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In difesa del governo delle leggi

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In difesa del governo delle leggi

Forma o sostanza della legge? È da sempre l’antitesi del diritto, l’opzione di fronte alla quale per secoli si sono trovati i giudici e che nel tempo attuale sottintende questioni centrali della sicurezza, della vita economica, dell’organizzazione della società. In apparenza lo scontro tra una visione formalista e una sostanzialista della legge può risultare una dimensione strettamente tecnica, mentre in realtà finisce per condizionare aspetti decisivi della vita sociale.

Lo spiega bene Gerardo Villanacci, autore del saggio Al tempo del neoformalismo giuridico (Giappichelli editore), per il quale «la predisposizione di schemi logici astratti nonché l’esperibilità di rimedi fissi e predeterminati, plasmati dal legislatore sul bene da tutelare, non sono valsi a garantire l’effettiva soddisfazione del soggetto leso o di colui che fa valere un certo diritto poiché la disciplina astrattamente intesa non è in grado di abbracciare la complessità fenomenica in tutte le sue sfaccettature». Da un’altra prospettiva non bisogna dimenticare che la sottoposizione del giudice e della politica alla legge è garanzia di Stato di diritto.

Norberto Bobbio pose la questione con una domanda: «Qual è il governo migliore, quello delle leggi o quello degli uomini?». Due autorevoli testi della classicità, rispettivamente di Platone e Aristotele, si schierano a favore del primato delle leggi. Il primo ricorda: «Dove la legge è sottomessa ai governanti … io vedo pronta la rovina della città». Mentre Aristotele osserva: «La legge non ha passioni che invece necessariamente si riscontrano in ogni anima». Hans Kelsen giunge a definire la forma come elemento della legalità.

La monografia di Villanacci punta ad evidenziare come il neoformalismo giuridico sia un fenomeno connesso alla necessità di dare risposta alle incessanti istanze di tutela avanzate dal diritto europeo a favore della parte debole del rapporto contrattuale nel «più generale quadro istituzionale incline a promuovere e rivalutare esigenze di giustizia sostanziale».

Al centro c’è sempre la tutela di un diritto e di un interesse legittimo, secondo il principio sancito dall’articolo 24 della Costituzione, ma anche la salvaguardia di «tutte quelle situazioni che, per effetto di meccanismi farraginosi, finirebbero per essere compromesse».

Un caso esemplare è quello dell’ambiente, che all’origine «privo di qualsiasi coordinata costituzionale ha assunto ruolo di primo piano nella sua relazione con la salute, fino ad assurgere a diritto inviolabile dell’uomo». In questo percorso evolutivo, cui ha corrisposto una maggiore concreta tutela dell’ecosistema, si è aperto un evidente conflitto con altri beni e interessi che in altri momenti storici erano ritenuti preminenti, come la circolazione di merci, la libertà d’impresa, il diritto di proprietà.

Anche su questo terreno forma e sostanza si scontrano innescando uno scontro più ideologico e molto meno di diritto. Con il rischio di muoversi spesso con la logica del pendolo, ignorare a lungo patologie sociali, poi eccedere nel segno opposto della loro limitazione e repressione.

La nozione di interesse, «elemento giustificativo dell’azione umana», troppo spesso è stata caricata di una valenza negativa mentre essa è centrale in una dinamica di economia di mercato, senza interessi e senza la loro tutela è impensabile ipotizzare un progresso collettivo, di conseguenza è compito del diritto tutelare i diversi interessi legittimi pur stabilendo le gerarchie quando ci sono conflitti fra loro.

Troppo spesso, soprattutto in Italia, in anni recenti, la risposta di fronte ai nuovi problemi del nostro tempo è stata di tipo esclusivamente legislativo. Emerge un problema, si fa una legge. Mentre uno sforzo interpretativo e applicativo potrebbe alleviare il sistema. Villanacci fa un appello ai principi di «ragionevolezza e proporzionalità», capaci di offrire un «solido ancoraggio» all’interprete della legge e soprattutto capaci di bilanciare gli interessi in campo. La ricerca di una giustizia sostanziale è sempre auspicabile ma uno Stato di diritto si fonda su regole certe, senza le quali è facile scivolare nell’arbitrio.

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