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Quel comunista di Wagner

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elzeviro

Quel comunista di Wagner

Compositore: Richard Wagner (1813-1883)
Compositore: Richard Wagner (1813-1883)

È arduo continuare a correre a perdifiato lungo la strada della pura idiozia, e sostenere l’ipotesi di una responsabilità ideologica, più o meno diretta, di Richard Wagner nei confronti del nazismo, qualora si sia letto uno scritto wagneriano dallo schiacciante peso specifico qual è Oper und Drama. È un testo dal quale spirano, con energia irresistibile alla quale chiunque è costretto ad arrendersi, venti che provengono da squilibri climatici tra loro diversi, ma, alla fine, convergenti, unificati e rafforzati, diretti come un pugno bene assestato contro un obiettivo preciso, sciaguratamente insediato e incrostato nel vivo del teatro d’opera, ossia nel centro spettacolare, ampiamente visibile, e sovente mondano e commerciale di quel miracolo della Natura e della Storia che è il nesso musica-teatro: due prodigi che esaltano laicamente l’humanitas.

Infatti, ammesso e non concesso che il mondo sia una “creazione” da parte di non si sa bene chi, non c’è dubbio che la musica dimostri con la propria logica intrinseca la non-necessità di Dio, e che il teatro sia costruito dagli esseri umani, senza che Dio possa arrogarsene alcun merito. (Immaginiamo già, e pregustiamo, le divertenti obiezioni dei teologi). Ebbene, qual è quell’obiettivo da scuotere, sradicare, abbattere e annientare? È tutta una parte cospicua dell’antico, ossia dell’esaltante, nobile e fascinosa tradizione della musica in scena, dell’azione scenica con musica, di tutto ciò che possiamo definire “recitar cantando”, “melodramma, opera seria o comica o buffa, tragedia lirica; di tutto ciò che in pochi secoli, con velocità stupefacente, è trascorso attraverso filtri, correzioni, riforme, polemiche, lotte tra fazioni variamente gluckistiche e piccinnistiche, attraverso le pagine sferzanti di Benedetto Marcello (Il teatro alla moda) o quelle meditate e “costruttive” di Ranieri de’ Calzabigi, alla luce di aforismi usciti di mano a Giulio Strozzi (La Delia, 1639) o a Giuseppe Verdi (Torniamo all’antico). Quale parte cospicua? Ahinoi, cospicua davvero. Parliamo di tutta la parte dell’antico divenuta, nel frattempo, vecchiume. Sì, proprio quella «cerchia del vecchio e del cretino» aborrita giustamente e così benissimo battezzata da Arrigo Boito nell’ode saffica da osteria, All’arte italiana.

Difficile credere a una metamorfosi ideologica consequenziale pur se mostruosa, da Wagner collaboratore di Bakunin e simpatizzante per gli esperimenti “comunisti” balenati nella Francia del 1849, a Wagner diffusore di filosofemi in odore di nazismo, quando si legga con attento sguardo la mirabile introduzione di Maurizio Giani a questa nuova traduzione di Oper und Drama (lo confessiamo senza vergogna: oltre, naturalmente, ai testi in originale, possedevamo personalmente, in italiano, soltanto la vetusta traduzione di Luigi Torchi, Bocca, Torino 1929), e ci si soffermi sull’impagabile dettaglio. L’Urschrift, ossia la stesura originale manoscritta di Oper und Drama, simbolicamente rilegata in rosso, colore della rivoluzione, fu completata venerdì 10 gennaio 1851 e spedita all’amico Theodor Uhlig con la dedica: «Rossa, o amico, è la mia teoria!». Il lavoro, proprio all’origine dell’origine, era nato con intenti più circoscritti, Wagner lo aveva inteso come un articolo, poi divenuto un po’ lunghetto, sui problemi dell’opera moderna. Non si dimentichi che quasi negli stessi giorni, sabato 25 gennaio 1852, Wagner pubblicò il limpido Nachruf an Spontini, in cui si domandava quale strada dovesse seguire un compositore d’opera: Rossini (non scherziamo…) ? Meyerbeer (vergogna!) ? Spontini (morto il giorno prima) ? La scelta a favore della discendenza Gluck-Spontini era inevitabile. Quella prima stesura fu edita, occupando le pagine 199-221, nella prima sezione del 3° fascicolo, annata 1851, della rivista «Deutsche Monatsschrift für Politik, Wissenschaft, Kunst und Leben» (per Lucifero! quale insalata russa nel nome del periodico!). Ma, sottoposto subito a revisione, il testo crebbe a dismisura, e già in quell’anno Oper und Drama uscì in 3 volumi (!), a Lipsia, presso J.J.Weber, nel 1851 ma con l’indicazione fuorviante dell’anno, “1852”. Ristampe ebbero luogo nel 1869 e nel 1872, ma in anni tardi Wagner rivide il testo correggendolo in senso “schopenhaueriano”.

Di questo oramai lungo testo, tanto profondo e controllato teoreticamente da rendere unica, indispensabile e immodificabile ogni parole presa in sé, non sarebbe potuta esistere, nella cultura italiana d’oggi, altra legittima intermediazione traslatoria, critica ed esegetica se non quella di Maurizio Giani, del quale, anzi, invitiamo i lettori a rileggere attentissimamente un altro eccezionale lavoro su Wagner, Un tessuto di motivi (Paravia – De Sono, Torino 1999). Soltanto la traduzione di Giani poteva rendere impossibili gli errori d’interpretazione, e la sua ouverture è strumento che permette ai lettori di valutare il peso e l’energia innovatrice di Oper und Drama. Dopo questo fondamentale scritto wagneriano, la trasformazione delle forme chiuse, nobilissime e sempre degne di essere riproposte (ma storicizzate, soccorse da un’operazione metalinguistica, per intenderci, “à la Stravinskij…”) e la definitiva egemonia del “Musikdrama” in tutte le culture nazionali d’Occidente, diviene irreversibile. E non a caso, per un lancio di dadi, bensì in nome di una logica implacabile. Per le medesime ragioni, il 1883, anno della morte di Wagner, è simbolicamente la fine di una sorda guerra “artistica” combattuta sotto pelle, quella per il primato nazionale nel teatro d’opera (per favore, non avventuriamoci a dire: “…nella musica). Se i rapporti tra Wagner e Arrigo Boito furono, di tale guerra, il “trattato di pace”, non possiamo non essere lieti di tale esito.

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