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Il funambolo di Genet danza sul filo della morte

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teatro

Il funambolo di Genet danza sul filo della morte

GiuseppeZeno  e AndreaGiordana - foto di Salvatore Pastore
GiuseppeZeno e AndreaGiordana - foto di Salvatore Pastore

Jean Genet, vissuto nei bassifondi di Marsiglia, tra furti, sfruttamento della prostituzione e soggiorni più o meno lunghi in prigione, trovò nel teatro uno strumento perfetto per esprimere e contemporaneamente celebrare i suoi fantasmi. Emblematico è Il Funambolo, uno dei suoi testi sull'estetica, pubblicato nel 1958: un ardente inno all'arte del funambolo e del Circo, inteso come gioco crudele, intreccio di audacia e perfezione, solitudine e follia, festa e morte. Sosteneva, poeticamente, che l'artista deve allontanarsi il più possibile dal “suolo”, dal reale, per correre sul filo teso verso un'immagine che sfugge incessantemente. Il testo celebra la passione sentimentale che lo scrittore francese ebbe per Abdallah, giovane giocoliere e acrobata algerino al quale si legò profondamente sino a plagiarlo convincendolo a salire sul filo da funambolo. Il giovane si prestò, soggiogato dal suo fascino.

Ebbe una caduta, nonostante la quale non desistette. Ma in seguito, quando ricadde nuovamente, fu la fine della sua carriera. A quel punto la relazione si interrompe, e Abdallah si suicida. Genet era convinto di aver realizzato con Abdallah, suo doppio narcisistico, una sorta di capolavoro che l'imperizia e la debolezza del ragazzo mandò in malora, come scrisse a un amico. Sette anni prima aveva scritto per lui questo breve poema in prosa, una vera e propria parabola dell'arte del comédien in cui edifica un monumento poetico funebre. La figura di Abdallah non è esente da quella messinscena rituale, sorta di liturgia della trasgressione e della morte, in cui tutti i personaggi della produzione teatrale di Genet eseguono costantemente un percorso che li porta alla profanazione e all'autodistruzione.

Il personaggio genettiano si definisce come «un segno carico di segni». Non è privo di identità ma ne ha molteplici: è se stesso e tutte le immagini (reali o sognate) di se stesso. Rappresenta l'essere e l'apparire, la realtà e l'illusione, la maschera e il nulla. È come se il personaggio teatrale fosse spinto ai confini vertiginosi della sua etimologia: la “persona” è la “maschera” che ricopre i molteplici e inafferrabili volti del vuoto. In questo senso si può leggere la messinscena di Daniel Salvo (in prima assoluta al Napoli Teatro Festival Italia), il quale convoglia dentro il perimetro di una “stanza dell'immaginario” – la platea del Teatro Sannazzaro trasformata in un'arena, con il pubblico sui palchetti, e il palco frontale -, visioni reali, fantasie, ossessioni scaturite dalla mente del protagonista. Sono quelle del rapporto tra vittima e carnefice, del legame tra arte e vita, di potere e seduzione, di amore e crudeltà, con il suo amante e impresario - a cui dà robustezza Andrea Giordana nel ruolo di Genet -. Daniele Salvo ne fa un “grande inno alla Morte”. A inseguire il funambolo, inebriandolo, attraendolo e respingendolo, è il fantasma della Morte – Melania Giglio -, una sorta di melanconico e irriverente Pierrot che scorazza in bicicletta con uno scheletro sulle spalle, o canta sospesa nel vuoto. Il regista trova nel testo materia per spaziare dal circo alla danza, dal teatro alla musica, al cinema, unendo i diversi mezzi espressivi. Filmati d'epoca del mondo circense si sovrappongono ad altri concepiti per evocare luoghi e visioni sognanti, mentre un'incessante musica avvolge i tempi delle apparizioni. E Giuseppe Zeno, maschera cangiante dell'artista-marionetta, pur con troppe espressioni ridenti, è bravo a riempire di senso il percorso dell'anima verso quel vuoto che lo aspetta. Lascia alquanto perplessi l'eccessiva presenza di due danzatori, i cui movimenti spesso disturbano il fluttuare di parole che, spesso, avrebbero bisogno di silenzio attorno per depositarsi. E forse anche di meno parvenze.

“Il funambolo”, di Jean Genet, traduzione Giorgio Pinotti, regia Daniele Salvo, con Andrea Giordana, Giuseppe Zeno, Valentin, Melania Giglio; danzatori Yari Molinari e Giovanni Scura, coreografie Ricky Bonavita, musiche originali Marco Podda, scene Fabiana Di Marco, costumi Daniele Gelsi, luci Beppe Filipponio, videoproiezioni Aqua Micans. Produzione Marioletta Bideri per BIS Tremila. Al Napoli Teatro Festival Italia 2016.

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