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«Ciutad» ideale del nuovo mondo

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Economia e Società

«Ciutad» ideale del nuovo mondo

Città del messico.  L’urbanistica è basata su un reticolo regolare d’ispirazione rinascimentale
Città del messico.  L’urbanistica è basata su un reticolo regolare d’ispirazione rinascimentale

Città del Messico comincia dall’immensa piazza della Costituzione su cui convergono i resti della storia finita della civiltà mexica, la visione altra dei conquistatori e quella più recente dell’indipendenza. È la sintesi del suo essere città, di una storia che può essere magnificenza, indifferenza e anche sovrapposizione.

Sulla piazza vasta come il mondo, insistono la Cattedrale, il Palazzo Nazionale, l’Antico Palazzo del Ayuntamiento, cui si aggiungono i resti del Templo Mayor e, sullo sfondo delle rovine azteche, il Museo la cui compattezza architettonica non sembra avere interesse a dialogare con le vestigia che dovrebbe raccontare. Non lontano, l’Ospedale del Jesús, eretto nel 1524 da Hernán Cortés sul luogo dove l’8 novembre del 1519 incontrò la prima volta il tlatoani azteca Mocteuzoma. L’edificio è un involucro moderno senza radici: non annuncia, ma piuttosto nasconde la splendida costruzione cinquecentesca e il busto del fondatore che, nel bel mezzo del doppio patio con porticato, guarda verso una scalinata che sale al piano superiore. La lapide specifica che l’ospedale funziona ininterrottamente dalla fondazione essendo il più antico d’America. Per chi non chieda lumi alla storia, la menzione che ricorda il conquistador, assente oltre le mura del complesso moderno, potrebbe anche significare che la sua opera in Messico si sia limitata alla fondazione dell’antico edificio.

Sono segni e non dichiarazioni. Ma di fatto la città è piena di grandi gesti urbani proiettati verso il futuro che non sembrano proposti per ricucire, ma per allontanarsi da quanto accaduto in precedenza, forse con l’intenzione di risolvere con un sol colpo tutte le complesse problematiche ereditate. Così, le rotture storiche appaiono evidenti proprio con il gesto architettonico che ne vorrebbe segnare il superamento.

La Città Universitaria, realizzata agli inizi degli anni Cinquanta del secolo scorso nella zona del pedregal, la pietraia lavica lasciata dall’eruzione del vulcano Xitle, ne è un segno ancorché grandioso. Barragàn e Max Cetto furono tra i primi a intuire le potenzialità del luogo forse pensando alla pietraia come valore identificativo del territorio, radice. Il progetto di Mario Pani ed Enrique del Moral, consegnò alla città uno straordinario complesso universitario - oggi Patrimonio dell’Umanità - con decine di edifici. Sull’insieme si impongono la Torre del rettorato con le opere di Siqueiros, la Biblioteca con i mosaici di O’Gorman, la Sala di Netzaualcoyotl, il Museo d’arte moderna, lo stadio olimpico con un mural di Diego Rivera, che convivono grazie a un comune linguaggio energico e coerente. E tuttavia, il complesso pieno di citazioni delle antiche civiltà messicane, non riesce a ricucire la parte che si rivolge a Coyoacan con Tlalpan, all’opposto. Si insinua tra i due centri già abitati da popolazioni native e poi dai conquistatori europei, come a voler affermare una prospettiva di superamento dell’esistente, di forza e di potenzialità che un’altra storia ha colpevolmente compresso. E ciò si nota ancora con l’imponente Auditorium, con il Museo di antropologia e gli altri edifici che danno il carattere odierno al Paseo de la Reforma, l’arteria voluta da Massimiliano I per collegare il Castello di Chapultepec - dove viveva - con la piazza della Costituzione.

In una recente raccolta di articoli, La ciudad que nos inventa. Crónicas de seis siglos, Héctor de Mauleón rileva che, nello stato attuale, Reforma «è più vicina al futuro che al nostro tempo» ribadendo poi che il nuovo non riconosce valore «all’eco di altri tempi». Un capitolo ricorda che la prima cronaca della città, Mexico en 1554 di Cervantes de Salazar, venne stampata nella tipografia di Juan Pablo, considerato il primo tipografo d’America e il primo di una serie di italiani che lasciarono tracce nella capitale come Adamo Boari autore del Palazzo delle Belle Arti e delle Poste centrali, o Silvio Contri che progettò il palazzo del Museo nazionale d’arte di cui Mariano Coppedé e famiglia realizzarono la parte decorativa.

Secondo lo storico Guillermo de Tovar y Teresa, le origini stesse di Città del Messico sono italiane giacché la sua trama sarebbe dettata dal De re aedificatoria, il testo di Leon Battista Alberti che il primo viceré, Antonio de Mendoza, portò con sé in Messico. Non esiste una documentazione in proposito, ma nella biblioteca del Museo di antropologia c’è il libro le cui note a margine dicono che il rappresentante del re spagnolo cercò nel testo albertiano almeno dei suggerimenti .

Tra i grandi gesti urbanistici della città, vale la pena convivere con la solitudine delle cinque torri di Luís Barragán e Mathias Goeritz e il loro messaggio gestuale che annuncia un tempo a venire; osservare l’intreccio della rete stradale che riflette la problematicità di un andare che si muove su piani che si sovrappongono senza incontrarsi, come accade per i personaggi de La regione più trasparente di Carlos Fuentes. Le grandi arterie come il Periférico, il raccordo anulare a più piani, o Insurgentes, che collega con i suoi quasi trenta chilometri il nord e il sud della città, sembrano estranee a una qualche opera di ricucitura: il raccordo è un percorso senza storia e Insurgentes è come una lama che taglia in due la città.

La casa di Barragán sembra una risposta alla complessità urbana piena di domande, di rotture e di gesti autoreferenziali. La sua essenzialità formale pare negarsi a un esterno in cui non si riconosce. La vitalità è interna ed è come una riflessione sulla storia e sull’architettura in cui il Messico trova una sua collocazione spaziale e temporale. L’ingresso porta direttamente nelle ragioni dell’architettura e poi, in successione, ogni elemento viene messo in condizione di parlare da solo essendo annuncio, apertura, slancio come la scala che porta verso una porta che non si apre o la sala che non si esaurisce nel perimetro dei colori e conduce invece allo spazio dell’agorà. La luce e l’acqua giocano il loro ruolo sottolineando gli ambienti e il loro senso; nei luoghi più intimi si sente l’atmosfera mistica e problematica della religiosità di un Paese che riappare tra le piante del giardino e nella solarità dei colori della azotea lanciati verso il cielo. Storia di luoghi e dell’architettura.

Nel corpo ferito della città, si è introdotto in epoca recente Felipe Leal con un’azione urbana che ricongiunge piazza della Repubblica e il Monumento della Rivoluzione all’asse urbano che da una parte conduce a Reforma e dall’altra alla piazza della Costituzione lungo Juárez e Madero pedonalizzata, arredata e restituita al protagonismo dell’uomo, oltre le lacerazioni. E sembra che il gesto voglia ricucire una ferita della storia.

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