Domenica

Dossier Elegia dell'amore vegetale

  • Abbonati
  • Accedi
    Dossier | N. 2 articoliAddio a Pia Pera la scrittrice giardiniera

    Elegia dell'amore vegetale

    Il giardino di Derek Jarman con sullo sfondo la centrale nucleare di Dungeness, sulla costa del Kent, è uno dei luoghi su cui riflette  Pia Pera
    Il giardino di Derek Jarman con sullo sfondo la centrale nucleare di Dungeness, sulla costa del Kent, è uno dei luoghi su cui riflette Pia Pera

    Vorrei subito dire che questo libro di Pia Pera, storica firma di «Domenica», Al giardino ancora non l'ho detto, è splendido. Ma temo che nessuna delle due parole possa bastare. “Libro” di questi tempi si applica anche all'oggetto più spregevole. E “splendido” è una delle tante iperboli del parlato. Invece, io qui intendo “libro” nel senso più pieno e più terribile, come spazio segreto, come scena di una rivelazione, e “splendido” come l'aggettivo di “splendore”. I libri splendidi sono quelli che ci insegnano un modo di pensare, quelli in cui il personaggio, che appaia in prima o in terza persona, che si chiami Marcel o Emma, Gertrude o Mrs Dalloway, ci mostra le avventure della sua intelligenza, raccordando, componendo, interpretando.

    Allora, nei libri splendidi, la letteratura mostra più incontestabilmente l'importanza dei suoi compiti; allora riscopriamo anche nel nostro oggi quella funzione educativa che fin dai tempi degli aedi si dava alla parola: imparare dai casi degli altri. Che cosa? I sentimenti, la gioia e il dolore, il terrore e la pietà, la cattiveria e il perdono. E perché? Per migliorarci, per vivere degnamente nella polis, per costruire la civiltà. Pia Pera ci racconta la malattia, nella fattispecie il decorso di un disturbo neurologico che paralizza i centri del movimento.

    La sua narrazione parla in prima persona, con semplicità, senza giustificazioni o finte; è un diario, la forma più adatta al discorso che la malattia impone: un presente che non conosce domani e, per quanto lo aspetti, neanche lo dà più per probabile, e mischia fatti e faccende con interrogativi, spiegazioni, sgomenti, in un avvicendarsi di grande e piccolo, in un fluire di dovute constatazioni. La malattia non è necessariamente da associarsi alla morte. Tutti, in un modo o nell'altro, da adulti siamo malati. La malattia è un modo della vita, e comunque tutti, fin dalla nascita, non smettiamo di morire ogni giorno. Ma per Pia Pera la malattia è tutt'uno con il pensiero della morte.

    Anzi: è l'immagine stessa della morte. Il diario registra quello che muore ogni giorno; è tante morti. Non commenterò qui i dettagli della patologia clinica, che costituiscono la parte esterna della narrazione, e forse hanno aiutato l'autrice a dar forma a una prima ispirazione e a strutturare un'impresa tutt'altro che facile. Voglio invece soffermarmi sul giardino, ovvero su ciò che, di là dalla cronaca immediata, pur preziosa e ineludibile nella sua tremenda verità, innalza quest'opera da documento a letteratura. Chi conosce il lavoro di Pia Pera sa che, oltre che un'affermata scrittrice e traduttrice dal russo, è anche un'esperta di botanica.

    Le piante rappresentano, pare, il più grande amore della sua vita. Il racconto della malattia non si distingue dal canto d'amore. L'elegia trionfa nella declinazione più ambigua e complessa: il personaggio dice addio alla sua vita e dice addio all'amato. E così il giardino da realtà concreta e pulsante diventa un'allegoria, diventa tutto il mondo, tutto quello che si perde di momento in momento: è immagine della vita ed è, allo stesso tempo, immagine della fine. Il giardino, con i suoi molteplici nomi e miracoli, è specchio, raddoppiamento, sdoppiamento, sosia, e alleato e antagonista e interlocutore e confessore, e spettacolo, maschera, teatro vuoto, solitudine, destino, e sacrario, epifania, porto, deriva, paradiso perduto, e però pur sempre paradiso.

    E in questo tempo in cui il giardiniere muore il giardino offre un'ultima grande possibilità: e vale come giardino del linguaggio, dove la lettera passa a metafora e pullula, straborda in crescite variamente spontanee di ipotesi e di nostalgie. Morirà anche lui; però, finché il giardiniere resiste, starà a significare l'al di qua strenuo e irrinunciabile, la storia di tutti i giorni, l'identità perenne che si nasconde sotto la pelle, sotto le viscere, anche più sotto e oltre le cellule agonizzanti. Il giardino, infatti, è anche la salute, anzi, prima di qualunque altra cosa: una promessa di vita, un presente che si sa futuro, ciclo di nascite e rigenerazioni. Il titolo del libro cita un verso di Emily Dickinson.

    E non è la sola citazione di queste pagine. La malata legge molto, e ha letto molto. La sua libreria include i poeti, ma anche i romanzieri, i filosofi, occidentali e orientali, o i resoconti di altri malati, come il regista Derek Jarman, il quale pure si dedicò appassionatamente a un giardino, pentendosi di aver dato tanto al cinema, e guarda caso proprio dopo che la salute lo aveva abbandonato. Con una citazione il libro si chiude. Di nuovo una poesia, ora dell'autore dell'Isola del tesoro, e una della raccolta che si intitola, guarda caso, A Child's Garden of Verses.

    È una bella poesia sulla vitalità dell'infanzia, che non vorrebbe mai andare a letto. Pia Pera la fa sua, ci vede una protesta contro l'incomprensibile necessità di sparire dal mondo. Anch'io ho cara quella poesia di Stevenson; e alcuni anni fa me la sono tradotta. Sono andato a cercare quella vecchia traduzione (o forse imitazione) e adesso vorrei riportarla qui, offrendola a questa brava scrittrice come un fiore del mio piccolo giardino, in segno della mia stima e della mia gratitudine: D'inverno, quando m'alzo, è buio pesto E al lume della lampada mi vesto. D'estate non è invece come ho detto: È giorno quando vado a letto. Io vado a letto e vedo fuori ancora Volare gli uccellini dell'aurora. Oppure sento i grandi per la via Passare sotto casa mia. Su, ditemi, non è forse un peccato Che quando il sole non è tramontato Ed io avrei tanta voglia di giocare Uno si debba addormentare?

    Pia Pera, Al giardino ancora non l'ho detto , Ponte alle Grazie, Milano,
    pagg. 215, € 15

    © Riproduzione riservata