Domenica

Poesia d’oggi

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LETTERATURA

Lamento per la figlia del pescatore

Nel fresco giorno ha calcato

sì poca terra il tuo piede scalzo!

Hai fatto questi due passi

fra l’orlo del mare e la piana

soglia iridata di salso

della tua casa a terreno.

Eri sul lembo del suolo

che il grande azzurro frantuma.

Da questa ruga di spuma

vacillavi già in braccio al sereno

come su l’uscio del mondo.

Oh, su la nostra marina

il tuo soggiorno fu mite

e sottovoce, fanciulla

ammainata come una vela

nel bianco dei tuoi pensieri.

Ora canti su l’altra tua riva.

Noi tristi che non ti vedremo

più cucire le bionde reti,

riempir di guizzo i panieri,

i tuoi occhi di calmo celeste.

Ora tuo padre ha dipinto

le sue barche di un filo di lutto,

gli tremi viva nel flutto

battuto dal lagrimante remo.

(tratta da Quasi sereno) Neri Pozza 1957
ANGELO BARILE

L’AUTORE

Angelo Barile nasce ad Albisola Marina, presso Savona, il 12 giugno 1888. Sui banchi del liceo stringe una durevole amicizia con Camillo Sbarbaro. Si laurea a Torino in Giurisprudenza. Nel 1913 pubblica un libro saggistico dedicato a Il sentimento cosmico di Giovanni Pascoli. Partecipa alla Grande Guerra, dopo la quale sceglie di abitare nella sua cittadina natale, curandosi dell’azienda familiare di ceramiche. Con Adriano Grande fonda nel 1931 la rivista genovese «Circoli», che mostra di credere ancora nella poesia in versi quando a dominare è il gusto della “prosa d’arte”. L’esordio poetico di Primasera appare presso le edizioni della stessa «Circoli». Resterà a lungo l’unico libro di Barile, ripreso in parte nel successivo Quasi sereno, che appare solo nel 1957. Nel 1965 il complessivo Poesie (1930-1963) (Scheiwiller) raccoglie l’intera produzione lirica di questo appartato poeta, con l’ultima sezione che riprende un’esile silloge appena pubblicata, A sole breve. Risonanze (Quaderni di Persona 1967) raccoglie i suoi contributi critici, in gran parte risalenti agli anni 30. Muore a Savona il 20 maggio 1967.

NOTA DI COMMENTO

Questo Lamento, scrisse Caproni, è «ritenuto una delle più belle poesie della nostra età». Ma appare nel 1957, quando è appena apparso La bufera di Montale ed escono acclamati capolavori di Pasolini, Penna, Gadda. In quegli anni, scrive ancora Caproni, questo Barile quasi settantenne sembra un poeta «vivo, ma irrecuperabile come un Antico». Ciò che colpisce, in questi splendidi versi, è la salda visione del transito fugace che è la vita; l’unione prodigiosa di alta definizione ed effusione sentimentale, fra tremore e sparizione, da una parte, e dall’altra una greca, stabile vivacità. Sembra davvero di ammirare una figura femminile su un’urna classica: colta su una perenne soglia, «sul lembo del suolo», già vacillante verso l’immensa porta sull’altrove che è il mare, la fanciulla appare «ammainata come una vela», immagine perfetta di leggerezza femminile, candore e cedevolezza discreta. Averla persa infligge un lutto mite com’era stata la sua presenza, sottile come un filo nero, ma sensoriale, vedovanza di «bionde reti» e di panieri guizzanti. Il remo bagnato del finale è in una rima distante, suggerita, col definitivo «Noi tristi che non ti vedremo».

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