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La denuncia di Matilde Serao

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TRA GIORNALISMO E POLITICA

La denuncia di Matilde Serao

Direttice Matilde Serao  (1856 - 1927), figlia di un  giornalista, è stata la prima donna a dirigere un quotidiano, «Il Giorno di Napoli»
Direttice Matilde Serao (1856 - 1927), figlia di un giornalista, è stata la prima donna a dirigere un quotidiano, «Il Giorno di Napoli»

Chi pensasse che i vizi del giornalismo italiano vadano fatti risalire all’asservimento nei confronti del fascismo, e poi, nel secondo dopoguerra, al fenomeno degli editori “impuri”, troppo inclini a usare i giornali a supporto dei loro interessi extra-editoriali, potrà ricredersi leggendo Vita e e avventure di Riccardo Joanna, poco noto romanzo di Matilde Serao ora riproposto da Stampa alternativa con un’introduzione di Maria Simonetti.

Vissuta a cavallo tra ’800 e ’900, la Serao del mestiere giornalistico aveva visto e capito tutto. Figlia di un giornalista, prima donna in Italia a dirigere un quotidiano («Il Giorno di Napoli»), e in precedenza fondatore col marito Edoardo Scarfoglio di altre tre testate «(il Corriere di Roma», «il Corriere di Napoli» e «il Mattino»), pubblicò questo romanzo nel 1887. La nuova Italia viveva la non esaltante stagione del trasformismo, e dal governo Depretis si passava al governo Crispi. La compravendita di voti parlamentari in cambio di cariche, denari e favori lobbystici era così intensa, e sfacciata, da far impallidire le pratiche odierne. È proprio in tale clima che la stampa italiana (disgraziatamente) cresce e si sviluppa, favorita dall’ampliamento del ceto borghese e dalla moltiplicazione delle ricchezze industriali e speculative. Il suo imprinting è quello della spregiudicatezza; la dipendenza da un interesse politico-imprenditoriale (e dai suoi finanziamenti) appare del tutto normale. Le testate nascono e vivono, spesso perdendo fiumi di soldi, solo finchè sono funzionali a disegni che poco hanno a che fare con la ricerca di un’informazione corretta.

Questo è appunto l’orizzonte dentro il quale si svolgono l’ascesa e la caduta di Riccardo Joanna, personaggio dietro cui non è difficile riconoscere la stessa Serao. Redazioni affollate di giornalisti e collaboratori sempre in attesa di pagamenti, e talmente esasperati da rifiutarsi spesso di consegnare i pezzi impedendo l’uscita del numero. Direttori più occupati a frequentare caffè, foyer di teatri, ristoranti di lusso e salotti di dame che a maneggiare il menabò. Ricerche affannose del mecenate di turno a cui offrire la testata (e i suoi debiti) per far pressioni sulla politica, anche a costo di capovolgerne da un giorno all’altro la rotta editoriale. E, soprattutto, giornali partigiani, furibondi, sprezzanti dell’avversario, riempiti di articoli velenosi, insinuanti, quasi sempre firmati con pseudonimi. Insomma, il contrario del modo di fare i giornali che si insegna nel mondo anglosassone (dove però non è che sia tutto da imitare) e nelle scuole di giornalismo.

È azzardato far paragoni col Maupassant di Bel Ami, che sta molte spanne più in su, ma anche qui c’è qualcosa che lascia il segno. Per esempio la pennellata sui giornalisti «con la loro aria liturgica, di sacerdoti che pontificano», e che però in redazione non si vedono mai. O la ricetta di Joanna: «il pubblico ama una speciale bruttezza, una speciale volgarità. Chi la indovina, quello è bravo...». E la sua idea sulla reputazione dei politici, «fatta di aggettivi nostri, di false notizie nostre». E ancora, la sulfurea descrizione di un’epoca che potrebbe essere anche l’attuale: «gli uomini volgari, arsi dalla sete del potere, si ostinavano sempre, si moltiplicavano, creavano interessi, si organizzavano con la potenza degli esseri mediocri».

E sempre a proposito di vizi senza tempo, nota nell’introduzione Maria Simonetti che «il difetto principale dei giornalisti, secondo la Serao, sono le eccessive ambizioni letterarie. Lei ha capito che giornalismo e letteratura fanno a pugni tra loro, che sono due mestieri diversi»; dopo di che cita la raccomandazione di Joanna ad un giovane cronista: «non ho bisogno né di erudizione, né di novelle, né di versi. Mi occorre un reporter, un nuovo e buon reporter che vada, venga, si ficchi dappertutto, sappia tutto, precisamente». E siamo nel 1887...

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