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A lezione da un Peccable Master

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HENRY JAMES (1843-1916)

A lezione da un Peccable Master

Matticchiate.
Matticchiate.

Ci sono fondati motivi per pensare che La lezione del Maestro sia il più perfetto dei romanzi brevi di Henry James. Come spesso succede in queste situazioni, in parte il racconto è una sorta di variazione su spunti tutt’altro che nuovi per l’autore e solo più perfettamente modulati che altrove. Qualsiasi appassionato di James riconoscerà facilmente il tema dell’occasione perduta (La bestia nella giungla), quello del segreto letterario destinato a rimanere irrisolto (La cifra nel tappeto, Il carteggio Aspern) e quello della scissione tra arte e vita (La vita privata). In tutti e tre i casi si tratta di soggetti particolarmente scottanti da un punto di vista esistenziale perché direttamente legati alla questione dell’occulta (e probabilmente mai vissuta) omosessualità di James. E questo è vero anche per il terzo tema: come ha mostrato anni fa Richard Ellmann in un saggio folgorante, per James l’estetismo tardo-ottocentesco appariva connesso a quello che all’epoca si chiamava «l’amore greco», e ciò ha plausibilmente contribuito alla sua ostilità pubblica per le opere di Walter Pater, Oscar Wilde e John Addington Symonds.

Al livello più superficiale La lezione del Maestro è costruito sul violento contrasto tra le passioni umane e la suprema dedizione alla causa del Bello. Un giovane scrittore estremamente promettente conosce, nella stessa giornata, il romanziere da lui più ammirato (anche se da qualche anno decaduto dalle vette di un tempo) e una ragazza avvenente, Miss Fancourt; quasi subito si invaghisce di lei ma esita a farsi avanti; e, mentre ancora indugia in un principio di corteggiamento, St. George («the Master») provvede a metterlo in guardia contro i rischi del matrimonio, confidandogli come la scelta di costruire famiglia abbia coinciso per lui con la rinuncia al vero talento. «Troppe cose – troppe cose!». La grande arte ha infatti un «costo»: richiede dedizione completa e «sacrifici». Prima di legarsi in un rapporto del genere, il giovane Paul Overt farebbe dunque bene a soppesare con cura il pericolo che esso può costituire per la sua vocazione.

Il finale, imprevedibile, non può essere svelato (ma si può offrire ai lettori un indizio: La lezione del Maestro regalerà più di qualche spunto al parimenti sorprendente Lo scrittore fantasma di Philip Roth). Anche da queste scarne informazioni dovrebbe apparire comunque che James ha scelto di lavorare su un tema tradizionale dell’etica, ancora prima che dell’estetica. I legami familiari ci distolgono dalla perfezione perché ci rendono vulnerabili, notava infatti già lo stoico Epitteto (Diatribe IV.7.5); anche se nessuno, probabilmente, ha mai espresso il concetto con altrettanta eleganza di Francis Bacon: «Chi ha moglie e figli dà ostaggi alla Fortuna».

In un paese come l’Italia, dove il motto pirandelliano «la vita o la si vive o la si scrive» viene propalato a tutti gli studenti delle superiori, questa contrapposizione, così caratteristica della temperie decadente, può sembrare persino banale. Ne La lezione del Maestro essa ci conquista però lo stesso per la passione con cui tanto il discepolo quanto il maestro ne sono lacerati. E a favore del libro lavorano, naturalmente, la forza di un ingranaggio costruito con precisione assoluta e la capacità, tipicamente jamesiana, di rendere ogni particolare decisivo. Assaporare al ritmo giusto La lezione del Maestro è anzi probabilmente uno dei modi migliori che ci siano concessi per entrare nella sua arte, come quando James ci parla del valore letterario dei primi libri di St. George, che Overt definisce «una miniera d’oro», e dell’insoddisfazione dello stesso St. George per la sua successiva incapacità di tramutare in «oro» le «mille cose» che ha toccato, e capiamo che lo fa affinché il metallo prezioso solo metaforico dell’Arte venga a stridere meglio con il successo materiale indispensabile ad assicurare un tenore di vita dignitoso a moglie e figli. Tra l’altro, se si volesse indicare un quarto tema caratteristico di James bisognerebbe cercare proprio qui: la tendenza di ciò che è spirituale (la bellezza, l’amore, la conoscenza) a farsi oggetto anch’esso di transazione economica: esattamente come tutto quanto il resto. Per James, però, la tensione tra «oro» e «oro» corrisponde anche a una precisa tecnica di scrittura, che consiste nello sfruttare ai fini del racconto la tendenza di tutte le metafore a farsi pericolosamente letterali a mano a mano che la storia procede.

