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David Bowie è? David Bowie sarà

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David Bowie è? David Bowie sarà

Poliforme. Bowie in «Blackstar»
Poliforme. Bowie in «Blackstar»

Non è così forzato vedere in David Bowie un moderno uomo universale. Lo ribadisce non solo la retrospettiva David Bowie Is, al Mambo di Bologna fino al prossimo 13 novembre dopo il trionfale giro del mondo inaugurato al Victoria and Albert Museum di Londra, che tre anni fa lanciò per primo la sonda nell’universo Bowie.

Sono la quantità e la varietà degli eventi correlati in tutta Italia a raccontare come l’artista di Brixton sfuggisse a ogni definizione mirata a circoscriverne l’opera, il talento, la sensibilità.

Soprattutto quest’ultima, a fronte delle rassegne foto e cinematografiche organizzate da Genova a Roma, andrebbe osservata con attenzione per conferire il giusto peso al lascito del magro Cortegiano. Si scoprirebbe come nemmeno l’eterogeneità degli omaggi sia in grado di raccontarla tutta.

«Quando avevo diciannove anni – dichiarò nel 1998 a «Big Issue» – la musica era ancora vista come un pericoloso potenziale di comunicazione del futuro ed è stato proprio questo ad attirarmi; ma adesso non ha più quel marchio. È stata rimpiazzata da internet».

Lungi dalla boutade, anche l’ultimo disco, Blackstar – esempio spiazzante di opera testamentaria programmata - si muove da lì per andare oltre. Perché mai come ora appare chiaro quanto, per capire David Bowie, sia insufficiente esplorarne la galassia sonora.

Per questo il disco andrebbe considerato il manifesto definitivo di una carriera fin dai suoi esordi interpretata come scambio fra discipline e linguaggi: dal folk all’elettronica, dal teatro alla moda, dalle note al potere dirompente di media nuovi di cui quelle, eventualmente, costituiscono una parte.

Non è un caso che nel presentare David Bowie Is, Martin Roth, direttore del Victoria and Albert Museum, abbia definito l’artista «uno dei grandi visionari» della nostra epoca, «un artefice non solo di creazioni memorabili, ma di un particolare Zeitgeist che, pur essendo unicamente suo, si moltiplica nell’immaginario del Pianeta».

Quasi a confermarlo, Blackstar venne anticipato dalla title track di 10 minuti, una durata invisa alla moderna fruizione digitale. A veicolarne la promozione, ecco però un cortometraggio plumbeo del regista svedese Johan Renck, magistrale nel mescolare suggestioni esoteriche e ammicchi alla videoarte, nonché perfetto per la diffusione online anche grazie al supporto di The Last Panthers, serie Sky Atlantic cui il brano fa da apertura.

Il singolo successivo, Lazarus, fu tratto dal musical L’uomo che cadde sulla Terra, firmato da Bowie con Enda Walsh e programmato al New York Theatre Workshop per la regia di Ivo van Hove.

Chi ancora lo ritenesse solo un abile manipolatore di intuizioni altrui sottovaluterebbe la naturalezza di Bowie nel comprendere i suoi tempi. Fino ad anticiparne vezzi e cambi di paradigma.

Le incursioni teatrali e cinematografiche di una volta, dalla collaborazione con il coreografo e maestro Lindsay Kemp al Furyo di Nagisa Oshima, dal Basquiat di Julian Schnabel fino a Labyrinth, si sono trasformate nell’esplorazione instancabile di mezzi comunicativi emergenti: nel ’87 Bowie fu il primo artista ad avere un gruppo di discussione attivo su internet. Nel settembre ’96, Telling Lies divenne il primo brano pubblicato in rete da una celebrità, che nemmeno due anni dopo inaugurò BowieNet, un internet service provider per aggregare i fan e aprire una linea di comunicazione diretta. Dal ’99, proprio quando veniva lanciato liveandwell.com, la versione interattiva del disco abbandonato, Earthling Live, l’attività online di Bowie si estese ai servizi finanziari, con una valutazione superiore ai 300 milioni di sterline in meno di 12 mesi.

Nello stesso periodo Bowie e Reeves Gabrels composero otto canzoni per Omikron: The Nomad Soul, uno dei primi lavori del game designer David Cage, diventato un riferimento della narrazione interattiva.

Nel suo sapersi adattare a media diversi, Blackstar appare dunque il distillato più puro che di sé potesse dare un artista rinascimentale consapevole della fine imminente. Un musicista che non credendo più alla musica, ha sempre saputo come far (ri)suonare la propria rivoluzione. Ben oltre l’ultimo disco. E in modo profondo, tanto da lasciare una presenza di sé così vasta da non poter essere detta nemmeno dalla mostra più magniloquente.

Meglio sarebbe intitolarla David Will Be.

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