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Gli antichi fra noi

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archetipi narrativi

Gli antichi fra noi

  • –di Carlo Carena
Omeros. Derek Walcott, premio Nobel per la letteratura nel 1992, si è ispirato all’«Odissea» e ha scritto un poema in esametri e terzine ambientato  nella sua isola natale, Santa Lucia
Omeros. Derek Walcott, premio Nobel per la letteratura nel 1992, si è ispirato all’«Odissea» e ha scritto un poema in esametri e terzine ambientato nella sua isola natale, Santa Lucia

Come molti oggi, anche questo volume Dall’antico al moderno s’interroga più o meno esplicitamente sulla presenza del classico nel mondo attuale, ripercorrendone le fasi storiche dall’antichità al Medioevo all’Umanesimo e rintracciandolo con felice intuizione nelle stesse manifestazioni dell’arte contemporanea, non solo letteraria. I testi, di vari autori, sono quelli di un convegno tenuto a Roma nel 2012 nel nome e in ricordo di Ettore Paratore, latinista senza limiti di tempo e di spazio, sui palcoscenici di Atene e di Roma e su quelli dell’Europa cinquecentesca, come documenta Maria Luisa Doglio.

Il volume si apre con la citazione, nella relazione tenuta allora dal curatore Piero Boitani, dei versi iniziali dell’Omeros, in cui Derek Walcott nel ’90 riscriveva in esametri e terzine l’Odissea. Non è che una traccia, avverte Boitani, di chissà quante riprese con cui Omero ritorna sul pianeta, così come ritorna la Bibbia: due archetipi narrativi che a loro volta ne generarono altri e altre “vette assolute” come il Paradiso perduto di Milton; ma inesausti anche dopo, anche fra noi, come se lì ci fossero già Joyce e Giraudoux, Giono e Thomas Mann, l’Ulysses e La guerre de Troie n’aura pas lieu, La naissance de l’Odyssée e Giuseppe e i suoi fratelli. E ancora più vicino a noi Hemingway con l’odissaico Il vecchio e il mare.

Nell’àmbito della poesia epica Jan Ziolkowski dedica poi il suo contributo alla figura di Virgilio mago, quale si venne delineando già in antico e diffondendo soprattutto nel Medioevo. Il sommo poeta augusteo viene metamorfizzato in un tuttofare delle meraviglie sin dalla sua nascita. Profeta poi della venuta di Cristo nell’Egloga quarta, nella fantasia dell’età di mezzo egli illumina, istruisce, fabbrica automi metallici e talismani contro le eruzioni dei vulcani. Costruisce a Roma la Bocca della Verità per smascherare i bugiardi e test in particolare della castità delle donne.

Chi ne vuole avere il catalogo completo lo trova a portata di mano nel Libro delle meraviglie di Gervaso di Tilbury (sec. XII-XIII) edito, latino e traduzione, nel 2009 da Pacini. Ce n’è per ogni immaginazione e ogni necessità – non si sa mai. – L’autore dell’Eneide istituì i bagni termali di Pozzuoli con vasche che curano qualsiasi malattia della pelle o dell’interno del corpo; impedì che nelle selve oscure della montagna incombente su quei luoghi si potessero tendere agguati; disperse e annientò serpenti velenosi, costruì una mosca di bronzo che, finché rimase dove fu posta all’ingresso di Napoli, nessun insetto di quella specie «osava entrare nella città, per quanto Napoli sia grande ed estesa».

A poco servirono anche dopo, annota Ziolkowski, le bordate correttive degli umanisti. E anche dopo l’irridente Voltaire degli Essays sur les moeurs, nell’Ottocento Virgilio mago gode dell’interesse di e intorno a Ossian, e nel Novecento compare nelle dispute a distanza fra Eliot e Robert Graves e merita la grande indagine critica di Domenico Comparetti in Virgilio nel Medio Evo. Lungi dallo scandalizzare, questo lato della storia virgiliana esprime anch’essa il rispetto ininterrotto e variegato per l’antico poeta, la sua durata perenne.

Qualcosa di simile, anche se in àmbito più letterario, si rintraccia anche nel saggio di Francisco Rico sugli assalti scatenati dagli umanisti quattro e cinquecenteshi sulla cultura grammaticale dei loro predecessori, a partire dal catalogo tracciato da Lorenzo Valla in apertura delle Elegantiae linguae latinae. «C’è da vergognarsi – lì si scatena – a menzionare semplicemente i vomiti di chi scrisse volumi sull’espressione dei significati delle parole come quelli di Francesco da Buti, del Suncinate, di Everardo, di Martino, e di chi come Alessandro prese le regole grammaticali di Prisciano e le espose in versi barbarici aggiungendovi di suo molti errori…». È un folto catalogo, spiega Rico, che si ritrova in numerosi manifesti analoghi della rinnovata e innovativa latinità degli umanisti, a partire dal giovane Erasmo.

A quello di Rico segue un saggio di Lina Bolzoni su un genere letterario moderno quale l’utopia, inaugurato da Tommaso Moro, seguito da Campanella e Bacone, ma anche da uno «spericolato navigatore nel mare magno delle diverse pratiche di scrittura contemporanee» quale l’Anton Francesco Doni dei Mondi celesti.

E infine si torna ad Omero e a Ulisse non più secondo Calliope ma secondo la Decima Musa, il cinematografo. Massimo Fusillo, studioso di questi fenomeni, racconta infatti in uno dei saggi finali, dopo accenni a tragedie e ad eroi ed eroine tragiche filmate, la «Trasformazione di Ulisse sullo schermo» fin dal cinema muto, essenzialmente anche qui eroe coraggioso e astuto, a contatto con mostri e avventure, amori e passioni. E le sue interpretazioni, ora romanzesche ora psicologiche, ora per kolossal mitologici ora per “eroi muscolari” come Kirk Douglas.

In queste pagine Fusillo inserisce due righe che, oltre a valere ovviamente pro domo sua, possono usarsi a sintesi finale per buona parte di questo Dall’antico al moderno: abbiamo qui una riprova «di come anche nei generi più popolari e standardizzati ci sia spazio per interessanti invenzioni creative: uno studio sulla ricezione dell’antico non deve mai chiudersi in preconcetti intellettualistici contro il polimorfismo dell’immaginario contemporaneo».

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