Cultura

L’innesto dell’invisibile

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yves bonnefoy (1923-2016)

L’innesto dell’invisibile

Yves Bonnefoy
Yves Bonnefoy

Nato a Tours il 24 giugno 1923 Yves Bonnefoy si è spento a Parigi il 1 luglio 2016. Ha tenuto dal 1981 al 1993 la cattedra di Études comparées de la fonction poétique al Collège de France; quelle lezioni sono state pubblicate nel volume Lieux et destins de l’image, 1999.

La poesia di Bonnefoy è antignostica: se gnosi è «ogni maniera di percepire il mondo dove viviamo come insufficiente o cattivo, a paragone e ricordo di un’altra realtà – questa sì buona e appagante - che avrebbe potuto esistere o potrà essere, ma aldilà del tempo presente o anzi come trasgressione e dissipazione del tempo stesso, il quale non sarebbe che uno degli aspetti più cupi dell’umana derelizione». La poesia di Bonnefoy è «offerta del gratuito», gravida di luce che matura: «[…] O terra, terra, / Presenza tanto consenziente, tanto donata / […] / Tanto desiderio di te, terra perfetta, / Non erano fatti per maturare come un frutto / Nel suo istante di estasi si stacca / Dal ramo dalla materia, puro sapore?» (Quel che fu senza luce. I, Il ricordo).

Non si tratta tuttavia – e sempre più acutamente, in questo finale compimento – di un mondo panico, di una natura naturans della quale la poesia sarebbe il prolungamento memoriale; bensì il raccogliersi dell’esistente nella trasparenza pura di un “accento di vissuto”, nella sua minima essenza: «È ora davanti a me, intorno a me, in me, il mondo quale si mostra quando si stacca dal sogno, cosa dopo cosa ritirandosi in sé, riducendosi al suo solo apparire, restituendo vita a quest’altra e sola evidenza che è il canto del gallo, l’abbaiare d’un cane per via, il brusio lontano d’una vettura che passa». Leopardi del Novecento, Yves Bonnefoy ne ha raccolto l’eredità più ardita: quella di far passare l’universo delle forme nell’icona del silenzio, ascetico Morandi della parola: «Come hai vissuto? Siano tuo specchio / La finestra, il letto della camera vuota» (Light, in a empty room).

Il suo non è un rivolgersi (gnostico appunto) verso un Eden perduto, bensì un ascendere scorticato verso cime di alberi dal fogliame spinoso; così l’estremo apologo Voix à la cime des arbres: «Ho visto – dice [Eva]. – Che cosa dunque? [Adamo]. – L’altrove, ho visto l’altrove. Molto piccolo. Nubi immote. Case. / E già offre ad Adamo dell’altrove, questo frutto dell’albero. – Saliamo ancora! / Ah, quanti rami, quante foglie, quanti frutti! Scostano rami per accedere ad altri, sempre più alti. Guardano lontano, ora insieme. Variante che diremo “Vera vita”. / E non ridiscenderanno più. Bimbi giocano lassù, ruzzano, con scoppi di grida e di risa che non s’intendono sulla terra. / È molto se fan caso a pietre che cadono da non san dove, nell’ancor più alto del mondo. Pietre di diversi colori e grandezza che rimbalzano sui rami, e talvolta li rompono. Talvolta uccidono. / È, questa, la variante, “cima degli alberi”» (da Ensemble encore).

Ascendere è rastremare e ferirsi, lasciarsi arare: «In parole che ancora si ricordano / Di tante e tante cose che il tempo / ha duramente arato con i suoi artigli» (Il tutto, il niente, II; da Inizio e fine della neve) - «Le mani aggrappate soltanto alla luce». La poesia di Bonnefoy non è dunque idillio, ma è l’additare oltre la forma nella quale si consola (ci consola) il mito. Nessuna lettura della bellezza di Elena è stata più radicale di quella di Bonnefoy: «Eppure chi, salvo forse Paride, l’ha vista mai? / I portatori non avranno saputo di lei che la grande pietra rossiccia / Rugosa, crepata, / Che dovettero issare, fra sudori e bestemmie, / Fin sui bastioni, di fronte alla notte. // Quella roccia, / Quella sabbia dell’origine che si sfalda, / È Elena? Quelle nuvole, quei rossi bagliori / Non si sa se nell’anima o nel cielo? // Forse la verità, ma serbata silente, /Non la svela neppure Stesicoro, / È questa: la sembianza d’Elena fu solo un fuoco / Acceso controvento su una spiaggia» (Di vento e di fumo, da La vita errante).

Yves Bonnefoy è stato il più intenso interprete della civiltà italiana nel XX secolo: non solo in Rome 1630 o nell’Arrière-pays, ma in quel suo aderire alla medicina che distilla dal dolore contemplato, come – esemplarmente – in Su una pietà di Tintoretto: «Mai dolore / Fu più elegante nelle grate / Nere, divorate dal sole. E mai / Eleganza fu cagione più spirituale». Qui «Il desiderio lacerò il velo dell’immagine».

Forse il segreto della poesia di Bonnefoy è l’umano desiderio, l’umano patire, l’umano sperare che bruciano l’immagine che li rappresenta, e si presentano – mendichi e fedeli come Ulisse – alla terra del ritorno a sé, alla zolla del vissuto e dell’amato, non fosse questo che l’ultimo spegnersi e protendersi di una voce: «Celebro la voce screziata di grigio / Esitante ai confini del canto smarrito / Come se di là da ogni forma pura / Vibrasse un altro canto, il solo assoluto. // […] / Sembra che tu conosca le due rive, / L’estrema gioia e l’estremo dolore. / Laggiù, fra grigi canneti nella luce, / Tu attingi, parmi, all’eterno» (Alla voce di Kathleen Ferrier, da Hier régnant désert).

La sua è stata e rimane una lotta contro l’evidenza della datità, come scrisse con vigore nella breve, essenziale premessa all’ Improbable et autres essais: «Dedico questo libro all’improbabile, vale a dire a ciò che è. / A uno spirito di veglia. Alle teologie negative. A una poesia di desiderio, di piogge, d’attesa e di vento. / A un grande realismo, che interroghi anziché risolvere, che additi l’oscuro, che ritenga le evidenze come nubi sempre dilacerabili. Che abbia cura di un’alta e impraticabile chiarezza».

Con quel suo umile consentire all’umana fragilità: «Sì, anche per l’errore, / Che avanza, // Sì, per la gioia semplice, la voce spezzata» (Lo sparso, l’indivisibile, da Nell’insidia della soglia).

È stato il poeta dell’amicizia e della fedeltà, riunendo intorno a sé cammini di uomini, voci di classici: Shakespeare, Baudelaire, Rimbaud, Dante, Petrarca, Leopardi. Sarà difficile ereditare un lascito immenso di generosità, di pudore, di esigente etica e tenerezza indifesa: «E vero è, amica mia, - quando tutto svanisce / qualcosa rimane. Le nostre dita toccano, / congiunte, delle corde, nell’invisibile. / […] / Sono, e non sono. Dal non esserci / fiorisce la mia dimora in voi. / Dormirete, mentre sono in voi - veglio» (Insieme la musica e il ricordo, VI). «E che ho da lasciarvi? Ciò che ho desiderato / […] / Il dio in noi che non avremo posseduto» (Ensemble encore, explicit).

Ci siamo salutati in un tardo pomeriggio di sguardi e sillabe; stringendomi la mano, soltanto: «Carlo, le bien social!».

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