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Le vite che animano la Storia

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Storia

Le vite che animano la Storia

  • –di Massimo Bucciantini
Pulzella d’Orléans. Giovanna d’Arco interpretata dall’illustratore Andrea Ventura  per il manuale in tre volumi «Dalle storie alla Storia» di Sergio Luzzatto e Guillaume Alonge, edito quest’anno  da Zanichelli, che contiene  le 15  vite raccolte in  «Una febbre del mondo»
Pulzella d’Orléans. Giovanna d’Arco interpretata dall’illustratore Andrea Ventura per il manuale in tre volumi «Dalle storie alla Storia» di Sergio Luzzatto e Guillaume Alonge, edito quest’anno da Zanichelli, che contiene le 15 vite raccolte in «Una febbre del mondo»

Ci sono parole che andrebbero messe a tacere e altre che avrebbero bisogno di un lungo periodo di silenzio prima di tornare a circolare. Ricordo che qualche tempo fa, su «la Repubblica», Guido Ceronetti ne fece un gustosissimo e dettagliatissimo elenco. Lo stesso si potrebbe fare per certe espressioni talmente abusate e stucchevoli che ancor prima di essere pronunciate si sa già che arriverà il loro turno, perché qualcuno immancabilmente le pronuncerà.

Una delle frasi che sembra calzare a pennello con questo libro è «Si legge come un romanzo». Un modo per dire che non è un romanzo ma è come se lo fosse. Per dire che gli assomiglia, perché la sua scrittura lo rende quasi fratello di quelle pagine che di solito in libreria si trovano in altre sale e su altri scaffali. Oggi pare che questo sia il massimo riconoscimento a cui possa aspirare un libro di storia.

Ma forse le cose non stanno proprio così. Forse sarebbe più opportuno dire che questo libro si legge come un romanzo perché è un libro di storia. Una frase che può apparire strana e a molti incomprensibile, ma che invece, a pensarci bene, non lo è. Per il semplice motivo che, da Erodoto in poi, la storia è sempre stata narrazione, grande narrazione. E quindi se stiamo sempre più perdendo il gusto e il piacere di leggerla, la responsabilità è anzitutto di chi la scrive, che spesso non si preoccupa del come scriverla, del tono e della forma che dà alle proprie pagine. Senza capire, o facendo finta di non capire, che invece rientra – e sempre più rientrerà – in uno dei suoi obblighi professionali, soprattutto per chi ancora crede nella funzione civile di questa disciplina. Verrebbe da aggiungere che come esistono scuole e corsi per aspiranti romanzieri, analogamente dovrebbero nascere – pena l’irrilevanza galoppante di questo mestiere – corsi di scrittura per aspiranti storici.

«Come si studia la storia? E come si racconta?». Sei anni fa, Sergio Luzzatto iniziava così la premessa a un libro che in copertina riporta simbolicamente una Tour Eiffel in costruzione e che raccoglie saggi di dieci storici italiani (Prima lezione di metodo storico, Laterza). Un libro che entra nel vivo del lavoro dello storico, indagando in modo ravvicinato l’uso delle sue fonti – da quella notarile, contabile, epistolare, a quella orale, iconografica, elettronica – e la loro interpretazione. Mi piace pensare che in Una febbre del mondo Luzzatto abbia voluto riprendere in mano quel progetto e provare, questa volta da solo, a rispondere alla seconda domanda. Senza però scegliere la strada della discussione metodologica sul “narrare la storia”, ma accettando in prima persona la sfida della scrittura, che pone degli obblighi rigorosi, primo fra tutti quello di non venir meno al principio che nulla deve essere inventato.

Il libro si apre con un omaggio a un non-storico, a un “dilettante” spesso snobbato dall’accademia, ma che invece ha esplorato come pochi il grande tema della funzione della personalità nella storia. Stefan Zweig «è stato un interprete acutissimo sia degli stati febbrili in cui capita al mondo di precipitare, sia di quegli uomini e di quelle donne che portano nel mondo una febbre tutta loro». Ed è lui, lo scrittore austriaco, ad avergli suggerito la struttura del libro. Non la ricostruzione di vite a tutto tondo, i soliti noiosissimi medaglioni, bensì «fette di vita», capaci però di restituirci «interi mondi, e mondi rapinosi, palpitanti, febbrili». Storie di febbre, appunto. Storie che sembrano romanzi, ma che invece sono storia (maiuscola o minuscola non importa), la nostra storia, perché hanno dentro di loro la forza di restituirci «destini collettivi».

