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Caro Lele, Fellini è lavativo

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Cinema

Caro Lele, Fellini è lavativo

  • –Camilla Tagliabue

Giugno 1946, sembra l’altro ieri: «Non ti dico il disorientamento di fronte al proclama del nostro ex re. Ma con che gente viviamo? Ma non c’è dunque nessuno che sappia stare un po’ zitto, che abbia un po’ di senso della dignità, della grandiosità di certe responsabilità?», firmato Suso Cecchi d’Amico. La missiva è per Lele, il musicologo Fedele D’amico, una delle circa 500 delle lettere pubblicate ora da Bompiani con la curatela dei figli Masolino e Silvia e la dedica alla terzogenita Caterina.

Suso a Lele raccoglie le missive spedite dalla moglie a Roma al marito in Svizzera, ricoverato per una tubercolosi in un sanatorio nei Grigioni, dal dicembre del 1945 a marzo 1947: uno zibaldone ricchissimo, di quasi una lettera al giorno per oltre 16 mesi, che ha «più il carattere di un diario che di un epistolario tradizionale», commenta il primogenito, descrivendo il padre come «metodico e preciso» e la madre come «fantasiosa e trasgressiva».

Entrambi erano rampolli di Una dinastia italiana (© Tullio Kezich e Alessandra Levantesi): lei era figlia di Emilio Cecchi; lui di Silvio d’Amico. Ciononostante Suso, rimasta sola con due figli piccoli, si rifiutò di vivere sulle spalle di genitori e suoceri: volitiva e umile, dapprima accettò incarichi precari come traduttrice e giornalista, firmando «coi più strani e mutevoli pseudonimi»; poi si dedicò totalmente alla sceneggiatura, e così, quasi per gioco, iniziò la sua lunga e blasonata carriera. «Speriamo di combinare qualcosa di redditizio in fatto di lavoro. Le speranze son buone. La cosa comica e che farebbe molto godere Soldati è che i tre sceneggiatori (Moravia, Castellani, Flaiano) vengano tutti a propormi di lavorare con loro». Cecchi d’Amico diventò una delle protagoniste del cinema italiano nei suoi anni gloriosi: era concreta e forte come Giovanna, suo nome di battesimo, e sensibile e tenera come una susina, da cui il soprannome Suso. Soltanto Visconti si ostinava a chiamarla Susanna ma forse aveva intravisto prima di tutti il talento poliedrico e visionario della giovane autrice.

Con Lele, la donna mostra il suo lato più femminile, saltando dalle effusioni amorose («Amore caro, un abbraccione ammazza bacilli») alle raccomandazioni spicce, agli affettuosi rimbrotti, alle lamentele esplicite («Vorrei che spenicillassero»). Anche in queste lettere, poi, dà sfoggio, pur inconsapevole, del suo temperamento artistico, inventando croccanti neologismi, formulando domande stralunate o accusandosi di essere dormigliona e tiratardi: spesso si alzava alle 11 e si vestiva verso mezzogiorno.

Pur sola, Suso frequenta artisti e intellettuali, tra cui Anna Proclemer, Gerardo Guerrieri, Mario Soldati, Nino Rota e il «nostro conte» Visconti. «Flaiano e Castellani (i primi con cui lavora, nel ’46-’47, n.d.r.) continuano a essere i miei protettori. E io che ad avere questo genere di amici sguazzo, mi lascio coccolare in modo indecente». Viceversa, di Fellini, all’epoca collega sceneggiatore, si lamenta spesso, considerandolo lavativo o forse snob: «Ho perso la pazienza con i miei cari collaboratori... Sono stufa di fare la maestra di scuola e cercare di tenere una disciplina». Altre volte, poi, confida al marito di aver rinunciato ad alcuni lavori, molto remunerativi ma per lei poco soddisfacenti, commissionatile da Ponti e Blasetti.

Eterna ventitreenne – persino il medico la rassicura sulle sue «interiora da ragazzina» –, Suso si emoziona per la gallina che ha fatto le uova, razzolando sul terrazzino di 25 metri quadrati, o per essere riuscita a telefonare a Lele: «Avrei dovuto mandarti due razzi, una pioggia di confetti e non so cosa per esprimere la mia gioia». Nel loro lessico famigliare lei è «ponci» e lui «piccioncino maggiore» o «papesso»; seguono la «suocerona» e i «picci» o «cicini», i bambini.

Al di là dello spaccato di vita domestica, delle chiacchiere sul tempo, sui figli, gli acciacchi, gli spettacoli e i film, questa raccolta offre un ritratto saporito della Roma del Dopoguerra, operosa e culturalmente effervescente, persino nella mondanità: «C’è stato un gran dramma nelle coppie dei nostri amici. Scissione Anna Gerardo (Guerrieri) – formazione Anna Brancati (Vitaliano)». Allargando il campo, si intravede l’Italia tutta, che provava a sbarazzarsi dei penosi strascichi della guerra e del fascismo: dall’indigenza economica agli amici ancora in esilio per le leggi razziali, come Paolo Milano, proprietario della casa dei d’Amico.

Ma Suso e compagni erano persone ostinate e laboriose: non sarebbero mai state sul divano in panciolle, magari vaneggiando: «A Mosca, a Mosca». Loro correvano, correvano tutti i giorni, anche solo per andare «alla posta, alla posta!».

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Suso Cecchi d’Amico, Suso a Lele , Bompiani, Milano, pagg. 600, € 22