Il romanzo – un vero capolavoro di ambiguità – possiede però anche un secondo livello. Per farlo emergere a poco a poco James lavora anche in questo caso sulle metafore, sfruttando al meglio le opportunità offertegli dal linguaggio spiritualeggiante della critica del suo tempo. St. George deplora le «false divinità» e gli «idoli del mercato», rivela a Overt che la famiglia è «un incentivo alla dannazione, artisticamente parlando», gli ricorda che lo scrittore «ha a che vedere solo con l’assoluto» («deve farlo divino») e che colui che rinuncia a perseguire una «decorosa perfezione» (decent perfection) è solo un «prete spretato».

Sarà pronto Overt al «sacrificio»: cioè a «votarsi» interamente alla causa del Bello? Nonostante la «devozione» che il «discepolo» gli riserva, St. George (che porta, come ben sapeva Gadda, il nome del più filogino dei santi) non lo è stato: e, nonostante il successo di pubblico e le gioie della famiglia, vive con costante rammarico la certezza di aver mancato la meta più alta. Di fronte all’Arte è solo un peccatore: un «poor peccable great man», un «pardonable master», un «peccable master», come scrive James (espressioni tutte parimenti magnifiche, costruite sulla stessa tensione tra aggettivo e sostantivo di «decent perfection»).

Poche volte James ha usato con altrettanta abilità la tecnica della “letteralizzazione” delle metafore. Passo dopo passo, siamo portati a capire che, dietro al rapporto tra il vecchio e il giovane scrittore non è solo in gioco una umanissima vicenda di amicizia e (forse) rivalità tra colleghi. «Master», scritto con la lettera maiuscola come fa James, è in inglese (assieme a «Lord») uno degli attributi riservati a Dio. Così, nella pagine finali, quando la trama prende una piega inattesa e Overt comincia a dubitare della correttezza di St. George («giunse a nutrire pensieri blasfemi su quel che restava della sua fede nel Maestro»), tutta la vicenda assume di colpo un’inaspettata dimensione teologica. Se il «master» rimanda a un «Master» più grande di lui, il romanzo di James riecheggia uno dei massimi interrogativi della metafisica, che aveva terrorizzato Cartesio nelle Meditationes de prima philosophia: l’eventualità che Dio possa deliberatamente ingannare gli uomini.

Se non vogliamo spingerci a tanto, si può pensare alle visioni che visitano gli eremiti nella loro solitudine e che, come le «lezioni» dei maestri, giungono tanto dal Cielo quanto dall’Inferno. Per un attimo Overt penserà di essere stato tradito («era davvero un beffardo demonio»), ma alla fine né lui né la voce narrante che ogni tanto si fa sentire con i suoi commenti raggiungeranno alcuna certezza in proposito, condannando al dubbio anche noi. Per questo, alla fine, la lezione più profonda del Maestro si rivelerà una domanda: «Whom can one believe?», A chi possiamo credere? Forse a nessuno. Ma questo ci rende, alla fine, un poco più soli.

(Qualche parola sulla traduzione. Rendere in italiano la prosa avvolgente di James è notoriamente una sfida per chiunque. Maurizio Ascari se la cava più che bene con la sintassi, ma perde per strada troppi dei tocchi supremi di James. «Peccable Master» è diluito in «Maestro che gli appariva sempre più pieno di pecche»; «decent perfection» è banalizzato in «degna perfezione»; un cruciale «that’s the devil of the whole thing» viene sostanzialmente espunto; «You’re on all mens’s lips and, what’s better, on all women’s» è reso come «È sulle labbra di tutti – uomini e donne, che è quel che più conta», cancellando il tocco rivelatore della psicologia di St. George. E così via. Per un piccolo capolavoro nel quale si insiste tanto sulla perfezione, tutto ciò suona ironico, ma anche un po’ triste).

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