Le quindici vite scelte da Luzzatto sono state estrapolate dal suo manuale di storia per le scuole superiori appena uscito da Zanichelli. Sono pagine pensate per la scuola e per l’insegnamento della storia. E quindi il primo pensiero va a quei ragazzi che avranno il piacere di leggerle. Ma, grazie a questa edizione, anche a coloro che si troveranno di fronte inaspettatamente vite di persone più che di personaggi. Alcune celebri, altre, invece, del tutto sconosciute. Ma tutte accomunate da un’unica ossessione: quella di aver intrapreso una strada nuova e di averla seguita senza moderazione. «Spesso nel bene, talvolta nel male», tutti i quindici protagonisti «hanno ossessivamente provato a cambiare il mondo».

Come nella prima storia, dedicata a Francesco, quello di Assisi. Che inizia con un incontro, nel settembre 1219, quando si combatteva la quinta crociata, tra il frate e l’allora capo dell’esercito saraceno. Oltrepassando le linee nemiche, Francesco si presentò a mani nude nell’accampamento del sultano al-Kamil, dove si trattenne per diversi giorni a parlare di guerra e di pace. Lui, non ancora santo, «il primo cristiano del Medioevo ad aver cercato, piuttosto che uno scontro, un incontro con il mondo musulmano». Una vita appassionata come quella che segue, di una giovanissima donna bruciata viva sulla piazza del Mercato Vecchio di Rouen il 30 maggio 1431, la “pulzella” di Orléans, santa Giovanna d’Arco. Una fine che fu un punto di svolta e l’inizio di un mito, «o piuttosto di diversi miti: un mito nazionale, un mito cristiano, un mito femminile».

E poi, subito dopo, ci si imbatte nella morte di Maometto II e nella vita spericolata di uno dei suoi figli, Gem Sultān. «A farlo fuori ci avevano provato per decenni. Spendendoci una fortuna. I veneziani le avevano tentate tutte per sbarazzarsi del loro nemico numero uno, Maometto il Conquistatore». Un inizio così, c’è da scommetterci, sarebbe piaciuto all’autore del Barone rampante e del Cavaliere inesistente. Sicuramente si sarebbe divertito a immaginare le quattordici volte in cui i veneziani avevano provato a ucciderlo. Seguono le tranches de vie di Bernardino Ochino, Galileo Galilei, Pietro il Grande, Betsy Ross, Ippolito Nievo, Marie Curie, Edmondo Peluso, Jurij Gagarin, Nelson Mandela, Malala Yousafzai. Ma anche di uno “specialista”, un vero professionista del male, e di un “diavolo nero”, un generale dalla pelle scura.

Il primo lo incrociamo a Vienna, nelle fastose sale di Palazzo Rothschild. Anno 1938. È un lavoratore instancabile, inappuntabile, responsabile dell’Ufficio centrale per l’Emigrazione ebraica. «Roba seria. Duecentomila ebrei austriaci che pendono dalle sue labbra, e che tremano di paura solo a vederlo». La sua tessera è la 899895 del Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi, il suo nome è Adolf Eichmann. Un vero esperto del “problema ebraico”. A tal punto che, per conoscerlo meglio, decide di diventare «il migliore amico nazista degli ebrei tedeschi» e d’imparare la loro lingua («per tre marchi all’ora, era andato da un rabbino a lezione di yiddish e di ebraico»). «Ed era entrato in contatto professionale con i militanti sionisti». E si era persino recato in Palestina per studiare nei minimi particolari la possibilità di un’emigrazione di massa degli ebrei tedeschi. «Ponti d’oro, purché se ne andassero».

L’altro è invece il figlio di una schiava haitiana e… della Rivoluzione francese. Thomas-Alexandre Dumas, bello come sua madre e «alto e forte come il suo cavallo», nel giro di pochi anni salì rapidamente tutti i gradini della gerarchia militare. Una carriera impensabile se la Francia e le sue colonie non fossero state messe a soqquadro dai principi dell’89. «Un mondo capovolto in cui l’impossibile era divenuto possibile». E così fu, fino a quando Napoleone Bonaparte non riuscì a ristabilire in parte il sistema schiavista. Quando pochi anni dopo, nel febbraio del 1806, il generale Dumas morì, la Francia era completamente mutata. Ma le sue gesta e il suo coraggio ispirarono uno dei maggiori scrittori dell’Ottocento francese: suo figlio, il moschettiere Alexandre.

Quindici vite. Ne avremmo desiderate di più. Chissà se in futuro qualche aspirante storico scriverà la sedicesima.

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