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Il genere nota a piè di pagina

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Letteratura

Il genere nota a piè di pagina

Il delizioso libro – come tutti i suoi – di Antony Grafton sulla Nota a piè di pagina (in italiano nelle edizioni Sylvestre Bonnard, 2000) si apre narrando nel primo capitolo «Le origini di una specie» i fasti della nota a piè di pagina nel suo secolo d’oro, il Settecento. Nulla, osserva Grafton citandola come esempio, agisce nella Storia della decadenza e caduta dell’impero romano di Edward Gibbon maggiormente che le note per divertire gli amici e inviperire i nemici, brillanti o perfide quali sono. Parlando di Marco Aurelio, Gibbon racconta che nelle sue Meditazioni l’imperatore ringrazia gli dèi per avergli dato una moglie fedele, dotata di mirabile semplicità di costumi; e a fondo pagina racconta: «Il mondo ha riso della credulità di Marco, ma Madame Dacier ci assicura (e dobbiamo dar credito a una signora) che un marito è sempre ingannato se la moglie si degna di dissimulare». Per non dire del riso che in nota e mediante le note Gibbon spande su apologeti, santi e credenze cristiane. Esse sostengono, ma anche sovvertono la magnifica arcata di quell’immensa opera e contribuiscono decisamente a sospingere il lettore nel suo percorso.

Tutto, delle note e sulle note, delle annotazioni ai testi, dei loro intrecci, della chiosa a margine o dell’integrazione più o meno occulta e parentetica, delle strategie possibili e usate dai loro autori si trova ora in un’imponente e fittissima indagine di Sveva Frigerio, docente al Dipartimento di lingue e letterature romanze dell’Università di Ginevra: Linguistica della nota.

Si comincia prospettando distinzioni e terminologie: glossa, o chiosa, o scolio, o postilla, o nota, o annotazione. Termini in cui si profila già anche una storia della nota, che segue immediatamente nel testo della Frigerio. Definita semplicemente «Breve storia della nota e del commento» (55 pagine), il lettore vi attinge invece una sintesi completa e molte notizie istruttive e interessanti.

I pionieri in questa vicenda, come in molte altre della storia letteraria, sono i filologi di Alessandria, che intervengono a margine dei testi correggendo le sviste e gli errori – inevitabili – degli autori e dei copisti. Di lì ci si espanderà più tardi a definire le parole, a spiegare i passi, a discutere tematiche, a riferire luoghi paralleli. Ma anche già in età alessandrina nasce il commento continuo, con Aristarco di Samotracia, mostro di cultura e di laboriosità, a cui si ascrivono centinaia di edizioni critiche e commentate, fra cui quelle celebri in tutta l’antichità dei poemi omerici.

Più tardi, nel Medioevo, oltre all’intrusione soffocante dei glossatori, nasce l’autocommento, per cui la Frigerio cita e ci sottopone la Vita Nova dantesca con la sua alternanza di testi poetici esplicati nelle prose; e i Documenti d’Amore di Francesco da Barberino, i cui settemila versi in volgare sono pure corredati da una parafrasi e autocommento in latino. Dopo questa parentesi moralistica e allegorica tornerà a prevalere nel Quattro e Cinquecento l’assetto filologico della tarda antichità. Il commento favorisce l’intelligenza del senso letterale, ne segnala le risorse retoriche, sollecita il lettore stesso a interpretarlo.

Ma c’è pure chi costruisce un vero artificio di rimbalzi; esplicando il testo lo completa maliziosamente e lo vivacizza. Il lettore immagina, e comunque trova nel volume della Frigerio, cosa ha potuto ricavare e dire Giovan Maria Cecchi nella sua esplicazione del sonetto di Francesco Berni Passere et beccafichi magri arrosto; o Annibal Caro in una sua esegesi (1538) del Capitolo dei fichi dell’amico Molza, dove alterna sbrigliate allusioni e citazioni di opere immaginarie e autori inesistenti a interpretazioni bizzarre e scapestrate. Mentre nella Secchia rapita è l’autore stesso a fornire il poema di sue glosse esplicative, informative e polemiche, una ogni poche ottave.

Anche più avanti, nel Settecento la nota è un espediente per lo sfogo degli umori, oltreché, evidentemente, per l’uso dell’erudizione e dell’acume critico. Grafton racconta nel suo libro «l’aggressione» di Alexander Pope alla filologia classica di Bentley: Pope «utilizzò ampiamente la nota a piè di pagina non diversamente da come in un horror americano il mostro usa la sega elettrica: per fare a pezzi i suoi nemici». E anche la Frigerio ricorda la bizzarra genialità delle note nella Favola della botte (1704) di Swift, dove l’autore dei Viaggi di Gulliver accumula parodie e beffe allo zelo religioso come alle pedanterie di eruditi e pseudo-eruditi nelle scienze dell’epoca, la biblistica, la teologia, la politica, la medicina.

Si teme sempre il paradosso con Swift, ma non si può non considerare come culmine di questo gioco le righe di una lettera in cui Voltaire spiega a D’Alembert di aver scelto il soggetto di Olympie «moins pour faire une tragédie que pour faire un livre de notes».

A questo punto della storia Sveva Frigerio si addentra nelle tipologie e nelle tecniche delle annotazioni, delle loro strategie e tipografie: collocazioni, modalità, note allografe e autoriali. Queste ultime soprattutto, aggiunte o integrate dagli autori stessi nei loro testi, aprono il panorama anche al Novecento. Si affacciano Ungaretti, Saba, Gadda, Giorgio Orelli…

Gadda («probabilmente l’autore italiano più rappresentativo per quanto riguarda l’impiego letterario della dimensione metatestuale») è costretto a chiarire termini lombardi ma fornisce anche voci enciclopediche. Egli stesso sembra definire l’ideale (il suo ideale) di nota commentando nel ’52 i due volumi della Vita di Girolamo Savonarola di Roberto Ridolfi: «Note – scrive lì – opportune, dilettose e probanti nella loro “tonalità” critica, a volte signorilmente polemiche».

Mentre Giorgio Orelli è proposto come «caso esemplare della pratica del commento integrato nel testo poetico», dislocato in chiusura del volume o in entrambi i modi simultaneamente, come si ha in «In memoria» della raccolta delle Sinopie (1977).

E per finire con Sandro Sinigaglia, un gaddiano del linguaggio e del verso poetico, che spiega opportunamente termini da lui usati, soprattutto nella Camena gurgandina (1979), oppure anche si sbizzarrisce su altri assai criptici, o viceversa trascorre su altri ancora che avrebbero necessità di una spiegazione.

Si può a questo punto, dopo una ricerca fitta e instancabile come questa, parlare propriamente delle note come di un vero genere letterario ausiliario e autonomo, con i suoi genî e i suoi braccianti.

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