da Einaudi e De Gasperi. Per il resto, i due grandi partiti chiesa in cui l’Italia si divideva, Dc e Pci, apparivano orientati a esaltare visioni non unificanti, da una parte una concezione clerico-confessionale della politica, dall’altra addirittura una visione che indicava nell’Urss la patria globale di tutti i comunisti a cui tendere. Bisognerà attendere gli anni Settanta quando Enrico Berlinguer comincerà a lavorare ad un’elaborazione nazionale del comunismo.

Del resto la Repubblica nasce in una fase delicata, alla fine di una rovinosa guerra in cui il fascismo aveva trascinato l’Italia, e mostra subito il connotato dell’incertezza. «La Repubblica non entra nella storia d’Italia», scrive Gianni Oliva, «con le piazze in festa e i nuovi tricolori esposti ai balconi: entra defilata, con un comunicato sobrio del Governo e con la polizia a presidio delle città del Sud; entra senza enfasi, dopo dieci giorni di tentennamenti, di bizantinismi giuridici, di ricorsi e di schermaglie politiche; entra esitante, con il peso delle vie di Napoli insanguinate da una dozzina di giovani morti». Lo storico Gianni Oliva ricostruisce con un saggio, ricco di particolari, le giornate di quel giugno di settant’anni fa che portarono alla nascita della Repubblica Italiana, i momenti in cui termina la monarchia sabauda ed ha inizio la vicenda repubblicana. Lo fa mettendo in sequenza i fatti rispetto ai quali l’esito finale fu a lungo in dubbio.

Il referendum si svolge senza incidenti, con i cittadini disciplinatamente in coda davanti ai seggi: «Quasi venticinque milioni di votanti, il 90% degli aventi diritto, dopo un mese di campagna elettorale che ha animato la Nazione villaggio per villaggio, arrivando con i manifesti e con i comizi anche nelle aree più remote: e tra gli elettori tredici milioni di donne, alle quali per la prima volta viene riconosciuto il diritto di voto».

L’entusiasmo della vasta partecipazione cede, però, presto il passo all’angoscia degli scrutini. Lo spoglio è lentissimo e fa registrare risultati sensibilmente diversi da quelli attesi. Si era pronosticata una travolgente vittoria repubblicana, perché quasi tutti i partiti antifascisti si erano attestati su quella indicazione, ma nei fatti la scelta della Repubblica fa fatica e il Paese è nettamente spaccato in due. La monarchia ottiene un voto trasversale, molti democristiani e addirittura comunisti. Anche le potenze vincitrici sono divise: gli inglesi per la monarchia, gli americani per la repubblica. Ad aumentare la tensione c’è l’afflusso difficile dei dati, la guerra al Nord ha distrutto linee telegrafiche e telefoniche, per cui arrivano prima i risultati del Meridione, dove la vittoria monarchica è schiacciante. Alcuni quotidiani del Mezzogiorno si sbilanciano e il giorno 4 annunciano la vittoria sabauda, lo stesso presidente del Consiglio De Gasperi ritiene che il Re ce l’abbia fatta. L’esito, però, si definisce nel corso della notte tra il 4 e il 5, quando affluiscono tutti i dati del Nord: alla fine, 54 per cento alla repubblica e 46 per cento alla monarchia, 12 milioni e 700mila voti contro poco meno di 11 milioni, come annuncia alla stampa il ministro dell’Interno Giuseppe Romita la sera del 5 giugno. «La comunicazione non è definitiva, perché la proclamazione del risultato spetta alla Suprema Corte di Cassazione, ma sufficiente a creare turbamenti: il “ribaltone” è un calice amaro, serpeggiano le prime voci di brogli, si accusa il Governo di aver manipolato i dati, nasce la leggenda metropolitana di Romita che avrebbe nascosto nei cassetti del Viminale un milione di schede prevotate per la repubblica», scrive Oliva.

Nello scontro si inserisce l’ambiguità del decreto luogotenenziale istitutivo del referendum, nel quale si parla di vittoria per chi ottiene «la maggioranza degli elettori votanti». Ma cosa si deve intendere per «elettori votanti»? Dal momento che il Governo non ha fornito dati su schede bianche o nulle, il 54 per cento della Repubblica deve intendersi calcolato sul totale dei voti validi o sul totale dei votanti? La nebulosità della norma crea una questione giuridica che si presta a diventare un “caso” imbarazzante. La Repubblica ha vinto, questo è evidente, ma non ha stravinto. La politica è troppo debole per assumere una decisione e delega la risposta alla magistratura; ma la Corte di Cassazione è altrettanto debole e si rifugia nel rinvio. Scrive in quelle ore Vittorio Gorresio, allora capocronista del “Risorgimento liberale” di Mario Pannunzio: «La folla in piazza Montecitorio chiedeva la bandiera, ma non ne fu esposta nessuna perché non si sapeva quale».

Nella città più monarchica d’Italia, Napoli, dove per il Re ha votato l’80% della popolazione, si formano assembramenti, si contesta il Governo, si grida alla truffa. Altri episodi di contestazione scattano in altre città del Meridione. Ci saranno vittime. Una parte dei militari fa pressioni sul Re e si dichiara pronta al golpe. Ma Umberto ribadisce la sua fedeltà istituzionale e toglie d’impaccio la politica decidendosi per l’esilio. Tutti gli renderanno merito del comportamento responsabile, anche avversari forti come Ferruccio Parri e Palmiro Togliatti. Quello del giugno ’46 fu un passaggio arduo. Per Oliva il «rischio della guerra civile e della spaccatura tra un Centro-Nord repubblicano e un Sud monarchico» fu reale, perché «i morti di Napoli avrebbero potuto innescare una spirale di violenza fuori controllo e trascinare il Paese nel caos».

Anche per questo l’Italia dovrebbe esaltare con maggiore coesione lo spirito repubblicano, cornice unificante, idem sentire, che vada oltre le legittime divisioni della politica.

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