Domenica

L’orizzonte indispensabile all’uomo

  • Abbonati
  • Accedi
Scienza e Filosofia

L’orizzonte indispensabile all’uomo

Una preziosa annotazione in uno dei due manoscritti autografi dell’Infinito di Giacomo Leopardi ci rivela che, in una prima versione dell’Idillio, il poeta avrebbe usato l’espressione celeste confine, poi sostituita dalla pi celebre ultimo orizzonte. Il viaggio sublime compiuto dalla sua immaginazione alla volta dell’infinito prende le mosse proprio dallo scavalcamento di quella siepe che, fungendo da ostacolo, impedisce allo sguardo di cogliere l’intera ampiezza dell’orizzonte.

Leopardi predilige la profondit semantica della parola orizzonte, capace di rappresentare, per il pensiero, sia un preciso limite ostativo, sia un’apertura spalancata verso infiniti spazi. Come annota Cline Flcheux, nel suo brillante Saggio in cinquanta questioni dedicato a L’orizzonte – ora nell’elegante traduzione italiana di Giovanni Lombardo -, l’etimologia del termine risale al verbo greco horzein, che significa proprio delimitare: l’orizzonte ha la funzione di separare nettamente il cielo dalla Terra, due realt gi divisesi quando, come racconta il mito secondo Esiodo, Gaia si stacc da Urano facendolo evirare da uno dei suoi figli. Per gli antichi, l’orizzonte segnava il limite del mondo visibile ed era il principale punto di riferimento astronomico, secondo la concezione geocentrica del mondo, utile a indicare la posizione dell’osservatore rispetto alla sfera celeste. Nella prima et moderna, in virt della nuova consapevolezza offerta dalle scoperte geografiche, l’orizzonte assunse i connotati non pi di un confine davanti al quale arrestarsi, bens da dovere oltrepassare.

Oggi sappiamo bene che l’orizzonte non esiste come entit oggettiva: esso solamente la proiezione della percezione soggettiva dello spazio terrestre da parte di un individuo collocato in un determinato punto del globo. Il cosiddetto orizzonte “sensibile” dunque un paradosso percettivo: occorre una sede stabile su cui poggiare i piedi per perscrutarlo, eppure esso si disloca continuamente insieme allo spostarsi dell’osservatore. Pur sapendo di trovarci in un universo senza centro, tuttavia nell’esperienza quotidiana continuiamo a percepirci come il perno centrale di una costruzione dello spazio che ruota attorno a noi e che con noi soggetta ad alterazione. Sappiamo anche che se andassimo su Marte, vedremmo pure l un orizzonte, perch il nostro sistema di orientamento non muterebbe, com’ evidente dalle immagini marziane inviate dal robot Curiosity.

Sin da quando la specie homo ha assunto la postura eretta, non stato possibile fare a meno dell’orizzonte, poich esso costituisce il primo e unico punto di riferimento per stabilire un contatto con la realt concreta del mondo, per spostarsi in avanti nello spazio e nel tempo. Ripercorrendo le principali tappe della storia dell’arte, l’autrice fa notare che anche la rappresentazione artistica ha dovuto sempre confrontarsi con questo principio basilare dello stare al mondo. Si pensi alla prospettiva rinascimentale di Leon Battista Alberti: questi, nel suo tentativo di costruire in modo razionale l’immagine pittorica, propone il quadro come fosse una finestra all’interno della quale il punto di vista dell’osservatore converge sul punto di fuga della rappresentazione, purch l’insieme sia regolato da quella fondamentale linea centrica che appunto l’orizzonte. Pi difficoltoso diverr, nel secoli XVII e XVIII, rappresentare l’orizzonte nella pittura di paesaggio, laddove esso sembra disparire quasi inghiottito dai contorni delle forme naturali: eppure, come immaginare un paesaggio senza che vi sia, al di l, un orizzonte? Oggi, se l’arte contemporanea ha rigettato l’idea di prospettiva, non ha potuto per sottrarsi al necessario confronto con l’orizzonte, come evidenzia l’installazione di Robert Irwin al Museo d’Arte Contemporanea di San Diego (1997), che consiste nell’interno di una stanza delimitato da vetrate angolari, mentre all’esterno corre orizzontale il profilo blu del mare: intento dell’opera di catturare l’attenzione dell’osservatore e indirizzarla verso l’immenso, la medesima provocazione dell’Infinito leopardiano, ma con un senso assai diverso. Si tratta di suscitare, nei visitatori odierni, la nostalgia per quell’esperienza profondamente umana che la contemplazione dell’orizzonte: un’esperienza filosoficamente potente, capace di farci comprendere pi a fondo e di indurci a ridimensionare la reale portata degli eventi della vita. Un’esperienza di cui oggi, forse, siamo dimentichi.

© Riproduzione riservata