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La crescita è finita?

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Le vie dell’anticapitalismo

La crescita è finita?

Vietato fermarsi. «Cose di natura # 19. Terra e cielo», immagine  di Luisa Menazzi Moretti
Vietato fermarsi. «Cose di natura # 19. Terra e cielo», immagine di Luisa Menazzi Moretti

Il processo alle teorie economiche dominanti, rivelatesi inadeguate a prevedere la Grande Recessione e a fornire indicazioni risolutrici per avviare o consolidare una nuova fase di crescita, è in atto da diverso tempo. Esse, pur matematicamente corrette e basate su “ipotesi realistiche”, non sembrano in grado di rispondere ai processi in corso nel capitalismo mondiale. Pertanto, è giunto il momento che economisti e autorità economiche abbandonino la “mappa 1:1” -per parafrasare Jorge Louis Borges- del modello mainstream e cerchino altre soluzioni e vie d’uscita.

In questo libro Mauro Gallegati va oltre le critiche e propone non solo di accantonare il modello dominante e di austerity, che è risultato una «guida inutile per le nostre vite, al meglio incoerente e spesso dannosa», quanto di uscire dal paradigma di un’economia concentrata sulla crescita del Pil e di assumerne uno nuovo che contempli insieme economia, natura e società.

In effetti, sebbene anche l’Onu utilizzi un «indice dello sviluppo umano», il Pil resta l’indicatore principale della bontà o meno delle misure decise dalle diverse autorità economiche ovunque nel mondo. Il nostro sistema basato sulla «non saturazione dei bisogni», effetto di una «non sazietà» della fruizione di beni che ci spinge a produrne sempre di più, come “criceti” costretti a far girare la propria ruota, secondo l’Autore, è una ricetta per renderci infelici. Perché, quando si calcola il Pil, non si considerano i danni che questo modello di crescita infligge all’ambiente né i costi per l’ecosistema, di cui è parte anche l’uomo.

Ma il Pil, afferma Gallegati, non può crescere all’infinito. In accordo con quanto già dimostrato, all’inizio degli anni Settanta, da The limit to growth, il rapporto commissionato dal Club di Roma al Mit, egli è convinto che la crescita continua basata sul consumo di risorse non rinnovabili sia impossibile.

Un’obiezione diffusa a questa visione distopica è che essa non tiene conto dei mutamenti e delle correzioni introdotti dalla tecnologia. Ma l’Autore sposta il focus sul sistema capitalistico: anche se le innovazioni introdotte nel processo produttivo saranno in futuro sempre più orientate alla sostenibilità, la finitezza delle risorse esauribili pone, comunque, dei limiti alla crescita. Pertanto “la tecnologia non può che rinviare il momento, ma la fine del capitalismo verrà”.

È pur vero che ovunque, e innanzitutto in Asia e America Latina, stanno emergendo “fermenti creativi “che spingono in altre direzioni e indicano vie d’uscita: quali il microcredito e i movimenti contro lo sfruttamento delle acque e dei suoli, i gruppi di acquisto “equo e solidale”, iniziative e azioni pratiche per promuovere stili di vita sobri (come la vita senza petrolio delle transition towns).

Queste e altre esperienze di condivisione inducono l’Autore a proporre un’economia «dell’abbastanza», un concetto vago ed elusivo ma «riferibile a qualcosa fra i bisogni essenziali e la sostenibilità ambientale». Un «Rinascimento che consenta alla nostra vita di passare dalla ricerca di maggiore Pil a quella di maggiore benessere.

Alla decrescita a suo tempo teorizzata da Serge Latouche, Gallegati contrappone perciò una “acrescita” comunque basata su servizi dematerializzati. Per l’economista è evidente il pericolo insito in tale paradigma, ossia un aumento generalizzato della disoccupazione a cui si dovrebbe porre rimedio con le note ricette della riduzione dell’orario di lavoro e dell’introduzione di un reddito sociale, legato alla fornitura di servizi socialmente utili.

Poiché la tecnologia distrugge e rimpiazza i lavori conosciuti, occorrerà poi inventarsene di nuovi e tornare a quelli artigianali (con recupero, se non riciclo dei beni in uso).

«Acrescere – afferma l’Autore - vuol dire proprio questo: il benessere non dipende (soddisfatti i bisogni primari) dalla quantità di merci a disposizione, ma dalla possibilità di godersi la vita senza compromettere una uguale opportunità alle generazioni future./…/ ogni Paese dovrebbe perseguire la propria via, quella che la sua peculiare cultura gli indica, rifiutando il precetto di un unico percorso da seguire».

Il punto è che, nonostante i vaticini e le profezie di sventura, sinora il capitalismo è sempre riuscito a riformarsi e a cambiare pelle. Ciò che Gallegati non considera, in quanto prescinde nella sua analisi dal ruolo storico della politica nel forgiare mercati e regole, sono invece i pericoli ben più prossimi che scaturiscono dall’ibridazione in atto del capitalismo da parte di regime autoritari e autocratici che possono diffonderlo e farlo sopravvivere in forme assai più totalizzanti e stranianti per l’umanità di quelle finora conosciute.

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